Giorno: 22 ottobre 2013

Mai più senza #2: “Il profumo”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

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Il profumo di Patrick Süskind, caso letterario alla sua uscita nel 1985, si trova nella comoda posizione di un best seller che aspira a diventare un classico. Libro godibilissimo, accessibile, intrigante, a guardarlo con occhio smaliziato rivela tutta la sapienza tecnica di un marchingegno ben gestito, di un’invenzione ben giostrata, elementi che fanno parte di una maniera intelligente di intrattenere ma che non bastano a fare un’opera d’arte.
Eppure.
Chi scrive non parlerà in terza persona. Torno spesso a questo libro: spesso mi ritrovo a consigliarlo, specie a chi si interessi, in qualsiasi forma, di creazione. Perché credo di intravedere nei suoi sotterranei, nella sua intelaiatura, una quantità stratificata di interpretazioni e senso, e, mano a mano che le letture sottraggono invece di aggiungere significati, un insegnamento profondo e necessario. In questo stesso istante, la difficoltà nel recensirlo è il sapere che la mia lettura è più che provvisoria ai miei stessi occhi; la volontà di recensirlo risiede in quell’insegnamento, solo punto fermo.

La trama del libro sarà nota. È la parabola di vita, scritta con passo di fiaba, di Jean-Baptiste Grenouille, genio degli odori nella Francia del XVIII secolo. Quanto a grazia, il romanzo non lascia nulla al caso: il narratore ha pazienza della nostra predilezione per la vista e ci accompagna con piccole descrizioni; conosce la nostra tendenza all’empatia e tratteggia ogni comprimario ma mai oltre il necessario; viene incontro al nostro bisogno d’ordine con una struttura a trittico con chiusa. “Compostezza” è la parola adatta per la forma di questo romanzo, che sarebbe, senza questa accortezza, insopportabilmente torbido.
Nella prima parte seguiamo Grenouille dalla nascita alla sua formazione. Rifiutato da tutti per la sua mancanza di odore («È posseduto dal demonio») e per la sua inquietante volontà di conoscere il mondo annusando («i suoi sentimenti più teneri, i suoi pensieri più turpi erano nudi di fronte a quel piccolo naso»), Grenouille nasce già concavo, come sognano gli artisti e gli asceti. Dopo un’infanzia anaffettiva arriva la sua alfabetizzazione, la sola possibile:

Nel sole di marzo, mentre era seduto su una catasta di ceppi di faggio che scricchiolavano per il caldo, avvenne che egli pronunciasse per la prima volta la parola «legno». Aveva già visto il legno centinaia di volte. Lo capiva anche, infatti d’inverno era stato mandato fuori spesso a prendere legna. Ma il legno come oggetto non gli era mai sembrato così interessante da darsi la pena di pronunciarne il nome. Ciò avvenne soltanto quel giorno di marzo, mentre era seduto sulla catasta. […] Non vedeva nulla, non sentiva e non provava nulla. Si limitava soltanto ad annusare il profumo del legno che saliva attorno a lui e stagnava sotto il tetto come sotto una cappa. Bevve questo profumo, vi annegò dentro, se ne impregnò fino all’ultimo e al più interno dei pori, divenne legno lui stesso, giacque sulla catasta come un pupazzo di legno, come Pinocchio, come morto, finché dopo lungo tempo, forse non prima di una mezz’ora, pronunciò a fatica la parola «legno». Come se si fosse riempito di legno fin sopra le orecchie, come se il legno gli arrivasse già fino al collo, come se avesse il ventre, la gola, il naso traboccanti di legno, così vomitò fuori la parola. […] D’altro canto la lingua corrente ben presto non sarebbe più bastata a definire tutto ciò che aveva immagazzinato sotto forma di concetti olfattori. […] Che la terra, il paese, l’aria, che a ogni passo e a ogni respiro erano colmi di un odore diverso e quindi animati da un’identità diversa, potessero essere definiti soltanto da quelle tre grossolane parole… tutte queste disparità grottesche tra la ricchezza del mondo percepito con l’olfatto e la povertà del linguaggio facevano sì che il ragazzo Grenouille dubitasse del senso del linguaggio in genere.

È la formazione precocissima di un artista («anzi, più ancora, sapeva persino combinarli tra loro soltanto con la fantasia, e in tal modo creava dentro di sé odori che nel mondo reale non esistevano») il cui dominio ci resta sconosciuto, perché fisiologicamente lontano da noi. Ma il messaggio è chiaro: Grenouille ha in dono la facoltà di percepire l’essenza delle cose. Inclusa la più potente che sia data provare a un essere umano: una sera, una scia di profumo mai sentito porta il ragazzo a una fanciulla che sbuccia albicocche.

 Per la prima volta non era soltanto il suo carattere avido a subire un’offesa, era proprio il suo cuore a soffrire. Aveva la strana impressione che quell’odore fosse la chiave per classificare tutti gli altri odori, che non si capisse nulla degli odori senza aver conosciuto quello, e che lui, Grenouille, avrebbe sprecato la sua vita, se non fosse riuscito a possedere quell’odore unico. Doveva averlo, non per amore del mero possesso, bensì per la pace del suo animo. […] Doveva conoscerlo fin nei minimi dettagli, fin nell’ultima e più minuta delle sue particelle: ricordarlo soltanto nel suo insieme non gli bastava. Voleva imprimere come un marchio questo profumo da apoteosi nel caos della sua anima nera, analizzarlo con la massima esattezza e da allora in poi pensare, vivere, annusare soltanto secondo le strutture interne di questa formula magica.

E Grenouille lo fa con l’omicidio. Percepita l’essenza della bellezza, percepita l’essenza dell’amore, l’involucro è per lui nient’altro che scarto. All’inizio agisce con l’unico scopo di immergersi senza ostacoli nell’essenza; poi (ed è qui che il libro inizia la sua vera volata) con una ostinazione creativa che lo spingerà a desiderare di creare il profumo perfetto, a mettere al mondo – come sua opera, e non come dono al mondo stesso – quella bellezza che è il suo unico sostentamento.
Per fare questo, il talento non basta. Quando, nella terza parte, Jean-Baptiste incontrerà Laure, avrà dalla sua anni di apprendistato, consapevole che nessun genio può fare a meno della tecnica, sia pure per superarla. Avrà dalla sua questo, e sette anni di nigredo nel fondo di una grotta, e la consapevolezza di non avere odore, di essere uno stadio più vicino a quel «grande alambicco, che inond[a] tutto il mondo con il suo distillato autoprodotto».
Perché Grenouille, si è detto, è concavo; talmente concavo da poter distillare l’amore, da coglierne l’essenza e poterlo riprodurre. Eppure troppo concavo per far parte del suo circuito.

Di cosa parla, in realtà, la storia di omicidi che compone Il profumo? Quale parabola di vita ci racconta con il suo tono di fiaba? Chi è, davvero, Jean-Baptiste Grenouille?
Si legga il libro, si scelga quale via percorrere: Süskind non ne chiude alcuna.
Grenouille è un uomo privo di odore e di sentimento, ossessionato dal bisogno di possedere entrambi; simile a un Erik ritirato nei sotterranei dell’Opéra per lo strazio del rifiuto, ma del tutto disinteressato a quello che comunque pretende di ottenere: un essere umano per niente meritevole di simpatia, incapace di offrire amore come di desiderarne, ma brutalmente ostinato e riceverne.
Oppure, via che non esclude l’altra e che chi scrive preferisce, Grenuille è un artista, e più precisamente maestro per intuito di arte alchemica. Del profumo – della bellezza – Grenouille non ama lo scorrere, il divenire, il godere, l’essere per lui, ma il segreto che il suo talento naturale, che supera le possibilità biologiche della sua specie, gli permette di intuire e distillare. Di ciò che tutti possiedono e di cui lui, da sprovvisto, è vero padrone, Grenouille può trasmutare la materia prima nel suo ultimo stadio filosofale.
Ma come non è umanità quella che prevede omicidio, così è forse creazione quella che non prevede rinuncia? È arte quella che non considera offerta? Grenouille persegue un’Opera che resti sua, non soffre perdita, e ignora (sacrificare, allo stato metaforico, sarebbe già diverso: ma qui c’è ignoranza pura dell’esistenza altrui) la vita che a quest’Opera dà linfa.
Molte altre vie interpretative sarebbero percorribili, e il romanzo non ha mai smesso – tra i due poli del disgusto e dell’entusiasmo – di far discutere, a riprova della grande potenza del non-detto e dell’uso mai ostentato di una profonda conoscenza del simbolico. Ma la domanda che si sente affiorare dal libro a ogni lettura è: può esistere forma di genio, se sotto non c’è uomo? Può esistere opera, se dietro non c’è vita?

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Patrick Süskind (Ambach, 26 marzo 1949) è uno scrittore, drammaturgo e sceneggiatore tedesco. Ha esordito nel 1981 con il monologo teatrale Der Kontrabass (Il contrabasso), ma la fama mondiale è arrivata nel 1985 con il romanzo Das Parfüm. Ha pubblicato, in seguito, Die Taube (Il piccione, 1987), Die Geschichte von Herrn Sommer (La storia del signor Sommer, 1991), l’antologia di prose Drei Geschichten und eine Betrachtung, tradotto in Italia con Ossessioni. Tre racconti e una riflessione (1995), e il saggio Über Liebe und Tod (Sull’amore, sulla morte, 2006). In Italia è pubblicato da Longanesi, Tea (Il profumo, La storia del signor Sommer) e Corbaccio (Opere, 2011).
Estremamente riservato, Süskind vive in un paesino del Sud della Francia; concede rarissime interviste e ha declinato il conferimento di molti premi letterari tedeschi, tra cui il Gutenberg, il Tukan e il FAZ.