Giorno: 6 ottobre 2013

La Domenica (tutti i suoi mondi) e Cormac McCarthy

berlino - foto gm

La lupa aveva attraversato la linea di confine internazionale più o meno nel punto in cui questa incontrava il trentesimo minuto del centottavo meridiano; aveva attraversato la vecchia Natons road un miglio a nord del confine, aveva risalito il Whitewater Creek a ovest fino alle San Luis Mountains, attraversato il passo a nord della catena delle Animas, poi la Animas Valley; aveva proseguito poi verso i Peloncillos, come già è stato detto. Aveva una ferita recente su un fianco, dove il compagno l’aveva morsa la settimana prima, da qualche parte sulle montagne di Sonora. L’aveva morsa perché lei non voleva lasciarlo. Con una zampa anteriore infilata nelle ganasce di una trappola di ferro, le ringhiava contro perché si allontanasse dalla portata della catena. Lei aveva abbassato le orecchie e si era messa a guaire; non se ne sarebbe andata. Al mattino vennero coi cavalli. Lei osservò la scena da un pendio lungo un centinaio di metri, mentre lui si alzava per accoglierli.
Vagò per un’intera settimana lungo i pendii orientali della Sierra de la Madera. Su queste terre i suoi antenati avavano cacciato cammelli e piccoli cavalli primitivi. Aveva trovato ben poco cibo, perché la maggior parte della selvaggina era già stata massacrata. Il grosso della foresta veniva abbattuto per far funzionare le macine delle miniere. Da quelle parti i lupi uccidevano bestiame da lungo tempo, ma l’ignoranza di quegli animali li confondeva ancora. Le vacche muggivano sanguinanti e correvano qua e là nei campi con quelle loro zampe a paletta, in grande confusione, schiamazzando, travolgendo recinti, tirandosi dietro paletti e fil di ferro. Gli allevatori dicevano che i lupi brutalizzavano il bestiame molto più che non la selvaggina. Come se le vacche evocassero in loro una certa rabbia. Come offesi dalla violazione di un ordine antico. Antiche cerimonie. Protocolli antichi.
Attraversò il Bavispe River e si diresse a nord. Era incinta per la prima volta e non poteva immaginare i guai in cui si trovava. Stava abbandonando quei territori non perché non c’era più selvaggina, ma perché non c’erano più lupi, e lei aveva bisogno di loro. Quando abbatté il vitello nella neve alla sorgente del Foster Draw nelle Peloncillo Mountains, nel New Mexico, si nutriva di carogne da due settimane, aveva un’aria spettrale e non aveva trovato alcuna traccia di lupi. Mangiò, si riposò e mangiò nuovamente. Mangiò fino a strisciare il ventre per terra; e non ritornò più sul posto. Non dove aveva ucciso. Di giorno non attraversava mai né strade né la ferrovia. Non oltrepassava mai una recinzione di fil di ferro due volte nello stesso punto. Erano questi i nuovi protocolli. Limitazioni che prima non erano mai esistite. Ora c’erano.

 

Le fece delle promesse e le giurò che le avrebbe mantenute. Che l’avrebbe portata tra le montagne, dove avrebbe trovato altri della sua specie. Lei lo guardò con quei suoi occhi gialli, che tradivano non disperazione, ma soltanto quell’insondabile, profonda solitudine che è l’impronta più tipica di questo mondo.

Cormac McCarthy, Oltre il confine, Einaudi; traduzione di Rossella Bernascone e Andrea Carosso

Claudio Damiani – Cinque inediti e una nota di lettura

Arnold Böcklin, Ulisse e Calipso (1883)

Arnold Böcklin, Ulisse e Calipso (1883).

E questo canto, amore mio, di cicale
sotto il sole di luglio, in una campagna italiana,
cielo azzurro e poche nuvole, piccole,
odore forte di rosmarino e ginestre
e questo canto pazzo che non si ferma
nell’aria bianca bruciata
e noi, io e te, sotto questi pini
alziamo i calici e brindiamo, silenziosi,
tu vestita come una dea, con lunghe ciocche annodate
e perle tra i capelli,
là sulla collina il nostro capanno di legno
e giù lo scoglio dove passo tutte le notti
a piangere guardando il mare.

*

Noi siamo i kamikaze, i viventi,
dalla nascita ci schiantiamo ogni giorno
sulle navi nemiche.
Ci droghiamo per non pensare troppo,
di profumi ungiamo i capelli
e fiori colorati, balliamo e cantiamo
a squarciagola, di fanciulle meravigliose
dalla vita breve ci innamoriamo
anche loro kamikaze,
nel loro nome la nostra vita immoliamo
(come loro, nel nome nostro, immolano la loro).
Ma a volte ci ritroviamo in solitudine
e riflettiamo sulla nostra vita monca,
guardiamo gli animali che sembrano non avere
coscienza della morte e li invidiamo,
e non vorremmo più tornare a ungerci i capelli,
non vorremmo più tornare a ballare e a cantare,
vorremmo prendere le nostre donne e fuggire
in un vascello incantato sull’ampio mare,
toccare isole meravigliose dai nomi mai sentiti,
assaporare frutti esotici, pescare pesci prelibati,
cullarci a lungo su amache all’ombra di palmizi
mentre il sole al tramonto infuoca mare e cielo
e venire uccisi in pochi minuti dagli indigeni.

***

foto3

C’è sempre stata l’aria con me
e la luce del mattino, sempre l’aria e la luce
camminavano per mano, e con loro il tempo
misterioso, loro fratello invisibile
che sbucava da un angolo e dava la mano anche lui
e camminavamo tutti e quattro insieme.
La strada curvava con delle sue curve dolci
che decideva lei, non dava la mano a nessuno
ma accoglieva i nostri piedi,
la strada che era già fatta e si faceva insieme a noi
e aveva parti dove noi non camminavamo,
la strada silenziosa, che non parlava
ma era contenta anche lei
nel segreto del suo cuore.

*

Mentre l’aria era nuova e il sole era nuovo
e gli alberi erano giovani
la strada invece era già stata fatta
e già era andata e già era venuta
e anche la terra su cui era stata fatta la strada
era piatta e era stata fatta prima
e anche il monte era cresciuto da poco
che si sfocava nella lontananza
e l’odore dell’aria e il fresco del respiro
erano nuovi, venuti col mattino
e con la luce
mentre la strada era stata la notte
sola, non vista, sulla terra piatta
e c’era qualcosa che vibrava nell’aria
in sospensione, invisibile forse
e che passava tra un invisibile e l’altro
veniva avanti e poi rimaneva dietro
con l’avanzare dei passi.

*

Quel tempo lì, scaturiva da un orifizio
(io lo chiamo così, ma in realtà erano infiniti
gli orifizi, e invisibili)
come scaturisce ogni tempo
e anche questo tempo, quello di questi istanti,
scaturisce nello stesso modo
e è lo stesso tempo,
poi si spandeva come un liquido sulla terra piatta
mentre nello stesso istante altro ancora scaturiva
e io avevo dietro
quello che un istante prima era avanti.
Eppure era bello sedersi a un lato
e fare finta di niente di tutto questo movimento,
immaginare tutto immobile, e accanto
come qualcuno che riposava accanto a me
e io potevo far finta che non ci fosse,
che io potessi muovermi, e lui stesse fermo,
e io potessi finalmente riposare,
o anche dormire, e lei fosse una donna
con una grande gonna, e stesse ferma sui campi,
bella nel tramonto con il sole basso
e rosso, bella nella notte
e nella mattina luminosa, bianca.

foto1

NOTA DI LETTURA

È difficile, per chi abbia una volta conosciuto la poesia di Claudio Damiani – nel suo timbro gentile, nel suo ritmo piano e naturale – non riconoscerne l’impronta all’ascolto successivo; e questo perché a riproporsi è quell’apparente semplicità di cui il lettore può godere come di un canto preesistente. Damiani non scruta e non esplora, ma guarda e interroga; le sue parole non si fanno mai mirino, ma richieste di colloquio. E i suoi costrutti appartengono a una lingua nostra e primordiale, intima, cullante, da dominare (e da ascoltare) con lentezza. Damiani tiene saldo il filo perché appaia lento, lo sfila e lo ripiega con pazienza perché in nessun punto si creino grovigli o cappi, e sceglie questo ritmo e questa misura per chiamare a voce i suoi temi cari: la presenza nel tempo, l’intreccio con il tutto che compone l’universo, il singolo elemento naturale come compagno di un cammino.
Ma come la limpidezza è ottenuta a patto di maestria, così la pace è, a tratti, inquieta. Batte un tempo greco, in una delle poesie proposte; sintagmi che non lasciano alcun dubbio sull’atmosfera che desiderano creare: due creature, due amanti, sotto i pini, stordite dagli odori, e attorno a loro un «canto folle» che qui si vuole di cicale, fino alla chiusa amara, inaspettata, più brusca di quanto sarà con la poesia qui successiva.
Negli ultimi tre componimenti torna il paesaggio, tema caro a Damiani, che qui è quello della sua infanzia, il villaggio minerario di San Giovanni Rotondo ai piedi del Gargano; torna lo sguardo, che attraversa tutta l’opera del poeta, su una materia vivida e pensante che è quella della natura, sulla distesa che custodisce lo spazio quanto il tempo. E torna il tema della strada: e ancora la strada, che sia più o meno battuta, è qualcosa che affiora; in qualsiasi punto la si calpesti, la strada è più che percorso, è ospite da sempre e per sempre del tempo minimo di chi vi cammina e del tempo più vasto di ogni possibile camminatore. Fino all’ultima delle poesie proposte, dove le orme lasciate sono in qualche modo più pesanti, la luminosità è vicina a diventare abbaglio, e si spera quieto un movimento che è, come per la poesia, di spazio e tempo assieme. Si sterza, ma senza ripiegare: una particella minima ed ecco valicato il filo che separa la pienezza da una forma delicata di nostalgia, il cammino della specie dalla malinconia di chi si ritrova a «piangere guardando il mare», e sperare di venire ucciso «in pochi minuti dagli indigeni».

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Foto di Dino Ignani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo e si è trasferito, durante l’infanzia, a Roma. Qui è stato tra i fondatori, nel 1980, della rivista letteraria Braci. Ha pubblicato le raccolte Fraturno (Abete, 1987), La mia casa (Pegaso, 1994, Premio Dario Bellezza), La miniera (Fazi, 1997, Premio Metauro), Eroi (Fazi, 2000, Premio Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006, Premio Mario Luzi, Premio Violani Landi, Premio Unione Scrittori, finalista Premio Viareggio), Sognando Li Po (Marietti, 2008, Premio Lerici Pea, Premio Volterra Ultima Frontiera, Premio Borgo di Alberona, Premio Alpi Apuane), Il Fico sulla fortezza (Fazi, 2012, Premio Arenzano, Premio Camaiore, Premio Brancati, finalista vincitore Premio Dessì). È del 2010 l’antologia, a cura di Marco Lodoli, Poesie (Fazi, Premio Prata La Poesia in Italia, Premio Laurentum). Ha inoltre curato i volumi Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L’Attico Editore, 1992), Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995) e Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000).
Il suo sito web è http://www.claudiodamiani.it.