Giorno: 24 ottobre 2013

l’irragionevole prova del nove (gc) – 2

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Complicatibus: – Una volta o l’altra finiranno le possibilità di prima e di poi, e resteranno quelle d’adesso.

Simpliciter: – Adesso, parliamone adesso.

Complicatibus: – Per gradi retrogradi si è dunque arrivati al vero primo primo numero, ad un numero che non è il numero uno, né può esserlo ché ancora a doppia cifra.

Simpliciter: – Un messaggio doppiamente cifrato? Un messaggio cifrato al quadrato?

Complicatibus: – Non ancora quadrato, né tondo, ma solo e soltanto un numero doppio, a due cifre, che non ha per ciò cifra tonda, né quadra, ancora.

Simpliciter: – Per ciò cosa?

Complicatibus:  –  Va ancora sommata l’una all’altra cifra,  non si dica l’uno  al due però, ché non è questo il caso, ma il primo numero o cifra del vero primo primo numero al secondo numero o cifra di esso.

Simpliciter: – La somma del sommo, vero, primo, primo numero?

Complicatibus: – E dunque, questa sommatoria sommaria di cifre dal  vero, primo, primo numero, del prodotto da farsi, come sia, porta via via al primo primo numero e cosí via al primo numero, il quale, essendo tale, occupa la prima parte del tutto.

Simpliciter: – Che strana occupazione quest’occuparsi di numeri: via tutto, La prego! via tutto!

Complicatibus: – Pur tutta via, tutto è fatto di parti, anche il nulla.

Simpliciter: – Particolarmente il tutto. Per il nulla lo si può dire solamente in modo particolare.

Complicatibus: – Mente il particolare una particolarità che non c’è.

Simpliciter: – Che modi! Non son questi i modi!

Complicatibus: – I modi fan la moda del tempo sancita dal tempo.

Simpliciter: – Facciamo almeno in tempo a dire del piú, o del meno soltanto?

Complicatibus: – Non si fa mai in tempo a far nulla, come fare a dire il piú, o il meno soltanto? E poi, c’è ancora da dire il prodotto e da tacere il diviso.

Simpliciter: – Come fare? Come farne a meno?

Complicatibus: – Senza modi né moda, può fare in modo d’indicare, o
potrebbe fare in modo di condizionare, affinché si possa congiungere
l’infinito prodotto da farsi al finito.

Simpliciter: – In che modo se non c’è il tempo nemmeno di dire?

Complicatibus: – Non c’è il tempo di dire: non c’è un tempo per dire del tempo in luogo di dire del luogo; né c’è il luogo: non c’è un luogo per dire del luogo in tempo di dire del tempo.

Simpliciter: – Non c’è unità di tempo e luogo nel prodotto da farsi?

Complicatibus: – Forse il prodotto è non tanto multiplo quanto singolare. Non trova?

Simpliciter: – Singolare davvero!

Complicatibus: – Cosa?

Simpliciter: – Non trovare il tempo.

Complicatibus: – Non trovare il tempo per cosa.

Simpliciter: – Prendiamoci tutto il tempo possibile.

Complicatibus: – Per perdere un po’ di tempo?

Simpliciter: – Per ritrovare un po’ di tempo.

Complicatibus: – Forse per perso o per ritrovato che sia il tempo, dire per cosa si perda o si ritrovi è già il prodotto da farsi.

Simpliciter: – In che senso? Non c’è senso che tenga in questa logica.

Complicatibus: – Mente il senso una logica che non c’è, o un sentire che sia logico.

Simpliciter: – Lei non mi sente.

Complicatibus: – Non c’è mai qualcuno che senta qualcuno. Mente la logica un senso che non c’è. Mentono,  senso e logica, un sentire che non c’è, o una logica e un senso che sian tali.

Simpliciter: – Proviamo in un altro senso: vediamo se sente.

Complicatibus: – Bene, si vede che ha capito l’antifona, la quale è una sorta di controcanto al canto che non c’è, che proprio non c’è, se non minuto, se non improprio.

Simpliciter: – Proprio, improprio: proprio improprio!

Complicatibus: – Non c’è proprietà, se non impropria.

Simpliciter: – Proprio non ce la faccio piú!  nemmeno a.

Complicatibus: – Proprio cosí: né piú né meno, tale è il prodotto da farsi. Proprio cosí: improprio.

Simpliciter: – Sono esausto.

Complicatibus: – Proprio ora?

Simpliciter: – Ora proprio, e senza improprietà.

Complicatibus: – E dunque, essendo senza improprietà, ora non è forse l’ora della proprietà?

Simpliciter: – Che proprietà?

Complicatibus: – L’ha detto Lei: sono esausto.

Simpliciter: – L’ho detto.

Complicatibus: – Bene.

Simpliciter: – Ma che bene?

Complicatibus: – Il bene, i beni della proprietà.

Simpliciter: – Sono esaurito.

Complicatibus: – L’ha ridetto.

Simpliciter: – Ho ridetto cosa?

Complicatibus: – Con l’esaurimento delle risorse del prodotto, ora mai esautorate,  per di piú essendo Lei esausto, le funzioni su: non è da usarsi forse, foss’anche in ultima analisi,  l’inesausta esaustività?

Simpliciter: – Mi sento venir meno.

Complicatibus: – Non si sottragga al prodotto.

Simpliciter: – In che termini?

Complicatibus: – Non si tratta di venir meno al termine del prodotto.

Simpliciter: – Veniamo al termine, invece.

Complicatibus: – Senza mezzi termini?

Simpliciter: – Senza mezzi termini.

Complicatibus: – Né ponendo tempo in mezzo?

Simpliciter: – Senza porre tempo.

Complicatibus: – Senza mezzi termini, né ponendo tempo in mezzo, come termine di paragone si usi solo e soltanto il termine del paragone.

Simpliciter: – La fine del come?

Complicatibus: – La fine del come e del quando, del dire e del tacere: la fine del dove non c’è fine.

Simpliciter: – La finisca.

Complicatibus: – Cosí?

Simpliciter: – Cosí come?

Complicatibus: – Un’altra volta?

Simpliciter: – Un’altra volta cosa?

Complicatibus: – Un’altra volta.

Simpliciter: – Cosa?

Complicatibus: – Un’altra volta come, un’altra volta cosa.

Simpliciter: – Dica qualcos’altro.

Complicatibus: – Qualcos’altro, qualcosa d’altro: ma dire una qual cosa, se pur d’altro, non è dire come cosa dire e non tacere?  Dire di cosa come, e non tacere.

Simpliciter: – Sono muto.

Complicatibus: – L’ha detto ancora. Non può piú essere solo e soltanto un caso, né meno che mai: ora Lei mente. O forse ha sempre mentito?

Simpliciter: – Mentire io? e per cosa?

Complicatibus: – Ecco, per cosa: cosa è il prodotto da farsi: il sono esausto, esaurito, muto; e minuto: un piccolo sono. Lei mente l’io, o un io. Mente l’io un io che non c’è.

Simpliciter: – Un piccolo essere: quel che sono.

Complicatibus: – Ecco dunque la proprietà impropria: non quello è Lei, ma questo. Il primo, vero, primo numero non è che questo minuto sòno, che Lei dice, e non tace;      e forse non a caso.

Simpliciter: – Il sommo, primo, vero, primo numero,  non è che sono? un minuto sono? Lei che dice? non La seguo.

Complicatibus: – Si dìa allora séguito al séguito.

Simpliciter: – Ne conségue che anche il secondo, a seconda dei casi, sia questo e non quello. O no?

Complicatibus: – Potrebbe darsi il caso che sia quello e non questo: mente l’alternanza un’alternativa che non c’è.

Simpliciter: – E pure erano stati detti differenti.

Complicatibus: – Interni al quadrato alterni: differenti, ma con indifferenza; esterni al quadrato senza alternativa: uguali, ma con differenza.

Simpliciter: – Interni dissimili ed esterni consimili?

Complicatibus: – Mente la similitudine un simillimo che non c’è. Non vorrà ricominciare con il come?

Simpliciter: – Verosimilmente.

Complicatibus: – Che mi vuol far dire? Lei mi sta prendendo in giro! Ma non si può, proprio non si può. Chiederò a chi di dovere il diritto di tagliare questa parte. E anche il rovescio.

Simpliciter: – Come tagliare una parte al tutto?

Complicatibus: – Dicendo che è una parte del nulla, una parte da nulla. Non siamo certo personaggî a tutto tondo. Nella storia del quadrato, figurarsi personaggî a tutto tondo? Figuriamoci!

Simpliciter: – Figuriamoli.

Complicatibus: – Non possono aver parte alcuna. La taglierò in quattro parti, questa parte, per farne quattro e quattr’otto: in vero simil mente.

Simpliciter: – Sia piú circoscritto.

Complicatibus: – Si potrebbe provare con dei numeri da circo, con equi equilibristi, con buffi buffoni,  con folli folletti, ma certo anche queste son altre storie, storie di numeri forse d’alta scuola, qui si tratta solo e soltanto di numeri elementari, non immaginarî, senza circo, e senza cerchio.

Simpliciter: – Forse un circolo vizioso, che ancora non quadra, né fa quadrato.

Complicatibus: – Sia meno inscritto: usciamone fuori.

Simpliciter: – Senz’alternativa, da dove uscirne, e per dove?

Complicatibus: – Dal giro tondo. Per ricominciare.

Simpliciter: – Ma senza come né quando, né fine, come ricominciare, e da dove, e fino a che?

Complicatibus: – Fino alla fine del fine che è, e non è, il finito prodotto, da farsi infinito: fino a che sia ipotesi il prodotto per cosa Lei pur anche ipotetica.

Simpliciter: – Sono sfinito: sono ipotetico?

Complicatibus: – Non sa piú dire altro, né meno che mai: ora Lei non fa altro che dire sempre lo stesso sono di sempre; ma ora non è sempre, né mai.

Simpliciter: – Che ora è, ora? La stessa ora? la stessa ora di prima o di poi, la stessa di mai, la stessa di sempre?

Complicatibus: – Forse è solo un periodo.

Simpliciter: – Un periodo di tempo?

Complicatibus: – O un prodotto del periodo.

Simpliciter: – Un prodotto del tempo?

Complicatibus: – Forse. O non ancora. Forse un prodotto periodico, o forse un periodo ipotetico del prodotto: un periodo ipotetico del quadrato, una somma dei quadrati di sotto, o dei sottoquadrati, che, nell’ultima parte del tutto, alla fin fine, concluderà il tutto.

Simpliciter: – Lei rimanda tutto alla fine.

Complicatibus: – Tutto rimanda alla fine. La fine, in vece, rimanda al nulla.

Simpliciter: – Rimandiamo?

Complicatibus: – Rimandiamo la fine. E riandiamo: da capo a capo.

Simpliciter: – A capo di che? Non c’è capo che tenga.

Complicatibus: – Dunque, detto del secondo numero che…

Simpliciter: – Mi detta prima la sua proprietà?

Complicatibus: – Ordunque, la prima proprietà del secondo numero…

Simpliciter: – La prima proprietà? Quante ne ha?

Complicatibus: – Diverse.

Simpliciter: – Diverse perché differenti?

Complicatibus: – Diverse perché differenti e insieme indifferenti.

Simpliciter: – La differenza somma?

Complicatibus: – Al contrario mente la differenza una somma ancora da farsi. Questo secondo numero, il vero secondo numero, che occupa la seconda parte del tutto, va ancora scomposto.

Simpliciter: – Lei usa per i suoi numeri modi molto scomposti.

Complicatibus: – Va sommato il primo numero o cifra del secondo numero con il secondo numero o cifra di esso. Van sommati per sottrarre, a che la cifra doppia, il numero doppio, o il doppio soltanto, vengano ridotti all’unità.

Simpliciter: – L’unità. Il numero uno.

Complicatibus: – No, non il numero uno, ma solo e soltanto un numero che non è, né piú né meno, né questo né quello. O forse questo. O forse quello.

Simpliciter: – Questo forse, forse quello: pari sono?

Complicatibus: – L’ho detto: né piú né meno.

Simpliciter. – Sono dispari, allora.

Complicatibus: – Né piú che piú pari, né men che meno dispari.

Simpliciter: – Allora non sono nulla: sono uno zero.

Complicatibus: – Cosa che tenda non allo zero, ma ad uno zero, dunque non alla forma sua, che è tonda, né al contenuto suo: sono senza potere dispari, e senza potere pari, sono potenziale zero: sono, son minuto sono;  e son minuti.

Simpliciter: – Ha contato i minuti?

Complicatibus: – Ha i minuti contati?

Simpliciter: – Limitatamente.

Complicatibus: – Mente il limitato un limite che non c’è.

Simpliciter: – Si limiti!

Complicatibus: – Lei è forse senza limiti?

Simpliciter: – Si limiti ai fatti, all’esposizione dei fatti.

Complicatibus: – Che fatti?

Simpliciter: – I fatti di questi minuti: i conti dei fatti.

Complicatibus: – I conti son presto fatti.

Simpliciter: – Faccia presto.

Complicatibus: – Una volta scomposto il doppio, ed esposta l’unità, si tratta di comporre il prodotto dei primi due numeri.

Simpliciter: – Quali primi due numeri?

Complicatibus: – I primi detti inesatti.

Simpliciter: – Mi detta prima la proprietà?

Complicatibus: – La proprietà impropria dell’esatta inesattezza?

Simpliciter: – Ebbene?

Complicatibus: – L’improprietà del bene o la proprietà del male?

Simpliciter: – La proprietà del bene, vorrà dire; e l’improprietà del male: non è cosí?

Complicatibus: – Bene o male, si son detti parti dell’errore.

Simpliciter: – Nati dal caso? nati per caso?

Complicatibus: – Nati dal bene della cosa per la cosa.

Simpliciter: – Come lavorare il prodotto della proprietà del bene nell’errore?

Complicatibus: – Appunto con il prodotto da farsi.

Simpliciter: – Cioè?

Complicatibus: – Il primo numero, che non è un numero primo, che è il primo numero dei numeri non primi: ricorda? Il secondo numero, che è un numero primo, ma non il primo né il secondo: ricorda?

Simpliciter: – Il quattro e il tre?

Complicatibus: – Il quattro nella prima parte, il tre nella seconda, a seconda dei casi, o del caso soltanto: non è un caso la parte del tutto?

Simpliciter: – I parti e le parti,  non a caso e a caso: non intendo cosa intende, né intendo piú intendere.

Complicatibus: – E pure, trattandosi di parti del tutto, quasi dei sottoquadrati del quadrato, piú che casi forse posson dirsi sottocasi: sottocasi della parte di sopra. La parte di sopra, con le prime due parti e i primi due numeri, quali che siano o sono, ricorda?

Simpliciter: – E la terza parte?

Complicatibus: – Il loro prodotto, il prodotto dei primi due numeri, quali che siano o sono,  che è da farsi finito.

Simpliciter: – Il dodici?

Complicatibus: – Pur tuttavia, anche il dodici è un numero doppio, è anzi il numero doppio per eccellenza, o forse per vocazione.

Simpliciter: – Vochiamolo, allora.

Complicatibus: – Composto, è un prodotto del prodotto dei primi due numeri, il quattro e il tre, che occupano le prime due parti del  tutto, quelle di sopra; scomposto, ha prodotto i primi numeri dei numeri primi, l’uno e il due, i primi due numeri dei numeri tutti, che, non a caso, non hanno parte nella parte del tutto, nel quadrato in questione, se non taciuta.

Simpliciter: – Sono perplesso: non mi capacito.

Complicatibus: – Lei non può capacitarsi, essendone pieno oltre modo, se non appunto oltre il modo e i modi.

Simpliciter: – Sono pieno di cosa?

Complicatibus: – Lei ne è pieno.

Simpliciter: – Sono pieno di Lei? Sono pieno di Lei, ne sono pieno: non ne posso davvero piú.

Complicatibus: – Sí, nega affermando di non poterne piú di quel che… no:
afferma negando non di meno. L’ha detto piú e piú volte, non ne può
fare a meno: sono pieno di Lei? Mille millanta volte.

Simpliciter: – Lei millanta.

Complicatibus:  –  Che altro sommare, di fatti,  se non questi fatti sommarî, se non la somma dell’uno e del due, se non la somma dell’uno e dell’altro numero, dell’una e dell’altra cifra?

Simpliciter: – La cifra del bene?

Complicatibus: – Dell’uno e dell’altro soltanto? senza cifre né numeri?

Simpliciter: – Bene.

Complicatibus: – Bene o male, il dodici essendo composto dal prodotto del prodotto dei primi due numeri, lo si potrebbe dire un sottoprodotto, un prodotto di scarto, da scartare.

Simpliciter: – Scartiamolo. Come una carta da gioco senza valore, senza numero alcuno.

Complicatibus: – E pure, la carta da gioco senza numero alcuno, non è forse quella con massimo valore? Questo valore aggiunto, questo plusvalore,  è dato appunto dall’essere, – è della carta che si parla, – pur non avendone nessuno, i numeri tutti.

Simpliciter: – Le dò carta bianca, pur di finirla.

Complicatibus: – Il folle folletto, il jolly, il fool, non può non aver carta bianca, ma queste son altre storie d’altri numeri: numeri e storie da tacere.

Simpliciter: – Un numero soltanto. Un numero per volta. Non piú numeri doppî, a doppia cifra, né i numeri del doppio tanto di meno.

Complicatibus: – Le due cifre di questo numero doppio han da essere sommate per sottrarne la differenza e farle indifferenti al differire l’una dall’altra.

Simpliciter: – Non differisca, allora. Non differisca oltre questa somma.

Complicatibus:  –  Dunque, se prima  il primo e il secondo numero detti per primi, quelli che erano stati detti inesatti perché non proprio primi né veri, ora il terzo numero, prodotto dalla somma delle cifre del prodotto appunto di questi numeri non esatti, di codesti primi e secondi numeri, quel terzo numero, ora, che occupa la terza parte del tutto, la prima di sotto, dopo la prima e la seconda di sopra, questo numero, prima non detto, ma solo e soltanto alla fine, ora, che è la fine della terza parte, codesto terzo numero è dunque il numero tre.

Simpliciter: – Sia conciso.

Complicatibus: – Il terzo numero è dunque il numero tre.

 

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l’irragionevole prova del nove – 1 

Francesca Genti – L’arancione mi ha salvato dalla malinconia

l'arancione (una delle cover più recenti)

Francesca Genti – L’arancione mi ha salvato dalla malinconia – ed. Sartoria Utopia – euro 10,00

 

«Io ne uso parecchio di materiale pop nella mia scrittura, ma il significato che gli do non è affatto diverso dal significato che aveva per altri scrittori, cent’anni fa, parlare di alberi, di parchi e di andare ad attingere l’acqua al fiume. È semplicemente il tessuto del mondo in cui vivo.» Parto da questa frase dello scrittore americano David Foster Wallace per entrare nel mondo di Francesca Genti. Il percorso poetico della Genti è molto lungo e ricco e più volte è stata accostata la parola “pop” ai suoi versi. Sbagliando e sminuendo, se per pop s’intende semplice, commerciale (e anche sull’accezione negativa che si dà a quest’ultima ci sarebbe parecchio da dire). Facendo centro se invece si pensa al pop come materiale/linguaggio da utilizzare in scrittura e qui torniamo alla citazione di partenza. Francesca Genti è una poeta del nostro tempo, che nel nostro tempo nuota, tira su la testa, respira, nuota ancora, si sporca nella sabbia, cammina sulla riva, e poi sulle macerie e le macerie le colora e canta. Il materiale pop è ovunque intorno a noi, il pianeta, il nostro quartiere, la nostra casa, sono materiale pop. Noi siamo materiale pop. Ma siamo romantici, dolci, incazzosi, ingenui, stronzi, attenti o distratti, felici e infelici, innamorati o meno, come sempre e da sempre. Se il tempo è questo, se siamo questo, è profondamente sensato e inevitabile che un peluche, un televisore, un parco giochi di periferia, un bullone raccontino uno stato d’animo, una malinconia. Così come continueranno a farlo un cielo azzurro o un mare. Ecco cos’è la poesia di Francesca Genti, è la dimostrazione che un temporale, una stellata, un vaffanculo e un tostapane possano stare sullo stesso foglio di carta, come in un perfetto ingranaggio. Se tutto questo non bastasse, e L’arancione mi ha salvato dalla malinconia ne è l’ennesima conferma, la Genti possiede qualcosa che pochi hanno (o che pochi usano in poesia): fantasia e immaginazione. Non è affatto poco. Per questo quando si legge questo libro si ha l’impressione a volte di essere in un fumetto, a volte in un dramma, a volte in un film, spesso dentro gli stessi pensieri di chi ha scritto. Questo è un libro fatto di stati d’animo, di vita interiore che cambia il paesaggio esterno a seconda dell’umore, di osservazione che restituisce la realtà in maniera mai scontata ma sempre per quella che è. La Genti ha un controllo perfetto della metrica, della musicalità, sa giocare con la rima e rinunciarci. La poeta sa essere sintetica (la rara forma d’accelerazione mentale cara a Brodskij) e sa concedersi un dilatarsi delle strofe quando è necessario. L’arancione mi ha salvato dalla malinconia è anche una lunga dichiarazione d’amore alla vita, lasciata rimbalzare tra amici, perduti e nuovi amori, madri, gatti, case/cose. Mentre scrivo, questo libro artigianale ideato e costruito da Edizioni Sartoria Utopia (casa editrice della stessa Genti e di Manuela Dago) è giunto alla quarta edizione, nel tempo ha cambiato carta, copertina, colore, ma non ha mai perso forza.

***

 @ Gianni Montieri

***
Il sito di Sartoria Utopia

***

NOSTRA SIGNORA DELLʼAZZURRITÀ

tutta la bellezza è struggimento
ma se penso alla cima del dolore
la associo soprattutto a un colore:
lʼazzurro primavera è il mio tormento.

il sole a fine aprile mi fa orrore
il pericoloso caldo appiccicato
il pazzo desiderio che mi invade
di liquefarmi azzurra nel creato.

Il tenero smottare del cemento
sotto il mio passo di cane vagabondo
cercando gentilezza per la strada

lʼabbraccio infedelissimo di un mondo
che mi considera un cane col cimurro
che mai potrà comprendere lʼazzurro.

***

LE MASSICCIATE DI VIA FERRANTE
APORTI

Ascolto il canto della città consustanziato
di clacson e cardellini
-movimento- .

Nel cielo blu Yves Klein cʼè un reggimento
di giganti che giocano alle nuvole,
coriandoli cullati dentro il vento:
plastilina metafisica che forma
tigri, cavalli, astri in movimento.

Tutto quello che da testimone sento
mentre inabissa il viola della sera
è lʼavanguardia dello struggimento
è lʼinvasione della primavera.

***

TUTTE LE MADONNE DELLA SERA

lente, primitive, in fila indiana
aspettando la Novanta nella sera
nel tramonto che rossiccio si dipana
aspettando nella sera una visione:
un gancio che disceso giù dal cielo
le ascenda a ultraterrena dimensione.

tutte le madonne della sera
estatiche davanti alla TV
aspettando dai programmi-verità
un messaggio, un segno, un dejavu:
la certezza che tutto quello strazio
sia la prova della loro santità.

tutte le madonne della sera
in plotoni verso i disco-pub
inguainate nei tanga e nei push-up
aspettando che un cristo di qualcuno
penetri lʼimene della noia
liberandole dalla loro castità.

tutte le madonne della sera
in vacanza il quindici di agosto
al collo un crocifisso di diamanti
al guinzaglio di uomini arroganti
aspettando un unico miracolo:
incontrare al mare degli amanti.

tutte le madonne della sera
genuflesse davanti alle vetrine
contemplanti con facce da cretine
giacche, minigonne, polacchine
arrancanti sopra tacchi molto alti
aspettando lʼApocalisse: i saldi.

tutte, tutte, tutte. e così sia.

***

LA DOMENICA È UN PICCOLO AGOSTO

un morso, una maledizione,
un piccolo mostro, pura morte:
una storia da zucchero marrone.