Giorno: 19 ottobre 2013

“Uno zero più ampio”: cento poesie di Emily Dickinson tradotte da Silvia Bre

È da pochi giorni uscito per Einaudi il volume Uno zero più ampio, raccolta di cento poesie di Emily Dickinson a cura della poetessa e traduttrice Silvia Bre.
Sono convinta che Emily Dickinson sia tra quegli autori il cui nome basti a far affiorare una costellazione intima e mentale, una mappatura della propria esperienza di lettore appassionato o occasionale, un percorso più o meno coinvolto, benedetto o accidentato. Qui si parlerà, dunque, solo della possibilità di leggere alcuni suoi versi in una nuova versione italiana.
Già una volta, con la raccolta Centoquattro poesie (Einaudi, 2011), mi sono sentita fortunata a poter godere in italiano dei versi della poetessa di Amherst attraverso il lavoro di un poeta acuto e rigoroso come Silvia Bre, abile nel maneggiare quella galassia linguistica e tematica che fa della Dickinson l’autore dei salti vertiginosi dal filo d’erba alla rotazione siderale. Ma anche dello strappo e della calma gelida, dell’amore acuminato, selettivo, dell’abbandono subìto quanto imposto, del mistero, ora doloroso ora aggraziato, della morte. Anche in questa seconda raccolta, Emily Dickinson mostra il suo volto assieme violento e composto, compresenza che non potrebbe esistere senza un’estrema esattezza di pensiero, di ritmo e di linguaggio.
A questo si attiene la nuova versione. Da un lato, la scelta antologica percorre l’estrema varietà dei temi affrontati dalla poetessa nel corso della sua produzione; dall’altro, la traduzione si tiene ferma al proposito di rispettarne timbro e sfumature senza la minima interferenza.
«Curandomi di non togliere, e soprattutto di non aggiungere»:(1) questo, fin dalla prima raccolta, è stato il metodo della poetessa e traduttrice. Ne è derivata una lingua snella, fedele il più possibile al portamento dell’originale, sia nella leggera severità di andamento del verso, sia nel tono dei suoi contenuti; non si smussano forze né si esasperano dolcezze: nessuna possibilità di senso è deviata o caricata con aggiunte o precisazioni.
Ospite (e guardiana) di un passaggio, Silvia Bre si è imposta l’essenziale. In questo modo l’italiano segue le torsioni e le giunture del pensiero di una poetessa mai semplice eppure sempre chiara: ogni nudità resta nudità, ogni enigma è enigma. E se traspare la lotta serrata del traduttore con ogni singolo verso, battaglia che non perdona distrazioni, è per la levità del risultato finale.

(1) Nota di S. Bre in Centoquattro poesie, cit.

© Giovanna Amato

It might be lonelier
Without the Loneliness –
I’m so accustomed to my Fate –
Perhaps the Other – Peace –

Would interrupt the Dark –
And crowd the little Room –
Too scant – by Cubits – to contain
The Sacrament – of Him –

I am not used to Hope –
It might intrude upon –
It’s sweet parade – blaspheme the place –
Ordained to Suffering –

It might be easier
To fail – with Land in Sight –
Than gain – My Blue Peninsula –
To perish – of Dellight –

[405]

Si può essere più soli
senza la solitudine –
Mi è così consueto il mio destino – 
Forse l’altra – pace –

interromperebbe il buio –
e affollerebbe la piccola stanza –
troppo esigua – in metri – per contenere
il sacramento – di lui –

Non sono abituata alla speranza –
Potrebbe irrompere –
La sua dolce sfilata – profanerebbe il luogo – 
consacrato al soffrire –

Potrebbe essere più facile
soccombere – con la riva in vista –
che arrivare – alla mia azzurra penisola –
e morire – di gioia –

 

The Martyr Poets – did not tell –
But wrought their Pang in syllable –
That when their mortal name be numb –
Their mortal fate – encourage Some –
The Martyr Painters – never spoke –
Bequeathing – rather – to their Work –
That when their conscious fingers cease –
Some seek in Art – the Art of Peace –

[544]

I martiri poeti – non dicevano –
ma plasmavano in sillabe il tormento –
perché all’offuscarsi del nome mortale –
quel mortale destino – desse a qualcuno forza –
I martiri pittori – mai parlarono –
lasciarono – invece – dire all’opera –
perché al fermarsi delle dita sapienti –
qualcuno cerchi nell’arte – l’arte della pace –

 

A loss of something ever felt I –
The first that I could recollect
Bereft I was – of what I knew not
Too young that any should suspect

A Mourner walked among the children
I notwithstanding went about
As one bemoaning a Dominion
Itself the only Prince cast out –

Elder, Today, A session wiser,
And fainter, too, as Wiseness is
I find Myself still softly searching
For my Delinquent Palaces –

And a Suspicion, like a Finger
Touches my Forhead now and then
That I am looking oppositely
For the Site of the Kingdom of Heaven –

[959]

Sempre ho sentito una perdita di qualche cosa –
La prima volta che posso ricordare
ero stata privata – non sapevo di cosa
Troppo piccola perché qualcuno sospettasse

che una in lutto vagava tra i bambini
ciò nonostante me ne andavo in giro
come chi rimpiange un dominio
di cui ero il solo principe in esilio –

Più grande, oggi, una sessione più saggia,
e anche più stanca, com’è la saggezza
mi scopro ancora a cercare di nascosto
i miei inadempienti palazzi –

e un sospetto, come un dito
mi sfiora la fronte ogni tanto
che io stia cercando al contrario
la sede del regno dei cieli –

Cinque poesie di Lorenzo Mari da “Nel debito di affiliazione” (L’arcolaio, 2013)

Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L'arcolaio, 2013)

Nel debito di affiliazione

A cosa potrà servire –
non alla mano del padre,
non all’etimo del nonno:
casomai potrà addurre motivo
soltanto al taglio

e all’abrasione. E con il vuoto
dell’incavo nudo, dei nudi semi,
contribuire, infine, a
piovere il niente – oppure
.                                           a colmare la terra.

.

.

Punto gotico

Non restano che le spoglie
di chi salì alla linea gotica cantando,
birre moretti nella sacca, fingendo
nuove resistenze. Il punto è mancato
alla linea, alla storia, giocando

di singolare luce, come una delle poche lucciole
che qui ancora si contano, come sulle Langhe,
e ormai cosa dare in luogo della carne
della memoria – neanche il merito
dell’osceno può restare oggi

alla carne dei mezzi padri,
già nera perché già scura:
non è più esposta
non è ancora ritirata –

sono ladri di ricotta e di quaglie:
è carne ormai sicura.

.

.

Un asso nella manica

Guardando più a fondo, gli occhi del padre
sono dolci, in qualche modo,
quando smettono gli occhiali,
quando li inforcano. Il debito

non è soltanto nel capitale,
né unicamente nella mano
che si protende, da sola,
sul gioco di carte, sul tavolo.

Se al gioco delle lenti presiedono
i secoli, cosa vorrò mai dire di mio
a quel punto, anche avendo
un asso nella manica.

.

.

La fatica di smettere i panni di guerra

La fatica di smettere i panni di guerra
si misura al tramonto, con una luce
sempre di taglio, implacabile
sul corpo. Orecchio proteso, in fondo,
che cerca musiche, come sempre:
una consolazione, per le beatitudini sole.

.

.

Tutto al tutto, niente al niente

Spingi per la schiena spezzata
le vittime al ritorno – chiedono
piccole guerre private, ed eccole
su un vassoio di argento. Chiedono
un moschetto, una baionetta,
un arco, un coltello, uno stilo:
le armi bianche che ti restano.
Concedi tutto: è la lunga distanza,
il giro della lingua, a determinare
il fatto che ormai la tua parola
ha chiamato tutto al tutto
e ha poi risposto
la voce mancante
come d’eco: niente
al niente.

.

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Si sta in attesa di un chissà sin dalle prime battute della nuova raccolta di Lorenzo Mari, uscita da non molto per L’arcolaio (editore che già pubblicò Minuta di silenzio, nel 2009). Si sta in attesa di un segno e queste poesie non si sottraggono a questa attesa («poesia d’apnea» è una delle possibili definizioni date da Giacomo Cerrai nella prefazione), consapevoli che una «voce mancante / come d’eco» può pure rispondere «niente al niente». E così questi versi si fanno testimoni di questa e di altre mancanze, di ogni debito contratto dal ‘figlio’ se vogliamo in quell’affiliazione proposta nel titolo riconoscere un tanto di paternità cui volgere lo sguardo.
È una raccolta matura questa di Mari, perché matura è la lingua (anche dura, dove spesso si incontra il lessico militare a sottolineare un costante assetto di guerra, se non fosse che questa guerra è stata persa prima ancora dello scoppio della prima mina da una generazione alla quale è stato sottratto e quindi negato il presente prima ancora del futuro); maturo è il segno; matura la direzione della riflessione (come notato dalla puntuale lettura di Viola Amarelli).
Eppure la parola resiste e lotta, e la poesia si fa testimonianza civile – malgrado Cerrai preferisca non considerare ‘civile’ questo nuovo capitolo di Lorenzo Mari – di tutto questo, (pro)seguendo il discorso di Giuliano Mesa, sempre più, giustamente, autore-faro della poesia contemporanea che cerca di (ri)fondare una propria idea di tradizione. [f.m.]

Lorenzo MariLorenzo Mari (Mantova, 1984) è dottorando in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato le raccolte di poesia Libere sequele (Gazebo, 2004), Pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, 2007) e Minuta di silenzio (L’Arcolaio, 2009). Traduce dall’inglese (Bless Me Father, Compagnia delle Lettere, 2011, in collaborazione con Raphael d’Abdon) e dallo spagnolo (Canto e demolizione. Otto poeti spagnoli contemporanei, Thauma, 2013, con Alessandro Drenaggi e Luca Salvi). Insieme a Luigi Bosco, Davide Castiglione e Michele Ortore coordina il sito letterario “In Realtà, La Poesia” (www.inrealtalapoesia.com).