Giorno: 12 ottobre 2013

Anteprima: l’irragionevole prova del nove

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Tra qualche giorno pubblicheremo a puntate, qui su Poetarum Silva, l’irragionevole prova del nove di gc alias teqnofobico chiocciola. A mo’ di introduzione pubblichiamo oggi una nota di Francesco Carbone. Buona lettura!

Chi sono Simpliciter e Complicatibus? Si può citare l’inizio di Jacques il fatalista e il suo padrone: «Comment s’étaient-ils rencontrés ? Par hasard, comme tout le monde. Comment s’appelaient-ils ? Que vous importe ? D’où venaient-ils ? Du lieu le plus prochain. Où allaient-ils ? Est-ce que l’on sait où l’on va ?…». Ma in questo caso, almeno in apparenza, niente di picaresco. Ogni viaggio è già stato fatto, foss’anche da altri, e la landa è beckettiana. Simpliciter e Complicatibus conoscono però tutto dell’ilare fatica del comunicare: lì sono sfrenatamente picareschi. Appena uno dei due dice una parola, questa si apre e da se stessa ne nascono altre. All’infinito, e infatti non c’è inizio né fine: né capo né coda. Se per l’uno non ci fosse l’altro, probabile che il discorso si blocchi all’istante. Simpliciter e Complicatibus danzano, e, come in ogni danza, si muovono certo non per andare in un qualche luogo. Il titolo, “La prova del nove”, avverte che il gioco potrebbe essere matematico, tra foreste in cui i numeri però si rivelano simboli baudelairiani. Forse però non è che un incipit, o un pre-testo. Il dis-corso prende pieghe sue a cui i due disarmati (Bouvard e Pecuchet rinati dopo Godot?) obbediscono senza resistenze. In nome di cosa, del resto? Nella loro pura inconcludenza si può sospettare un metodo: il fatto che i numeri li rimandano a discutere del tempo… Il tempo stesso, che i numeri pretenderebbero di contare, si rivela ben poco cronometrico, ma aperto “aiòn” dai ritorni chissà se davvero eterni, chissà se davvero circolari. Simpliciter e Complicatibus sono due grammatici che non sanno se stanno obbedendo alla sintassi: possono solo parlare per scoprirlo. Ricerca inevitabile e vana: come nel teorema celebre di Gödel, occorrerebbe un punto di vista fuori del linguaggio per rompere il sistema in cui sono imprigionati? Sono domande che si fanno, e forse non se ne fanno altre. Sono vittime del metalinguaggio che, invece di chiudere il codice precedente in una comprensione, li fa a accedere a lande di linguaggio geometricamente proliferante. Del resto come potrebbero evitarlo? Hanno un rispetto complice e amoroso per il controsenso che ogni parola e ogni frase cova in sé palesemente. Così, un passo verso la luce genera uguale e contrario un contropasso nell’ombra. Simpliciter e Complicatibus sono le vittime di una verità che Oscar Wilde ridusse a epigramma: che di una frase vera è vero anche il contrario. E due non si stancano e non rinunciano. Accettano stoicamente che le parole dicono delle cose più delle cose, e le lasciano dire. Un nominalismo estremo rigoroso e carnascialesco apre “la realtà”, anche dei numeri, verso vie di fuga che si contraddicono infinitamente. In quanto grammatici che si specchiano, sono due specchî che si ripetono: mise en abîme però non simmetrica. Anche se siamesi l’uno per l’altro, i due uomini specchio si riflettono curvandosi, frangendosi, caleidoscopizzandosi: appena uno dei due lancia all’altro una parola bianca, l’altro gli fa da prisma e la moltiplica in tutti i suoi colori: un gioco quantistico senza fine plausibile.

Vincenzo Costantino Cinaski: Chi ride ultimo ride solo (intervista)

Foto di Giorgio Alto

Foto di Giorgio Alto

Il nome di Vincenzo Costantino Cinaski è legato a doppio filo a quello di Vinicio Capossela; diversi spettacoli musicali e poetici realizzati insieme, tributi a John Fante e la pubblicazione del libro “In clandestinità”, scritto a quattro mani. Dopo l’uscita di “Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare” (per Marcos y Marcos), Cinaski a novembre del 2012 ha pubblicato (un po’ a sorpresa) il disco “Smoke (parole senza filtro)”. Nel disco c’è molto amore, per la musica e per la parola, per la città di Milano e per la vita. C’è malinconia ma c’è anche speranza. Francesco Arcuri ha curato la produzione artistica coadiuvato nella produzione tecnica da Taketo Gohara. Nel disco firme importanti come quella di Folco Orselli (È bellissimo), Stefano Edda Rampoldi (Epitaffio), Simone Cristicchi (Sera di pioggia), Michele Di Toro (“Polvere di stelle”), Alessandro Asso Stefana (“Terra”) e, naturalmente, Vinicio Capossela (“Le cento città”). Ne abbiamo parlato in questa intervista.

La prima volta che ho sentito parlare di te è stato quando un’amica mi ha regalato “Poesie e storie brevi: chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare”. Da quel momento ho iniziato a seguirti e avrei immaginato di tutto tranne che tu potessi incidere un disco. Cosa ti ha spinto a realizzare “Smoke (parole senza filtro)?
Provocazione, inizialmente; poi mi sono divertito e ho pensato alla tradizione orale della poesia. Comunque avevo anche voglia di cantare.

L’album è pieno di collaborazioni di un certo livello, da Edda a Simone Cristicchi, da Vinicio Capossela a Alessandro “Asso” Stefana. Come sono nate?
Sono tutti o quasi vecchi amici, e con gli amici si gioca spesso, avevo voglia di contaminare con altri mondi le mie parole e sentire altri punti di vista. È scambio.

Nel disco canti “Where have all the flowers gone?” di Pete Seeger (ricordo una bella versione di Joan Baez), “Bird on the wire” di Leonard Cohen e “Il poeta” di Bruno Lauzi. Come mai queste tre scelte?
Sono molto legato ad alcune canzoni che hanno rappresentato momenti nella mia vita. Queste tre sono anche esse legate a momenti particolari e nel caso de “Il poeta” di Lauzi l’ho sentito come un atto dovuto alla poesia di cui quel piccolo grande uomo era pregno.

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Foto di Roberto Finizio

Tu e Fabio Mercuri avete riadattato “La caccia ai lupi” di Vladimir Visotskij. Il brano, ascoltabile su soundcloud, sarà aggiunto nella ristampa del disco. So che un museo polacco a lui dedicato ti ha chiesto due copie dell’album. Ce ne vuoi parlare?
Altro brano legato a un momento di vita e alla voglia di indipendenza. Il brano non è ancora su disco, ma ci sarà presto e oltre al museo, che non so come ci sia arrivato, abbiamo avuto l’apprezzamento personale di Marina Vlady (la compagna di Visotskij) che mi gratifica quanto un premio musicale. Mi piace e quando mi piace qualcosa di solito non è un bel segnale per il paese… Ahahah.

Per la prima volta hai composto anche la musica di un pezzo, “Il Re del Bar”. Com’è andata?
Bene. Avevo la musica in testa e ho scritto sopra le parole. È dedicato a Fred Buscaglione, che mi ha tenuto compagnia molto spesso.

Il titolo è un omaggio al film di Wang e Auster con Harvey Keitel, così come il tuo appellativo Cinaski deriva da “Storie di ordinaria follia”. Deduco che per te il cinema è molto importante.
Certo cinema sì. È stato una grande spalla. Billy Wilder, per esempio. Mi piacciono le storie, degli effetti speciali non me ne frega un cazzo e tantomeno di scoprire un colpevole. Mi incuriosisce il racconto, l’attimo insignificante.

Per fare una battuta, quando hai registrato il disco eri consapevole che, comunque fosse andata, avresti ottenuto un risultato migliore della maggior parte dei ragazzi usciti dai talent?
Era la mia paura. Per fortuna ho il talent di non prendermi sul serio.

Qual è la musica che ascolti?
Non ne faccio una questione di genere, non sono un fan. So accettare, da chi amo, anche il fatto di ascoltare che ogni tanto fanno qualcosa di brutto, per me, e ammetterlo. Mi piace molto la musica in acustico, senza percussioni e batteria, strumento e voce. Billy Bragg è uno dei miei preferiti.

Facendo un salto nel passato, torniamo un attimo al tuo Caffè Chinaski: dopo otto anni, ha chiuso i battenti. Cosa ti ha insegnato “L’affondamento del Cinastic”?
A stare lontano dai clienti di un bar come il mio.

Nel 2000 a Milano si formò il Caravanserraglio. Cinque anni in compagnia di Folco Orselli, Flavio Pirini, Gianni Resta, Stefano Tessadri e Concetto Serranò. Cos’è cambiato da allora e, soprattutto, com’è cambiata Milano?
Noi siamo invecchiati e cresciuti, Milano è solo cresciuta senza saper invecchiare con la sua storia e cercare di mantenersi giovane si diventa patetici. Oggi, in questa Milano, non lo rifarei.

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Vinicio Capossela non ti vuole proprio portare con lui in tour per promuovere Smoke?
Tra amici queste faccende non si fanno. Lui mi ha incoraggiato a fare il disco e ha messo a disposizione il suo studio (La Cupa), ma camminiamo ognuno sulle proprie gambe e ogni tanto, quando ci viene voglia, camminiamo insieme.

Pensi che in futuro ci sarà un seguito o “Smoke” resterà un episodio isolato?
Vista la situazione in un mondo che non conoscevo personalmente, quello discografico, la voglia mi è passata. Ma sono caparbio, le sfide mi piacciono e mi sono divertito a cantare; se ne faccio un altro ci saranno molte più canzoni, anche composte da me. Al momento sto scrivendo canzoni con Cesare Malfatti (La Crus) e anche questo mi diverte.

Cosa ne pensi della Poesia oggi in Italia e chi leggi con piacere?
Non ci penso, è come pensare a cosa c’è in frigo quando hai fame, quello che trovo mangio. Il frigo scarseggia. Leggo con piacere chi scrive con piacere e cognizione di causa.

Ultima domanda: ho letto che “chi ride ultimo ride solo”. Vuoi dirci qualcosa dei tuoi progetti futuri?
Sono tanti. In questo momento sono concentrato sulla prossima raccolta di poesie e racconti che vedrà luce in inverno, spero. Poi c’è teatro, un romanzo in cantiere ormai da troppo tempo, e camminare di più, anche senza meta, anzi soprattutto. Perché chi ride ultimo ride solo.

© a cura di Marco Annicchiarico