Giorno: 9 ottobre 2013

Anna Maria Ortese: «qui è la vita». Alcune poesie e una nota

Annamaria-Ortese

Anna Maria Ortese (Roma 1914 – Rapallo 1998), fu un’autrice in polemica con la realtà del suo tempo, spinta da un estremo bisogno di sincerità, profondamente ancorata al quotidiano nella propria narrativa oltre che nell’inchiesta giornalistica, nella scrittura di viaggio e nella poesia. Due i volumi in cui possiamo leggerla, che comprendono testi scritti tra il 1930 e il 1980: Il mio paese è la notte (1996) e il di poco successivo La luna che trascorre (1998); entrambe le raccolte son edite da Empirìa di Roma.
Per questa mia breve introduzione e accesso ai testi, mi servirò dell'”orecchio critico” di Anna Toscano, che qui** ha fatto una ricognizione attorno alla poesia di Ortese. Quello poetico è infatti un filo che segue tutta la vita dell’autrice, che va di pari passo alla scrittura in prosa – ed è ad essa parallela -, e che pare chiaramente fare da controcanto alla scrittura pubblica. Una scrittura che resta privata, un progetto di vita infine pubblicato, che non riesce ad ottenere riscontro da parte della critica sebbene qualcuno ne avesse già parlato e l’avesse stimata, come Amelia Rosselli e Attilio Bertolucci, «per la “pazzia stilistica”». Alcune poesie escono infatti già in riviste, ad esempio in «Nuovi Argomenti», tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, o antologie tra cui Otto secoli di poesia italiana (Newton Compton, 1993). Infine, ecco le raccolte, che non sono «mai davvero rivedute dall’autrice, in quanto non ha mai contato molto su di loro, non le hai mai ritenute meritevoli di attenzioni. Lei stessa le riconosce meritevoli d’attenzione poi, dicendo: – Hanno accompagnato tutte le stagioni della mia vita – o quasi -, e preceduto la scrittura dei libri in prosa -».
La prima raccolta, prefatta da Ortese stessa l’1 giugno 1994, contiene testi scritti sin dal ’32-’34, ed è divisa in dodici settori e in due sezioni, con indicazione dell’anno di scrittura; qui contenuti testi «con aspetto di poesie», testi perciò con un “ritmo”; «mai composte, obbedirono a un impulso espressivo o emotivo comune a molte persone, anche se non hanno frequentato scuole». Molti i temi affrontati: dal «paese mediterraneo, […] all’ansia di qualche verità, la paura, la solitudine e la notte […] a una intolleranza del vivere – del mondo, che si fa sempre meno saggia.»
La seconda raccolta viene alla luce da una selezione di testi di Giacinto Spagnoletti, cui è affidata appunto la curatela del volume, che segue da vicino il lavoro poetico di Ortese, già presentissimo nel romanzo Il porto di Toledo (escluse dalla selezione di oggi); i temi già enunciati, si sentono ribaditi anche qui, e soprattutto quello della solitudine che definisce per Spagnoletti uno stretto “rapporto di fratellanza” tra Ortese e Leopardi, che meriterebbe una maggior indagine e attenzione. Le due raccolte, per concludere un discorso dal taglio parzialmente scientifico, non son state sottoposte ad analisi filologica. Quelle che abbiamo tra le mani non sono dunque edizioni critiche.
Ma ritornando all’autrice e a ciò che emerge dall’analisi precedentemente intrapresa, possiamo dire che in Ortese vi sia sempre un intenso e costante autobiografismo lirico; per questo l’etichetta, il titolo possibile a definire per intero la sua poesia, secondo Toscano, potrebbe essere «qui è la vita […] vita come didascalia a cui mettere un ordine [mai] messo». Il suo è uno stile «autonomo, indipendente, fortemente soggettivo e autodidatta, lontano da scuole e modelli; le sue poesie sono una rêverie» in cui il senso del tempo segue un battito interno, peculiare, «intimo. E ad una prima lettura l’impressione che si ha, è di un grande dolore e di una grande fatica […] inevitabile data la sua adesione alla vita, sia in prosa sia in versi.» Un senso di “estraneità” vigente, al conformarsi letterario anche, che si ravvisa già nella categoria d’analisi del tempo («tutti i tempi sono umani, tutti credono di sentirsi immutevoli finché non passano», A. M. Ortese 1994). Questo “sentirsi straniera” di Ortese, si configura con una capacità di dare luce a degli istanti, illuminare «dosare [sapientemente] luci e ombre», ai limiti del “sogno”. I testi scelti dunque, seguono un percorso all’interno della sua opera poetica, soggettiva e forte, oggi da riscoprire «in un viaggio molto faticoso ma bellissimo [perché] qui è la vita».

Alessandra Trevisan

da Il mio paese è la notte

ADDIO, PAESE (I sezione n.d.r.)

1930-32
ALBERI BEVA E FIUMI

Ma quanto vissi? E sempre

Sono tant’anni, forse
sono secoli ormai che la dolcezza
di risvegliarmi provo, di vedere
intorno a me le cose conosciute,
spente, e le vive. Sono forse secoli.
Ma quanto vissi? E sempre
mi sveglierò a toccare
i mali miei, le amate
cose d’intorno? Come calmo è il sole
sulla mia faccia, sopra le mie mani,
eppure un giorno finirà.
.                                                 Non voglio,
pensare a questo. Chi raccoglie al mio
posto le voci che raccolsi? Il mesto
saper di vita chi raccoglie, mio?
Ma quanto tempo vissi! Ora mi pare
la vita sfumi, e non vorrei: ché buono
ha sapore, di pane.
Scaldami, Sole, vieni qui. Ho timore
freddo che il Sole ora si stanchi, e guai
se questo avviene, se si fredda il Sole.
Come svegliarsi una mattina, e piove
nero sui vetri, e gridano campane
funeste. Male. Che risplenda il Sole
sopra le mani mie voglio, e penètri
fino nell’ossa, e le consoli e prema.

*

fino al 1952
CALABRIA

Perché ricordarmi di voi?

Perché ricordarmi di voi?
Che cosa mi avete fatto?
Mi avete soltanto urtata,
gettata a terra, accecata,
e io, quando mi staccai
dalla mia casa vedevo il cielo.

Mandatemi vicino un cane
che mi lecchi le piaghe;
ma no! e neppure un uccello,
e neppure toccatemi
con un fil d’erba,
ché soffrirei atrocemente.

Allontanate il cielo,
la campagna, le strade,
le voci, i nomi, la vita
così grave, così grave.

*

1953-60
LA NATURALEZZA DI QUESTA VITA (III sezione di questo blocco, n.d.r.)

Il diverso

Il diverso da questi si allontana
che urlando vanno il nome per le vie,
frenetici di nome. Ignora il nome
che ebbe, il diverso; se ne sta guardando
dentro di sé i giardini che non vide,
senza nome, e le viole che disperse.
Se ne sta senza nome voce gridando,
rotto dalla stanchezza della sera,
della casa lontana; e tutto ride
a lui intorno, e lo strazia. E non è vero.

IL MIO PAESE È LA NOTTE (II sezione n.d.r.)

1980 e oltre
DI NOTTE

Casa di altri

Ingannarci
non dovevi, vita, Casa di Altri.
Quale tristezza nascere stranieri.

*

La guerra

A questa stanca vita
non va bene la guerra,
ma è legge della terra
che battersi si deve.

Non piace il pane nero,
sempre l’abbiamo avuto,
ma molti hanno goduto,
pagare ora si deve.

Non piace che si muoia,
spari non vuol sentire,
ma il bambino è cresciuto
con quello che ha potuto:

con fucili e lupare,
il senso del denaro,
e il cuore rozzo e amaro.
Ora il potere è al nulla,

e morire si deve
come mai nati. Sempre
la pace noi aspettiamo,
una stagione lunga
col sole al davanzale.
Ma morire si deve.

Giù il sole dalle mani!
Su, nella terra entrate!

Viole e gerani in erba
sul caldo davanzale.
Ma questo è sogno umano!
Ora morir si deve.

*

da La luna che trascorre

Altro

E la pioggia è caduta sul cappello
del lume che sta all’angolo del vico!
Come sempre! Ma il vico muto splende
di straniera bellezza. Altre le case,
altro il vento, altra l’alba che riluce
tra le nubi del mondo. E il mondo un altro.

*

Nessuno verrà

Nessuno verrà mai su questa terra
a dirci la ragione delle cose,
fosse anche una ragione da niente;
a svegliare i morti bambini,
a svelare la legge totale della
Iniquità.

*

Preghiera

    Fatemi fuggire
da questo paese strano,
ve ne prego con le mani
giunte, fatemi
andare lontano.
.    Dove la gente parla
in modo buono e sereno,
dove nessuno mente,
dove nessuno trema.
.    In Islanda, forse,
o dove comincia il Polo,
il freddo terribile rende
gli uomini sereni e buoni.
.    Dove c’è il sole non posso,
non me la sento di stare,
e dove c’è folla non voglio,
non posso più abitare.
.    Tutte queste macchine atroci,
queste parole di minaccia,
queste scene di beffa,
questi patiboli in piazza.
.    L’uno a vedere come
muore l’altro. Dante vide
queste cose settecento
anni fa.
.    Era profeta, o grande
cronista del Futuro?

*

Vita e opere
Gli esordi dell’autrice sono sotto il segno del «realismo magico», alla maniera di Bontempelli, con i racconti per Bompiani Angelici dolori (1937) e L’infanta sepolta (1950) per Milano Sera e oggi in Adelphi. Ortese deve però soprattutto a Vittorini la scoperta della sua vocazione letteraria: la raccolta di racconti importantissima e molto letta ancora oggi Il mare non bagna Napoli (1953, premio Viareggio), vide la luce ne «I gettoni» Einaudi; si tratta di scritti molto vicini al Neorealismo, di cui abbiamo parlato anche noi qui. Tra le altre pubblicazioni ricordiamo le cronache per Laterza Silenzio a Milano (1958) e ancora reperibili per la casa editrice milanese La Tartaruga (1986); poi l’approdo ad una narrativa di tono favoloso e allegorico e le pubblicazioni per Vallecchi di Firenze con L’iguana (1965), – nel ’78 ripubblicata da Rizzoli-BUR con introduzione di Dario Bellezza e infine da Adelphi nel 1986 -, sino a un intimismo quasi cecoviano con Poveri e semplici (1967), cui seguirono i racconti La luna sul muro (1968) e L’alone grigio (1969). Dopo il romanzo Il porto di Toledo (1975) prima Rizzoli-BUR poi Adelphi (1998), che è tra le sue opere migliori, minor fortuna ebbero Il cappello piumato (1979) per Mondadori, Il treno russo (1983) per Pellicanolibri e In sonno e in veglia (1987) per Adelphi, e ripubblicati poi da altri editori. Tra gli altri ricordiamo i romanzi Il cardillo addolorato (1993) e Alonso e i visionari (1996) entrambi in Adelphi, che ha ripubblicato numerose sue opere e tiene insieme un catalogo aggiornato. Alla riedizione dei suoi testi maggiori si accompagnò così la pubblicazione di una raccolta di poesie scritte tra il 1930 e il 1980 Il mio paese è la notte (1996) e di una scelta di conversazioni e riflessioni, Corpo celeste (Adelphi, 1997). Di poco successiva è la pubblicazione di altri testi poetici, che erano stati esclusi dalla precedente raccolta del 1996, La luna che trascorre, a cura di G. Spagnoletti (1998). Ricordiamo anche qui che le poesie son edite dalla casa editrice romana Empirìa. Tra le ultime pubblicazioni, apparse postume, la riedizione (2000) del secondo libro della scrittrice, L’infanta sepolta, e la ristampa di due racconti giovanili (1940 e 1941-42) raccolti nel volume Il monaciello di Napoli (2001), che già contengono in nuce l’universo immaginario di Ortese; La lente scura, a cura di Luca Clerici, Milano: Marcos y Marcos, 1991, e poi Adelphi, 2004 comprende gli scritti di viaggio. Per Adelphi, nella collana “La nave di Argo”, son usciti nel 2005 due volumi Romanzi I e Romanzi II, comprendenti alcuni romanzi già citati con curatela di Monica Farnetti. Ricordiamo tra le più recenti pubblicazioni in questo elenco non esaustivo, Bellezza, addio, Lettere di Anna Maria Ortese a Dario Bellezza 1972/1992, a cura di Adelia Battista (Milano, Archinto, 2011).

in-side stories #17 – Pluviofobia

parigi - foto gm

in-side stories #17 – Pluviofobia

Guardò fuori dalla finestra, dopo quindici giorni di pioggia ininterrotta aveva smesso. Era ancora nuvoloso ma il fatto che non venisse più giù acqua gli bastava. La fobia della pioggia era stata la sua rovina. Lavori perduti, amori finiti, tempo sprecato. Del resto era perfettamente consapevole che i rimpianti non l’avrebbero portato da nessuna parte, così come i ricordi. Verso est le nuvole erano più chiare, quasi bianche, da lì a poco sarebbe arrivato il sole. Erano le nove del mattino. Pensò a tutte le cose che avrebbe potuto fare in quella giornata.

Per prima cosa avrebbe comprato i giornali, aveva già avvertito la signora che glieli prendeva che ci avrebbe pensato lui. Poi, certo, sarebbe andato al bar a leggerli, ma non nel solito bar dove gli avrebbero fatto le stesse domande su che fine avesse fatto e che era un po’ che non si vedeva. Stronzate, nel quartiere tutti sapevano tutto di tutti e non aveva mai piovuto così tanto come quel marzo. Due passi nel parco non glieli avrebbe tolto nessuno, non che amasse particolarmente i giardini pubblici, ma qui si trattava di arraffare, di accumulare cose fatte per quando la pioggia sarebbe tornata. Pensò di fare un salto a quella mostra su Pollock, anche se a lui non la davano a bere. Era chiaro che era la solita mostra, dentro ci sarebbe stato un quadro di Pollock, due al massimo e poi un contorno di minori. Che figli di puttana. Ma fosse  anche per un solo dipinto sarebbe andato. Avrebbe invitato Mariella  a pranzo, erano venti giorni che lo raggiungeva a casa sua e, per esperienza, aveva capito che stava arrivando al livello di saturazione che nel tempo aveva stancato tutte le altre. Le avrebbe preso anche un regalo. Pensò di chiamare Giuseppe per bere un caffè nel primo pomeriggio, quest’anno non erano riusciti a vedere nemmeno una partita insieme, sarebbe stato ricordato come il campionato più piovoso della storia, niente stadio per lui.

Alle diciotto si sarebbe concesso un film al cinema. Marzo era un buon periodo, sul giornale avrebbe trovato qualche titolo interessante fuori dal circuito delle mostre. O forse avrebbe visto quello di cui aveva letto la recensione la settimana prima, non ricordava il titolo ma il regista sì, era quel giapponese che aveva adorato in passato. Prima del cinema però doveva passare dal ferramenta a fare un’altra copia delle chiavi, che quella del portone non apriva più bene. Sorrise al pensiero delle cose pratiche. Finì di vestirsi. Per cena avrebbe provato a vedere Luisa e Matilde le prime da cui era andato in terapia, non avevano risolto la questione pioggia ma erano diventati amici. In vent’anni aveva cambiato decine di analisti, nessuno che gli avesse guarito la fobia. Qualcuno c’era andato vicino ma mai abbastanza. Restava sempre l’unico e solo problema: lui della pioggia aveva una paura fottuta. Si sarebbe goduto la cena con le amiche, magari avrebbero aggiunto un dopocena, una bevuta da qualche parte. Il tempo avrebbe tenuto, almeno per oggi. Il suo lavoro da consulente finanziario, lavoro che svolgeva da casa, per quel giorno poteva essere accantonato.
Era pronto, chiuse la porta di casa e scese le scale.

Il piede destro si piegò sotto il suo slancio alla penultima rampa. Non si può dire che inciampò, fu quasi un salto, qualcosa di simile a un piccolo volo quello che ne scaturì. Se non fosse per le conseguenze disastrose, qualcuno, assistendo alla scena, avrebbe potuto pensare alla famosa definizione: “salto di gioia”. L’ambulanza che venne a soccorrerlo percorse i tre chilometri che separavano l’ospedale alla casa sotto  un sole splendente.

© Gianni Montieri

***

REM – I’ll take the rain (album Reveal, 2001)

the rain came down
the rain came down
the rain came down on me.

the wind blew strong
the summer song
fades to memory

I knew you when
I loved you then
the summer’s young and helpless.

you laid me bare
you marked me there
the promises we made.

I used to think
as birds take wing
they sing through life so why can’t we?
if you cling to this
and claim your best
if this is what you’re offering
I’ll take the rain
I’ll take the rain

the nighttime creases
summer schemes
and stretches out to stay.
the sun shines down
you came around
you love easy days.

but now the sun,
the winter’s come.
I wanted just to say
that if I hold
I’d hope you’d fold
open up inside, inside of me.

I used to think
as birds take wing
they sing through life so why can’t we?
if you cling to this
and claim your best
If this is what you’re offering
I’ll take the rain
I’ll take the rain

this winter song
I’ll sing along
I’ve searched its still refrain
I’ll walk alone
I’ve given this, take wing
celebrate the rain.

I used to think
as birds take wing
they sing through life so why can’t we?
if you cling to this
and claim your best
If this is what you’re offering
I’ll take the rain
I’ll take the rain
I’ll take the rain.

***
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