Giorno: 27 ottobre 2013

La Domenica (il giudizio) e Salvatore Satta

san paolo 2013 - gm

Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona, piegò accuratamente il giornale che aveva letto fino all’ultima riga, riassettò le piccole cose sulla scrivania, e si apprestò a scendere al piano terreno, nella modesta stanza che era da pranzo, di soggiorno, di studio per la nidiata dei figli, ed era l’unica viva nella grande casa, anche perché l’unica riscaldata da un vecchio caminetto.
Don Sebastiano era nobile, se è vero che Carlo Quinto aveva distribuito titoli di piccola nobiltà agli autoctoni sardi che avevano innestato gli olivastri nelle loro campagne (la grande nobiltà con tanto di predicato era quasi tutta cagliaritana, ed era praticamente straniera all’isola): ma il doppio cognome era solo un’apparenza, altro non essendo il Carboni che il nome della madre, aggiunto al Sanna, il vero e unico nome di famiglia, un poco per l’usanza spagnola, un poco per la necessità di distinguere le persone, nella poca varietà dei nomi determinata dalla scarsa popolazione. Ogni bifolco in Sardegna ha due cognomi, anche se poi sull’uno e sull’altro prevale di solito un soprannome, che, se la fortuna aiuta, diventa il contrassegno temuto di una pastorale dinastia. Tipico esempio i Corrales. Il tempo e la necessità han finito col dare una certa legittimità al doppio cognome, e infatti «Sebastiano Sanna Carboni» circoscriveva in lettere tonde lo stemma sabaudo nel timbro ufficiale d’ottone, che Don Sebastiano chiudeva ogni sera gelosamente in un cassetto della scrivania. Poiché Don Sebastiano era notaio; notaio nel capoluogo di Nuoro.
Chi fosse poi questa Carboni che aveva lasciato il suo nome in un timbro, nessuno avrebbe potuto dire. La madre di Don Sebastiano doveva essere morta presto, e nulla è più eterno, a Nuoro, nulla più effimero della morte. Quando muore qualcuno è come se muoia tutto il paese. Dalla cattedrale – la chiesa di Santa Maria, alta sul colle – calano sui 7051 abitanti registrati nell’ultimo censimento i rintocchi che dànno notizia che uno di essi è passato: nove per gli uomini, sette per le donne, più lenti per i notabili (non si sa se a giudizio del campanaro o a tariffa dei preti: ma un povero che si fa fare su toccu pasau, il rintocco lento, è poco men che uno scandalo). L’indomani, tutto il paese si snoda dietro la bara, con un prete davanti, tre preti, l’intero capitolo (poiché Nuoro è sede di un vescovo), il primo frettoloso e gratuito, gli altri con due, tre, quattro soste prima del camposanto, quante uno ne chiede, e veramente l’ala della notte posa sulle casette basse, sui rari e recenti palazzi. Poi, quando l’ultima palata ha concluso la scena, il morto è morto sul serio, e anche il ricordo scompare. Rimane la croce sulla fossa, ma quella è affar suo. E infatti nel cimitero, meglio nel camposanto dominato da una rupe che sembra una parca, non c’è una cappella, un monumento. (Oggi non è più così: da quando la morte ha cessato di esistere è tutto pieno di tombe di famiglia: sa’ è Manca, quella di Manca, come si chiamava, credo dal nome del proprietario anticamente espropriato, è diventata oltre le costose muraglie, oltre gli assurdi colonnati, la continuazione della città imborghesita.) E così questa Carboni si era dissolta nel nulla, nonostante i cinque figli che aveva messo al mondo, e di lei non ricordavano neppure il nome di battesimo, protesi com’erano ciascuno nell’avventura della propria vita. Del resto, oltre questa faticosa avventùra, erano vivi essi stessi, sentivano come vive le persone che il destino aveva legato al loro carro, mogli, figli, servi, parenti?

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Non c’è il minimo dubbio che Pietro Catte in astratto non sia una realtà, come non lo è alcun altro uomo su questa terra: ma il fatto è che egli è nato ed è morto (lo attestano quegli irrefutabili atti), e questo gli dà una realtà nel concreto, perché la nascita e la morte sono i due momenti in cui l’infinito diventa finito, e il finito è il solo modo di essere dell’infinito. Pietro Catte ha tentato di sottrarsi alla realtà impiccandosi all’albero di Biscollai: ma la sua è stata una vana speranza, perché non si può annullare il proprio essere nati. Per questo io dico che Pietro Catte, come tutti i miseri personaggi di questo racconto, è importante, e deve interessare tutti: se egli non esiste nessuno di noi esiste.

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Salvatore Satta – Il giorno del giudizio – Adelphi

Rossella Renzi – inediti

biennale architettura 2010 - foto gm

1.

L’alba accoglie i figli a mani nude
squarcia il buio come il canto della fame.
Non c’è pane per chi resta
sulla soglia della terra.

Tu, osserva l’infermità dei monti
il corpo morto di balena che hai di fronte.
Qui è tutto un crepitare d’insetti
un fermento di piccole cose.

Non sappiamo il guscio duro che ci tiene.

*

2.

Eccolo il buio, arriva senza tregua
la sua carezza fredda
schiude i pugni delle mani
la nostra litania di uccelli solitari.

Ho comete graffiate sulla schiena
verità di cui voglio liberarmi.

*

3.

Perché novembre schiaccia le ombre
ricuce brandelli come pezzi di foglie.
La volpe è ferita sul fianco
le fiorisce una macchia sul manto.

Tienimi le mani nel bianco
nell’ora in cui la luce si piega
il moto dell’acqua che sale
è un’onda che falcia il respiro.

*

4.
Sorveglio da questo ramo troppo alto
che tutto proceda nel migliore dei modi
che non ci siano predatori in agguato
per il corpo, così lieve e ridente
che non si lasci prendere davvero
che la casa per voi sia calda e accogliente
che l’albero che mi ospita vi protegga per sempre
con la sua ombra, il suo silenzio verde.

*

5.

Viene il giorno e ci scopre uccelli
col peso di una rotta in ascesa
le piume arruffate sulla testa
un calore gonfio nel petto.

Tu, non tradire il richiamo della terra
sfiora quel punto posto appena sotto
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::l’anima.
Nell’accordo tra le tue ali e le mie
scoppia l’ora del volo e del canto.

*

Ritratto

Ripetiamo il segno che lascia la pioggia
sulla terra, una danza scomposta di punti,
un canto disperato
per chi non ha imparato
che questo, di alfabeto.

Sono cose così, che rigano la pelle
come il vento che muove le tende
mentre tu rifinisci il mio ritratto,
e mi dici: “mamma,
ti disegno il sangue negli occhi”.

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(Rossella Renzi, inediti 2009-2013)

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Rossella Renzi vive a Conselice (Ra) dove lavora come insegnante.
Sue poesie sono apparse in riviste e antologie poetiche. I giorni dell’acqua è il suo primo libro, uscito nel 2009 per la casa editrice L’arcolaio (Forlì). Dal 2003 è redattrice di “Argo – Rivista d’esplorazione”, per la quale coordina la rubrica di poesia “Pezzi di vetro” (www.argonline.it). Per la casa editrice Kolibris cura il blog “Donne in poesia” (http://donneinpoesia.wordpress.com/). Numerose sono le collaborazioni con riviste di critica e letteratura (“Atelier”, “clanDestino”, “Farepoesia”, “La Mosca di Milano”, “land”). In dialogo col musicista Mirco Mungari ha ideato un progetto di contaminazione tra parola e suono che ha per titolo MOUSIKÈ TECHNE. È tra gli organizzatori del Festival di poesia itinerante “Luoghi diVersi”, realizzato tra le province di Bologna e Ravenna. Si è laureata in Lettere Moderne all’Università di Bologna, con una tesi sull’ultima produzione poetica di Eugenio Montale.