Giorno: 13 ottobre 2013

La Domenica (l’opera struggente) e Dave Eggers

parigi - foto gm

DI LÀ DALLA FINESTRA ALTA E STRETTA DEL BAGNO il cortile di dicembre è grigio e triste, gli alberi si stagliano calligrafici. Fuori il vapore di scarico dell’asciugatrice si alza in pesanti volute, sfilacciandosi e avviluppandosi nel cielo bianco.
La casa è un bordello totale.
Mi tiro su i pantaloni e torno da mia madre. Attraverso il corridoio, supero la lavanderia e di lì passo in sala da pranzo. Mi chiudo la porta alle spalle, smorzando il rumore delle scarpe di Toph che rotolano dentro l’asciugatrice.

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Siamo in troppi, sono in troppi. Troppi, Troppo simili. Che ci fanno tutti qui? Questo starsene in piedi, seduti, parlare. Non c’è neppure un tavolo da biliardo, delle freccette, niente. Semplicemente un gran cazzeggiare, perdere tempo, bere birra da boccali di vetro spesso… Ho messo a repentaglio la mia vita per questo? Urge che accada qualcosa. Qualcosa di grosso. La conquista di qualcosa, che ne so, di un edificio, una città, un paese. Dovremmo tutti armarci e conquistare dei piccoli stati. Oppure dovremmo organizzare dei tafferugli. Oppure no, delle orge. Ecco, ci dovrebbe essere un’orgia. Tutta questa gente. Dovremmo chiudere le porte, abbassare le luci e spogliarci tutti insieme. Potremmo cominciare noi, K.C. e Jessica, e poi via alla grande. Allora sì che ne varrebbe la pena, allora sì che tutto troverebbe una giustificazione. Potremmo spostare i tavoli, portare dei divani, dei cuscini, degli asciugamani, degli animali di peluche… Ma tutto questo… tutto questo è osceno. Come possiamo starcene qui a parlare di nulla, invece di correre come un’unica fiumana di gente verso qualcosa, qualcosa di enorme, e ribaltarlo? Perché ci diamo la briga di venire qui in così gran numero, se poi non appicchiamo nemmeno un incendio e non facciamo a pezzi tutto quanto? Come osiamo starcene qui senza chiudere le porte, sostituire le lampadine a luce bianca con altre rosse, e dare inizio a un’orgia di massa in un gioioso mescolarsi di braccia gambe e seni? Che spreco.

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Ho bisogno di una comunità di persone, ho bisogno di riscontro, ho bisogno d’amore, di comunicazione, di dare e di prendere – se mi ameranno, sanguinerò. Fammi provare. Lascia che ci provi.

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Dave Eggers – L’opera struggente di un formidabile genio – Mondadori – Traduzione di Giuseppe Strazzeri

Ivano Ferrari – La morte moglie

ferrari

Ivano Ferrari – La morte moglie – Einaudi 2013 – euro 10,00 – ebook 6,99

 

 

«Questo / è il pianeta dei bagliori / scoppia e si estende con chiarezza convulsa / il lampo dello sparo.»  Le poesie di Ivano Ferrari sono come sassi, grida, che partono da un posto in mezzo al buio, così, con forza, apparentemente senza prendere alcuna mira, colpiscono dove possono, dove devono: al cuore, all’orecchio, agli occhi, alla mente. Le poesie di Ferrari sono senza padrone, senza guinzaglio e preda di chiunque abbia il coraggio e la voglia di sentire. Nella poesia contemporanea ci sono molti buoni libri, dei quali, una volta letti, non ci si ricorda di un singolo verso. Per La morte moglie accade il contrario, la potenza dei testi fa il proprio mestiere, scuote il lettore e molti sono i versi a restare fissati nella memoria. Il libro è formato da due sezioni: Le bestie imperfette e La morte moglie.
La prima parte comprende testi che risalgono al periodo di Macello (Einaudi, 2004 – ebook 2013); la seconda parte, come il titolo suggerisce, raccoglie poesie scritte in morte della consorte del poeta. Come nota bene Antonio Moresco in quarta di copertina, la prima parte coglie il dolore animale, la seconda il dolore umano. Ivano Ferrari ha, però, un ulteriore punto di forza, rappresentando, come su un palcoscenico, prima pubblico e poi più intimo, il dolore universale. Assoluto. «La bestia morente / agonizza da sola / perché nessuna cosa / avviene tra le braccia.» e «Duro come sangue rappreso / e morbido come il midollo di un vitello / sono così se non addirittura uguale.» Queste due poesie fanno parte della prima sezione, eppure, per certi aspetti, potrebbero far parte della seconda. Il dolore pare qualcosa che mette una di fronte all’altra due solitudini. Quella di chi muore («perché nessuna cosa / avviene tra le braccia») l’animale o la malata terminale, e quella di chi resta in vita («sono così se non addirittura uguale») il mattatore o il parente prossimo, l’amato. Uno specchio immaginario marca un confine tra il carnefice e la bestia, tra l’uomo e la donna che muore. Specchio che allo stesso tempo riflette, non condanna né assolve, ma mostra compassione. Chi nella morte di un altro vede già un po’ della propria sta comprendendo, si sta riconoscendo. Se nella prima parte la durezza, a volte, lascia il passo alla pietà, nella seconda, la sventura della malattia perde nei confronti della dolcezza, dell’amore totale di chi accompagna in ogni gesto, ogni ricordo. « Non hai la faccia / che avevi un’ora fa / i lineamenti si sono mossi / si tratta di staccare ogni parola / dalla carne / per dire cosa fa gola a un uomo.» Poesie che mettono i brividi, che prendono alla gola e non ti lasciano. Sempre Moresco sottolinea come Ferrari non sia quel che dovrebbe essere, ovvero un poeta centrale della nostra letteratura. È vero, Ferrari è poco conosciuto, appartato, ma i suoi versi sono già al centro della nostra poesia, sono fatti per durare nel tempo, li leggeremo a lungo e li leggerà chi verrà dopo di noi. Per una volta, infine, invece del solito gioco che provi a spiegare da quale solco del Novecento provenga la poesia di Ivano Ferrari, di chi siano i suoi maestri, proviamo a farne un altro che è una specie di augurio: speriamo che vengano, non troppo tardi, poeti che possano chiamarlo maestro. «Hai gli occhi fissi sul dimesso / che in ogni scandalo è naturale / allora guardami bene in faccia / vivere da morti non è difficile.»

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© Gianni Montieri