Giorno: 1 ottobre 2013

Marco Aragno – Masseria Campanile

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Masseria Campanile, le terre della vergogna

Masseria Campanile somiglia ad un paradiso decaduto. A poche decine di metri c’è il frastuono della circumvallazione esterna. I grossi camion sfrecciano sobbalzando sulle buche della superstrada che collega la fascia costiera all’hinterland napoletano. Il profumo di campagna nella stradina sterrata che conduce al rudere, di fianco a una casa di riposo, si confonde con i gas di scarico. Resistono fazzoletti di terra dove si coltivano prugne, vecchi pini di mare che sfilano all’orizzonte. Cento metri più giù il sentiero s’interrompe affacciandosi sull’alveo di un vecchio fiume. Laddove scorreva un torrente, ora compaiono rifiuti ingombranti rotolati lungo la scarpata. Una sedia posizionata sul ciglione ospita un guardiano fantasma. A quel punto non resta che sollevare lo sguardo per capire cosa sia successo, frugare fra gli indizi del presente: sulla sinistra balza agli occhi un rigonfiamento di terra grande quanto un campo di calcio su cui si muovono le ruspe dell’Arpac. Cinque o sei metri di terreno che stanno risputando fuori i veleni del passato, restituendo alla luce l’inferno nascosto delle eco-mafie. Ti basta poco per immaginare il viavai di camion che portava dal Nord fusti tossici fra gli anni ’90 e i duemila. Come i cumuli di terra ammonticchiati dalle escavatrici. Strati di amianto, residui ospedalieri, bave di fango. Ti smarrisci subito nel loro colore scuro, sinistro. Dentro è stipata la notte di questa terra. E più si scava, più c’è notte fonda in quei 15 metri. Il terriccio con cui è stata ricoperta l’ex cava, attiva fino agli anni ’80,  si sbriciola sotto le scarpe. La garza stesa sul bubbone è troppo fragile. E a nasconderlo non è bastato un pescheto, come quello che Google Maps ha immortalato qualche anno fa. Pesche sopra un’ex discarica, destinate ai mercati della frutta rionale, alle tavole di tutti i giorni. La bellezza che copre la vergogna. Così mentre le ruspe continuano a scavare, con i carabinieri che camminano nervosamente avanti e indietro, la preghiera più grande è che un guasto improvviso impedisca a quelle macchine infernali di continuare. Perché ogni volta che addentano la terra è un colpo allo stomaco. Una ferita. Ogni volta è sangue che sprizza appena provi a toccarla.

***
© Marco Aragno

da “Al blu di Prussia”

di Francesco Giordani

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Al blu di Prussia

Alla sua dura malinconia
di segreto non svelato.
Al desolato mattino di mare e piombo
che alle fine prelude senza saluto.
Al tempo indeciso tra no e sì
e dunque non speso.
Alle polveri fredde di Saturno
che a turno lanciano i dadi nella notte spaziosa.
Veleno che cura il veleno
e nelle vene propaga lento
un siero di assenza e di attesa più densa.
Per questo perfetto
e solo (come tutte le cose perfette).
A lui racconto il poco
che so e che sono.


Epitaffio per un cellulare defunto

Sul tavolo un cellulare mi guarda.
È il mio. Sorveglia il perfetto
silenzio. L’ho comprato scontato
e affetto mi dona senza risparmio.
Se vi accosto l’orecchio
a stento risento il sibilo sordo
del mio tempo perso.
Una luce nel mare deserto
del sonno mi appare.
Una stella nuova? No.
Il mio cellulare mi chiama.
Vibrando nel buio
la sua fiamma devota si accende.
Mi ama.


Le tue scarpe

Le tue scarpe erano gialle.
Le ricordi? Sono rimaste a casa mia,
dimenticate. Di tanto in tanto
le riguardo. Una volta, lo confesso,
le ho accarezzate, tra le mani
cullandole, senza stringere troppo.
Le tue scarpe gialle hanno deciso
per te di restare a casa mia, con me.
Appena scoperte sembravano scarpe
e scarpe erano davvero. Per questo
le ho messe vicino alle mie.



Nella casa distrutta

Guarda come l’erba
le scale risale della casa
distrutta: un gradino alla volta
il verde ritorna dove già era.
Ospite non più discreto
che sfonda le porte senza bussare
è l’autunno dal passo veloce.
Nella casa ammutinata
una pace cresce ricca di rami
che il seme del buio maturo
dischiude. Osserva: così nella casa
una casa più grande adesso si apre,
verde di ombre furtive.


Delitto perfetto

Sulla pelle liscia nemmeno un graffio.
In ordine i panni e la camera pulita
(la macchia rossa, sul pavimento,
lì chissà da quanto tempo).
Nessun rumore da fuori né dentro.
Al risveglio soltanto un’ansia lieve:
nessuno in salotto o in cucina.
Così nitida la luce del giorno
cammina e traccie non lascia di sé.
Sulla macchina lucida nemmeno un graffio.
Il cane è uscito, forse abbaia, dov’è?


Policlinico Umberto I

Come sono bianchi i dottori
nelle pause pranzo.
Sguardi veloci si danno
sillabando sussurri forse d’amore
misti a chiacchiere stanche
di tarda corsia. Mentre spengono
sigarette nei fiori di soppiatto
i dottori lanciano a volte briciole
di pranzo agli uccelli di passaggio
(forse dal mare). Poi si perdono
gli stormi, uno a uno,
e solo un silenzio rimane
di camerieri denso e di odori amari.
Come sono bianchi allora i dottori
e distanti da tutto.



Francesco Giordani è nato a Latina nel 1985, nella cui provincia attualmente vive e risiede, presso una piccolissima frazione di campagna, non lontana dal mare. Ha esordito con il volumetto Le Cose Avevano Sempre Ragione (Bologna, 2008). Negli stessi anni ha studiato filosofia a Roma, svolgendo vari mestieri, quasi sempre poco o per nulla pagati, ma nel complesso non si lamenta. Il libro Ventotto poesie in forma di pera (2008-13), da cui è tratta la seguente selezione, è ancora inedito.