Giorno: 21 ottobre 2013

Stefania Crozzoletti – Erba di casa mia

berlin eastside gallery - foto gm

Erba di casa mia

 

“Lei era bella, ma bella davvero
e allora sai perché
quando venni, venni dentro di me”

(Diaframma, “Io ho freddo adesso”)

*

a M.

 

Era il tempo delle mooooreeee…!!!”. Era un grande ammiratore di Mino Reitano, mio padre. Gonfiava i polmoni e cantava felice, prima di schiantarsi sul divano, ubriaco fradicio, dopo dieci ore di fabbrica. Sprofondando, spalancava gambe e braccia e salutava il mondo, il suo paese di qualche migliaio di anime da dove era uscito solo per fare il militare e per il viaggio di nozze. Condivideva con chi lo stava ad ascoltare la gioia di essere vivo. Aveva una gran bella voce, soprattutto dopo aver bevuto con gli amici al bar prima di cena. Arrivava a casa barcollante, rosso in viso, con gli occhi lucidi, prendeva mia madre tra le braccia e la faceva ballare, soffiandole addosso il suo fiato velenoso. Mai una volta è arrivato a casa arrabbiato. Al contrario, il vino lo rendeva affabile. Mangiava di gusto, parlava dei compagni di lavoro, scherzava con noi figli, ci chiedeva della scuola, degli amici. Era una bella persona. La fatica della fabbrica, una piccola fabbrica di mobili che stava ad un paio di chilometri da casa, lo ha ucciso, stroncato senza chiedere il permesso, subito dopo la pensione. Lui però non si è mai lamentato: amava mia madre, la sua famiglia, la vita fatta di cartellini da timbrare, straordinari fuori busta, una sosta al bar prima di cena e le canzoni di Mino Reitano. Anche mia madre lavorava in fabbrica, aveva le mani rotte a forza di cucire tomaie. La domenica si vestiva bene, si truccava e andava a messa, accompagnata da mio padre che durante il tragitto fischiettava fiero al suo fianco.

Eravamo sul finire degli anni settanta. Nella bassa pianura veronese, così come in tante zone del nord dell’Italia, c’era lavoro per tutti. Nascevano e prosperavano tante piccole imprese, laboratori artigianali che producevano scarpe, abbigliamento, mobili. Prodotti a basso contenuto tecnologico e ad alto tasso di manodopera non specializzata. Per lavorare, bastava guardare gli operai più esperti ed imparare. Il salario non era granché, ma c’era un’opportunità per tutti, bastava rimboccarsi le maniche e non pensare. Da noi non arrivavano le rivendicazioni sindacali delle grandi imprese, le idee dei movimenti operai delle città. Nemmeno ne sentivamo l’odore. Da noi non esistevano lotte per ottenere più diritti. Titolare e operai lavoravano insieme, fianco a fianco, con un unico scopo: produrre. L’unica differenza era che il padrone faceva i soldi, gli operai no. Ma tutto questo era nell’ordine delle cose; qualche volta capitava che un operaio intraprendente diventasse imprenditore, si facesse una bella casa che era un tutt’uno con il capannone dove lavorava giorno e notte e si comprasse un’auto nuova da mostrare agli ex-colleghi, più ammirati che invidiosi.

Nella nostra famiglia non mancava nulla, ci volevamo bene. La mamma mi trattava come un principino, papà cantava le canzoni di Canzonissima. Mia sorella mi aiutava nei compiti, cucinava per me quando nostra madre si fermava al lavoro per far fronte a qualche commessa urgente. A scuola me la cavavo, in qualche modo. Non brillavo, stavo nel mazzo. Non mi piaceva studiare, amavo stare fuori con gli amici, girare in bicicletta. In terza media sono uscito con un “sufficiente” e un calcio nel sedere: pronto per la fabbrica. Volevo il motorino, era il mio unico desiderio. Non c’era il rischio di rimanere disoccupati, il lavoro c’era, anche per un quattordicenne che sapeva solo fare le impennate con la bici. Sono entrato nella fabbrica dove lavorava mio padre, ogni giorno partivamo insieme, in bicicletta. La Fiat 126 veniva usata solo in caso di neve o pioggia.

Era il tempo delle moooreeee…!!!!”. Per me, giovane operaio in una fabbrica di mobili della bassa  veronese, iniziò – non so come – il tempo delle droghe. Cioè, lo so, ma è difficile ricostruire la sequenza degli eventi, pensare ad una data precisa, la scintilla da cui tutto è partito. Lavoravo tutto il giorno e, dopo cena, mi trovavo con gli amici davanti alla sala giochi del paese. Dalle nostre parti non si parlava di politica, di libri, di cinema. Almeno, non davanti alla sala giochi. Nemmeno di calcio si parlava, non ci interessava nemmeno quello, era roba per ragazzini.  Parlavamo poco, solo qualche suono gutturale, sì, no e boh, un grugnito e un rutto ogni tanto, per rompere la monotonia.

Ci trovavamo, ragazzini di quindici o sedici anni, senza l’assillo dello studio, il pensiero delle lezioni del giorno dopo. Semplicemente stavamo appollaiati sui nostri motorini (perché era arrivato, il motorino, con i primi soldi guadagnati in fabbrica), a guardarci l’un l’altro come mucche al pascolo. Poi [durante la sagra del paese, o era appena passato il circo?] salta fuori una canna, qualcuno [il Vale?] la porta, dice che è un regalo [del Toma, o era il fratello?]. Accade che iniziamo a ridere, ci sentiamo leggeri. Ci piace. Non facciamo del male a nessuno, in fondo. È solo fumo. Non è il fumo della rivoluzione, dei ribelli, degli intellettuali in cerca di ispirazione, di chi vuole dimenticare qualcosa, soffre per amore e ha ferite da lenire. È fumo e basta. Noi stiamo bene, e continuiamo.

Ci accompagnava la musica. Fumo e musica. Le ragazze ci piacevano, ma la sera non ne trovavi molte, in giro. Aspettavamo il fine settimana, per poterle vedere, per innamorarci di loro, per accompagnarle a casa dopo un pomeriggio trascorso a passeggiare in città, tenendo loro la mano, provando a baciarle. Interi pomeriggi senza fumo. La domenica sera recuperavamo il tempo perduto, in un posto appartato appena fuori paese. Solo poche parole per raccontare i nostri amori. Guardavamo imbambolati la luna.

Incontrai gli occhi belli di Marta. Era una ragazza seria, Marta. Non beveva, non fumava, non usciva la sera. Frequentava le magistrali, aveva voti altissimi. Mentre io lavoravo in fabbrica, lei stava chiusa in casa a studiare. Mi voleva bene, anche se conosceva i miei vizi. Forse mi voleva redimere. Mi faceva quasi paura, tanto era giudiziosa, temevo di romperla. Si faceva baciare, ed erano baci meravigliosi, dolcissimi, ma non si poteva andare oltre. “No”, diceva con un sorriso angelico, la mia esile fanciulla. “D’accordo…”. Pazientavo, tenevo a freno gli slanci e i desideri delle domeniche pomeriggio. La rispettavo, non volevo forzarla in alcun modo. La sera fumavo, mi calmavo e sorridevo del mio amore casto e tenero.

Quando si è giovani gli eventi tendono a precipitarti addosso. Corrono veloci, si inseguono, inciampano. Spesso c’è ben poco da fare. Marta usciva poco, io avevo tanto, troppo tempo per bighellonare, per fare, come dire, esperienze. In paese girava una compagnia di ragazzi più grandi. Noi quindicenni li guardavamo da lontano. Avevamo un certo timore ad avvicinarli, erano alieni incarogniti. Furono loro a fare il primo passo, portandoci in dono altro fumo, sigarette di contrabbando e, alla fine, eroina.  E ragazze. Diverse da Marta, tanto per capirci.

Da cosa nasce cosa? Beh, sì, ma io preferisco pensare che si aprano tante possibilità, diverse alternative. Dipende dai passi che fai. Si può stare fermi, eternamente nello stesso punto. Proseguire con calma, facendo attenzione agli ostacoli, aggirandoli con maestria. Fare un’inversione a U, tornare all’origine dei guai, imparare a gestirli, godendosi consapevolmente le care, vecchie abitudini. O andare avanti con gli occhi bendati, alla velocità della luce, per vedere “l’effetto che fa”. Io, coglione, sono andato avanti. Nonostante gli occhi belli di Marta, accompagnato da Francesca, prorompente e generosa come poche.

Francesca. Mi prese per mano e mi portò in una casa abbandonata, in aperta campagna. Vi lascio immaginare il resto. Ero un quindicenne senza esperienza, ha fatto tutto lei. Non potevo fare altro che lasciarmi condurre, seguirla, assecondarla. Stordito, praticamente impazzito, ho fatto tutto quello che mi ha chiesto. Mi bucavo con lei, spacciavo, rubavo. Nella mia testa di adolescente c’era un’idea quasi romantica del nostro rapporto: belli e dannati, soli contro il mondo.

Le circostanze ti saltano addosso e ti sotterrano, se non le controlli. Lasciai Marta, una domenica pomeriggio: poche parole, “sto con un’altra”, le sue lacrime, le amiche che tentavano di consolarla. Senza saperlo, le stavo regalando un futuro. Io invece mi stavo scavando la fossa. Sarei tentato di raccontarvi tutto, proprio tutto, degli anni passati con Francesca, dentro e fuori dalla prigione, i processi, le preoccupazioni, il dolore della mia famiglia, ma a dire il vero ricordo ben poco. Anestetizzato, andavo dove gli eventi mi portavano.

E se tutto corre, è anche vero che ad un certo punto, senza preavviso, le cose si fermano e rimangono sospese per aria. Poi ripartono, ma seguono un copione completamente diverso da quello a cui eri abituato. Uno stravolgimento. È il punto del cambiamento, di un nuovo inizio. O della fine, dipende.

Francesca rimase incinta. Eravamo talmente fatti da non riuscire nemmeno a capire cosa ci stava accadendo, l’unico pensiero era procurarsi l’eroina. Nient’altro. Ma Francesca aspettava un bambino e qualcosa bisognava pur fare. I suoi genitori decisero di mandarla in comunità.  Entrai anch’io in un centro di recupero. Ci salutammo e ci ripulimmo. Nacque il bambino, ma non mi permisero di vederlo. Mi arrivò solo una sua foto, chiusa in una busta, “è nato Matteo, Dio è con lui”, e non capivo, davvero non capivo cosa c’entrasse Dio con mio figlio. Dovevo rimanere in comunità, fare il bravo, avere pazienza.

A volte le cose che accadono sono palloni gonfi e ingombranti. Ti bloccano la strada e tu non puoi far altro che aspettare che si svuotino. Non hai aghi per far uscire più velocemente l’aria, puoi solo sperare nel tempo che passa, passa per forza. Francesca e il bambino tornarono a casa. “È diversa”, disse mia sorella quando venne a trovarmi in comunità, “ha una croce al collo, i capelli raccolti. Sembra una vecchina, ha la faccia di una che ha visto la madonna. Ha fatto battezzare Matteo, ora frequenta assiduamente la parrocchia, i gruppi di preghiera. È cambiata, insomma, è un’altra donna”. Non mi venne a cercare, la dama caritatevole. Io pensavo sempre più spesso a Marta, lei santa dall’origine, chissà che fine aveva fatto, la mia dolce ragazza che avevo lasciato per una che prima mi ha lanciato nel vuoto e poi si è incollata al crocefisso.

Uscii dalla comunità, pulito e confuso. Andai a trovare Francesca, ma lei trovava mille scuse, non mi voleva parlare. Scocciata, mi dedicò due minuti:  “è finita, la mia vita è cambiata, è tutta colpa tua (mia?). Il bambino sta bene, ma tu non lo devi vedere. Ho deciso di crescerlo da sola”. Potevo insistere, arrabbiarmi, piangere, spaccare tutto, implorare, andare da un avvocato. Decisi di non fare nulla, di lasciare le cose come stavano. Tornai alla fabbrica, questa volta senza mio padre. Usavo la sua bicicletta, era il mio modo per tenerlo in vita. Abitavo con mia madre, lei aveva ancora qualche anno davanti, prima di andare in pensione. L’aiutavo in casa, cucinavo, ci facevamo compagnia la sera, davanti alla televisione. Piano piano, rimisi insieme i pezzi. Senza Francesca, senza Matteo. Senza Marta, la mia madonna: seppi che si era sposata con un commercialista, viveva in città.

Senza che tu lo voglia, le cose si muovono, si trasformano, accadono. Non ho mai deciso niente. Anzi no, due scelte le ho fatte: lasciare Marta e rinunciare a Matteo. Per il resto, hanno fatto tutto gli altri, nel bene e nel male, io mi sono limitato ad assecondare le spinte. Le ultime: il matrimonio con Luisa, impiegata della fabbrica dove lavoro, donna forte e sicura, la nascita dei nostri due figli, la promozione a capo-reparto, la nomina a Presidente della locale Associazione Amici Tennis da Tavolo, la perdita dei capelli.

Fanno tutto gli altri, nel bene e nel male. Qualche giorno fa, è arrivata una telefonata di Francesca: “Domenica prossima Matteo farà la Prima Comunione. È un giorno importante, devi essere presente”. Non l’ho mai visto, Matteo, se non in foto.

Sto andando alla cerimonia, come un sonnambulo, non mi faccio domande. Non ho mai detto di no a Francesca.

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©stefania crozzoletti, inedito 2013