Giorno: 28 ottobre 2013

l’irragionevole prova del nove (gc) – 3

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l’irragionevole prova del nove – 3

Simpliciter: – Chiaramente.

Complicatibus: – Mente il chiaro una chiarezza che non c’è.

Simpliciter: – Non può essere diversamente?

Complicatibus: – Mente il diverso una diversità che non c’è.

Simpliciter: – Non può essere altro che tale, qual era? talmente uguale che…

Complicatibus: – Mente il tale un quale che non c’é.

Simpliciter: – Ma… ugualmente…

Complicatibus: – Mente l’uguale un’uguaglianza che non c’è.

Simpliciter: – Eppure, il tre di prima non è lo stesso d’adesso?

Complicatibus: – Lo stesso non è lo stesso: lo stesso di prima non è lo stesso di adesso.

Simpliciter: – E dopo?

Complicatibus: – Qua e là è già stato detto.

Simpliciter: – Già detto, già.

Complicatibus: – Ma non già fatto.

Simpliciter: – Già, non ancora.

Complicatibus: – Già, non ancora, né mai: mai fatto.

Simpliciter: – Mai fatto cosa?

Complicatibus: – Mai fatto cosa. Forse.

Simpliciter: – Forse?

Complicatibus: – Forse, qua e là, un po’ di tutto, un po’ di nulla.

Simpliciter: – Un po’ di tutto, un po’ di nulla, qua e là?

Complicatibus: – Forse di tutto un po’, forse.

Simpliciter: – Le parti del tutto?

Complicatibus: – Quelle di sopra, queste di sotto. O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Sotto di queste, sopra di quelle.

Simpliciter: – Viceversa.

Complicatibus: – O variando.

Simpliciter: – Variamente variando?

Complicatibus: – Mente il vario una varietà che non c’è.

Simpliciter: – Proviamo a variare?

Complicatibus: – In un’alternanza senz’alternativa?

Simpliciter: – Variamo.

Complicatibus: – Quelle di sotto, queste di sopra. O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Sopra di queste, sotto di quelle.

Simpliciter: – Viceversa. E poi?

Complicatibus: – Queste di sopra, quelle di sotto. O viceversa.

Simpliciter: – Ancora viceversa?

Complicatibus: – Ancora e sempre: sotto di quelle, sopra di queste.

Simpliciter: – Ancora viceversa, e sempre.

Complicatibus: – O forse mai.

Simpliciter: – Mai.

Complicatibus: – O un’ultima volta ancora. Forse.

Simpliciter: – Forse l’ultima volta?

Complicatibus: – Queste di sotto, quelle di sopra. O viceversa.

Simpliciter: – L’ultima volta, e poi basta.

Complicatibus: – Sopra di quelle, sotto di queste.

Simpliciter: – Basta.

Complicatibus: – Ne ha abbastanza?

Simpliciter: – Ne ho abbastanza.

Complicatibus: – Di cosa?

Simpliciter: – Di tutto.

Complicatibus: – Delle parti del tutto?

Simpliciter: – Di tutto, di tutto.

Complicatibus: – Per cosa?

Simpliciter: – Per tutto.

Complicatibus: – E il sossopra del nulla?

Simpliciter: – Ne ho abbastanza, del tutto e del nulla.

Complicatibus: – Ad averne di cose, Lei non ne ha mai abbastanza.

Simpliciter: – Sono distrutto.

Complicatibus: – Ecco, a poco a poco, qua e là, si sente ancora di nuovo questo sòno, sempre lo stesso, sempre diverso: perplesso, pieno, distrutto.

Simpliciter: – Ora distrutto.

Complicatibus: – Nella quarta parte del tutto distrutto.

Simpliciter: – La quarta parte: finalmente l’ultima?

Complicatibus: – L’ultima parte del tutto.

Simpliciter: – Finiamola.

Complicatibus: – Finirla senza definirla?

Simpliciter: – Definiamola.

Complicatibus: – Con cosa?

Simpliciter: – Con qualsiasi cosa, ma, soprattutto, definitivamente.

Complicatibus: – Mente il definitivo una definizione che non c’è.

Simpliciter: – Come dire senza dire?

Complicatibus: – Dire senza dire come, né quando.

Simpliciter: – Ma quando?

Complicatibus: – Ora.

Simpliciter: – Ora?

Complicatibus: – La figura, la figura del quadrato, i numeri, il prodotto dei numeri: ricorda?

Simpliciter: – L’ultima ora?

Complicatibus: – L’ultimo numero.

Simpliciter: – L’ultimo, in fine.

Complicatibus: – L’ultimo numero, prima l’ultimo numero.

Simpliciter: – Prima l’ultimo?

Complicatibus: – Dunque l’ultimo numero. Prima.

Simpliciter: – L’ultimo. L’ultima volta, l’ultimo.

Complicatibus: – Prima l’ultima volta, prima l’ultimo: l’ultimo numero, dunque, è, no, non è;  l’ultimo numero potrebbe essere,  anzi, no, non potrebbe essere: l’ultimo numero dovrebbe essere un numero primo, ma né il primo né il  secondo.

Simpliciter: – Certamente.

Complicatibus: – Mente il certo una certezza che non c’è. E se in vece non lo fosse? Se l’ultimo numero, in vece di essere un numero primo, fosse, per esempio, il primo numero dei numeri non primi,  il quattro per esempio, ricorda?, ecco che allora l’ultimo numero sarebbe il primo numero.

Simpliciter: – Originale: l’ultimo numero che è il primo numero.

Complicatibus: – No, non essente, sebbene certi lo dicano.

Simpliciter: – Certi di cosa?

Complicatibus: – Certi incerti sul da farsi; certuno aggiunge il  fatto che…

Simpliciter: – Aggiungere un fatto al da farsi? La somma dei fatti?

Complicatibus: – E perché non la summa, allora?

Simpliciter: – Relativamente a cosa? A formare un corpo? Un corpo di cosa?

Complicatibus: – Mente il relativo una relatività che non c’è.

Simpliciter: – In assoluto, allora.

Complicatibus: – Il fatto che certuno aggiunga un fatto al da farsi, che si dìa in somma da fare, non vuol dire  forse che nessuno sottrae?  Ne dubita?  Che nessuno sottragga piú!

Simpliciter: – Se certuno aggiungesse e nessuno sottraesse obiettivamente si giungerebbe a cosa, a cosa infinita.

Complicatibus: – Forse che mente l’obiettività un obiettivo che non c’è?

Simpliciter: – A tratti a tratti uno se ne fissa uno.

Complicatibus: – Altri in vece altro: due se ne fissano due, tre tre, e via e via: enne enne.

Simpliciter: – Non mi distragga: originariamente non s’era detto che il quarto numero avrebbe dovuto essere un numero primo? Cosa è questo numero enne? un numero esponente? il numero infinito?

Complicatibus: – Enne volte tanto.

Simpliciter: – Enne volte tanto, quanto è?

Complicatibus: – Enne volte tanto è quanto è. E quanto espone.

Simpliciter: – Quanto espone?

Complicatibus: – Un esponente che non espone nulla? O che espone  tutto? Ecco, forse solo e soltanto una parte del tutto.

Simpliciter: – Esponiamolo.

Complicatibus: – Il numero esponente che esponga in fine l’ente?

Simpliciter: – Supponiamolo.

Complicatibus: – E pure, ora non è l’ora delle supposizioni, non si è di sopra, ora si è di sotto, quasi alla fine, per altro verso: al piú, anzi ché non supporre,  lo si può sottoporre a…

Simpliciter: – Al meno questo: verifichiamone un caso.

Complicatibus: – Facciamo a meno dell’altro verso, del meno intendo: nel caso in cui, o a caso?

Simpliciter: – Come vuole: sono senza piú parole.

Complicatibus: – Può essere, può essere.

Simpliciter: – Come può essere senza piú parole? Non può essere, non può essere.

Complicatibus: – Può darsi il caso del prodotto da farsi facendo a meno delle parole del meno: il prodotto dei numeri, e la somma di questo prodotto; e, se la somma non bastasse, un’altra somma, fino in fine scomponendo il composto a ché si giunga all’unica cifra.

Simpliciter: – All’uno?

Complicatibus: – Il numero uno è un numero primo, ma non è il primo numero.

Simpliciter: – Il numero uno non è il primo numero?

Complicatibus: – Non nel nostro caso.

Simpliciter: – Sono confuso, era stato già detto effettivamente.

Complicatibus: – Già: mente l’effetto una causa che non c’è: dipenda o non dipenda dal caso, l’infinito non essere cosa a cosa sia l’essere  finito è congiunto.

Simpliciter: – Che frase ad effetto! Sono giunto congiunto a Lei per cosa?

Complicatibus: – Per cosa: per cosa è a Lei congiunto, giunto sono per altro verso?

Simpliciter: – Quale verso? Sia piú ordinato.

Complicatibus: – Di fatti non c’è verso che tenga: si è ora nell’ordine di sotto, dove non ci son fatti né ordini, ma solo e soltanto ipotesi.

Simpliciter: – Allora ordiniamo: ordiniamo qualcosa?

Complicatibus: – Un fatto ordinario?

Simpliciter: – Un fatto primario.

Complicatibus: – E perché non anche uno secondario,  magari un prodotto terziario,  alla portata di tutti?

Simpliciter: – Una portata unica? Di che portata?

Complicatibus: – Nel piatto unico, senza tante portate, non può darsi questo caso: non c’è grado zero, né nullo, nel piatto.

Simpliciter: – Ma, ora che ci son tanti gradi, di grado in grado magari potrebbe.

Complicatibus: – Per poter essere in grado di cosa?

Simpliciter: – Per darle corpo.

Complicatibus: – Non c’è corpo che tenga, solo una forma, ma senza spessore né profondità: ora mai quasi un quadrato.

Simpliciter: – Oramai avrà pure una sua dimensione.

Complicatibus: – Cosa? Ma se Lei è di dimensione minuta: l’ha detto e ridetto, piú e piú volte: sono minuto.

Simpliciter: – Si ridimensioni.

Complicatibus: – Sono muto, ha detto: forse taciuto è questo piccolo sono, il sono minuto, per altro verso.

Simpliciter: – Un altro verso ancora?

Complicatibus: – Sempre lo stesso, sempre diverso.

Simpliciter: – Ma quale stesso verso? ma quale diverso? Lei dà i  numeri, ancora una volta.

Complicatibus: – Dare un verso ai numeri? o dare il numero ai versi? Forse solo e soltanto questo: dare i numeri ai versi del sono minuto.

Simpliciter: – Sono riverso:  dìa quest’ultimo numero.

Complicatibus: – Mal grado i gradi?

Simpliciter: – Che gradi? Lei non è in grado di nulla.

Complicatibus: – Appunto: non essere in grado di nulla, ora che si hanno tanti gradi, per essere in grado di tutto.

Simpliciter: – In grado di tutto?

Complicatibus: – O d’una parte del tutto, l’ultima parte, per essere in grado di tutto, per non essere in grado di nulla.

Simpliciter: – Quanti gradi ci sono?

Complicatibus: – C’è un primo grado, che già interroga.

Simpliciter: – A domanda risponda! Ma Lei, tanto, non risponde mai.

Complicatibus: – Mente la domanda un’offerta che non c’è.

Simpliciter: – Lei non s’offre, appunto.

Complicatibus: – Potrebbe darsi il caso d’un secondo grado, e poi di un terzo.

Simpliciter: – Il terzo grado?

Complicatibus: – O di un grado infinito: un ennesimo grado, se non ci fosse, in questo caso, una condizione, o una congiunzione, ma condizionata.

Simpliciter: – Un’ultima condizione?

Complicatibus:  –  Dunque, se,  anzi ché non il grado zero, ci fosse in vece questo ennesimo grado, il grado infinito, tanto da esser parte di cosa non ha parte, tanto da aver parte di cosa non è parte, la condizione è che il pretesto della premessa sarà di grado maggiore a questo grado infinito.

Simpliciter: – Maggiore dell’infinito?

Complicatibus: – Dicon che: si dice che: uno dice che: tutti dicon che: nessuno dice che.

Simpliciter: – Intende dire le dicerie, le voci in giro?

Complicatibus: – In giro? Chi ha messo in giro questa voce delle voci in giro? Non sarà stato forse Lei? Un’altra volta? Che mi vuol far dire? Ora, qui, non c’è nulla che giri.

Simpliciter: – Una volta o l’altra la faccia finita con questi giri di parole.

Complicatibus: – Lei vuol forse raggirarmi? Che mi vuol far dire?

Simpliciter: – Una volta o l’altra potrebbe dire c’era una volta.

Complicatibus: – C’era una volta?

Simpliciter: – C’era una volta un re.

Complicatibus: – No! Non c’era nessun re.

Simpliciter: – C’era una volta una regina, allora.

Complicatibus: – Una regina? Una regina regnante, una regina reggente? Potrebbe darsi il caso d’una reggente, ma dirla regina è senz’altro un’altra storia di altri tempi, di altri luoghi.

Simpliciter: – C’era una volta che cosa allora?

Complicatibus: – Forse non c’era nessuna volta; ed ora, qui, non c’è nessuna volta.

Simpliciter: – Che cosa c’è, allora?

Complicatibus: – C’è qualcosa? O non piuttosto niente?

Simpliciter: – Niente, non c’è mai niente.

Complicatibus: – Forse  la qual cosa, che regga i fili del nulla dei numeri tutti del sono minuto.

Simpliciter: – Dei numeri tutti? Si e no quattro numeretti.

Complicatibus: – I numeri del sí e del no. E del forse.

Simpliciter: – Del forse?

Complicatibus: – Il quarto numero è il numero del forse.

Simpliciter: – Il tutto cosí resterà in forse. La quarta parte del tutto non arriverà fino in fondo?

Complicatibus: – In fondo in fondo, in questo caso, che è l’ultimo sottocaso, si potrebbe dire.

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

David Foster Wallace – Infinite Jest (prima e seconda visione)

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David Foster Wallace – Infinite Jest (prima e seconda visione) – Einaudi Stile Libero

Premessa:

Il bellissimo saggio Proust e il Calamaro di Maryanne Wolf (Vita e Pensiero 2009),  è  un viaggio appassionato e scientifico attraverso la storia della Lettura. È un libro  che mostra come il modo di funzionare del cervello sia cambiato nei secoli dovendo adattarsi ai vari tipi di scrittura [caratteri cuneiformi (Sumeri) geroglifici (Egizi) e l’alfabeto (Greci e Fenici)]. Di come la capacità cognitiva muti nel corso degli anni, così una persona che legge un classico a diciassette anni ne ricaverà impressioni diverse rispetto a chi lo leggerà a quaranta o sessant’anni, perché la lettura sarà accompagnata dal diverso bagaglio di vita e da lettore accumulato. Così come il lettore che leggerà un libro due volte, a distanza di dieci o vent’anni, per gli stessi motivi, riceverà sensazioni sia emotive che di pura comprensione, completamente diverse. A distanza di tempo potremmo saperne di più sull’autore, letti molti più libri suoi o di altri, eccetera. Questo saggio mi è tornato in mente quando ho cominciato a rileggere Infinite Jest di David Foster Wallace (l’occasione è arrivata grazie alla scelta di Einaudi di pubblicarne l’e-book), rispetto alla lettura che feci  nel 2002 (il  libro era edito allora da Fandango) ne ho ricavato impressioni completamente diverse, perché diverso è stato il mio approccio, diverso è il mio modo di leggere e, soprattutto, è la conoscenza che ho adesso dell’intera opera e della biografia di Foster Wallace. Soltanto su una cosa resto della stessa opinione del 2002: Infinite Jest è un capolavoro assoluto.

Prima visione (estate 2002)

Decidere di leggere Infinite Jest di David Foster Wallace è una scelta. L’autore viene considerato da gran parte della critica americana uno tra gli scrittori più interessanti della sua generazione, la curiosità è tanta. Il romanzo è di circa 1400 pagine, decidere di comprarlo e portarselo dietro (in estate) in metropolitana, richiede determinazione. Il primo capitolo è straordinario, scrittura brillante, geniale, ironica e drammatica nello stesso tempo. L’incipit mette ansia e fa ridere, viene voglia di andare avanti. Quello che viene dopo l’incipit è già un’altra storia, è già completamente diverso. Anche la scrittura cambia di capitolo in capitolo. Lunghi e indimenticabili periodi si alterneranno allo slang dei tossici, a discorsi allucinanti e allucinati, a lungimiranti riflessioni, digressioni, metafisica, futuro, presente, assuefazione, depressione. <<La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano “No!” e “Aspetta!” riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.>>. David Foster Wallace scrive in questa maniera, per il lettore è difficile stargli dietro. Mentre si legge bisogna provare ad aprire la mente, provare a contenere la quantità impressionante d’informazioni, nozioni, personaggi, intrecci che lo scrittore americano riesce a creare. Tra le pagine memorabili ci sono quelle  che si svolgono negli spogliatoi dell’Accademia di tennis: dialoghi stupefacenti. Lo spogliatoio è il luogo dello spaccio di droga, del conforto, dello sfottò ed è il luogo dove i ragionamenti raffinati, illuminanti e colti di Hal Incandenza si realizzano. Infinite Jest è un libro sull’intrattenimento e sulla dipendenza, sul tennis e l’agonismo, sulla competitività. I lettori che entreranno nel mood di Foster Wallace è probabile che se ne  innamorino e che gridino al genio ovunque si trovino. Come si potrebbe fare diversamente parlando dello scrittore che si è inventato un calendario dove gli anni prendono il nome dagli sponsor?

Seconda visione (primavera 2013)

La prima differenza è il peso. Rileggere Infinite Jest in formato elettronico, tenere tutte quelle frasi nel palmo di una mano, tutte quelle note, i personaggi. Ruotare l’E-reader come un giocoliere, avvertire durante la lettura la leggerezza tattile e metaforica di un capolavoro. Chi ha letto l’opera completa di Foster Wallace e la biografia Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi di D.T.Max (da poco uscita per Einaudi), si accorgerà durante la lettura di quanto questo romanzo sia la somma di tutti i tipi di scrittura utilizzati dallo scrittore morto suicida qualche anno fa. Questo romanzo è in realtà composto da tre romanzi e tre tipi di scrittura: Il romanzo che si svolge nell’Accademia del Tennis degli Incandenza, il romanzo che racconta le vicende di Don Gately e della casa di recupero per tossicodipendenti, il romanzo (quasi) di spionaggio che narra le vicende dei separatisti del Quebec (nel futuro in cui si svolge il racconto il Nord America è un’unica nazione formata dagli Stati Uniti. Il Messico e il Canada, denominato O.N.A.N). Le strutture di sfiorano, si inseguono e per forza di cose si intrecciano. Infinite Jest è e resta un romanzo sulla dipendenza e sull’intrattenimento. Su come il secondo dei due aspetti porti, inesorabilmente al primo. È un libro molto divertente, ma come desiderava Foster Wallace, “non troppo divertente”. A distanza di molti anni dalla prima lettura colpisce ancora la miriade di personaggi sulla scena, nessuno improvvisato, nessuno tratteggiato superficialmente. La quantità di battute e citazioni da conservare è impressionante. Ci sono pagine di struggente bellezza e verità, commoventi al punto di star male. “La verità ti renderà libero. Ma solo quando avrà finito con te”. Infinite Jest è il nome della Cartuccia di intrattenimento creata da James Incandenza, chiunque si siederà a guardarla sarà completamente in balìa delle immagini, fino a diventare catatonico e a non riprendersi più. La biografia di Foster Wallace è presente in maniera prepotente in questo libro. La dipendenza (Alcol e antidepressivi) è l’aspetto fondamentale della vita dello scrittore americano, presente purtroppo fino alla fine, così come i centri di recupero, gli alcolisti anonimi, le ore passate in gioventù davanti al televisore (quando non riusciva a scrivere  e per riuscire a scrivere). La gestione problematica degli affetti (Avril Incandenza ricorda per certi aspetti la madre di David). La passione per il tennis e per lo studio. Il suo essere NERD. I suoi problemi a relazionarsi. Le sue ansie. Tutto questo è presente nel romanzo. Ma Infinite Jest non è un romanzo autobiografico, è un romanzo sui mali dell’America, su quello che il mondo sarebbe potuto diventare negli anni duemila. Un romanzo la cui trama è importante ma non è l’unico aspetto che conti. La scrittura di David Foster Wallace è talmente ricca, stimolante, fuorviante, che si è portati a pensare che qualunque argomento avesse trattato l’avrebbe reso interessante (ne Il Re pallido – uscito postumo – avrebbe reso interessante pure la noia). Lui stesso una volta disse che faceva fatica a concepire i periodi brevi, la sintesi, in quanto nella mente umana passavano – più o meno –  ottanta pensieri al minuto. In realtà era la sua mente che viaggiava a una velocità superiore alla media, era la sua curiosità a spingerlo a piegare ogni dettaglio fino allo stremo. La sua voglia di capire era infinita come la sua ansia, ed era così bravo che la sua scrittura riusciva a star dietro alla propria testa. Infinite Jest è un libro di cui la letteratura contemporanea non può fare a meno. David Foster Wallace è lo scrittore che si vorrebbe ancora in vita. Tra appunti su notes, fogli sparsi, pagine battute a macchina, prime stesure, seconde stesure, tagli fatti e non fatti, il romanzo è stato scritto nell’arco di sei, sette, anni e a distanza di molti anni ancora resta meraviglioso. “Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare.”

@ Gianni Montieri

Libri:

Maryanne Wolf – Proust e il calamaro – Vita e pensiero, 2009 (nuova edizione 2012) – traduzione di Stefano Galli (17,00 euro).

David Foster Wallace – Infinite Jest – Einaudi, 2006 (ebook 2013) – traduzione di Edoardo Nesi con Annalisa Villoresi e Grazia Giua (27,00 brossura; 9,99 ebook)

Nota: articolo uscito sul numero 19 (settembre/ottobre) della rivista QuiLibri

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