Giorno: 29 settembre 2013

La Domenica (i demoni, il delirio, l’avversario) e Emmanuel Carrère

San Paolo - foto gm

La mattina del sabato 9 gennaio 1993,  mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. Gabriel aveva cinque anni, la stessa età di Antoine Romand. Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro. Ho trascorso da solo, nel mio studio, il pomeriggio del sabato e l’intera domenica, in genere dedicati alla vita familiare, perché stavo finendo un libro al quale lavoravo da un anno: la biografia dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick. L’ultimo capitolo raccontava i giorni che lo scrittore aveva passato in coma prima di morire. Ho finito il martedì sera, e il mercoledì mattina ho letto il primo articolo di «Libération» sul caso Romand.

Quando parlavano di lui a tarda notte, non riuscivano più a chiamarlo Jean-Claude. Non lo chiamavano nemmeno Romand. Lui si trovava da qualche parte, al di fuori della vita, al di fuori della morte, senza più un nome

Adesso, assicurava il parroco, vedevano Dio. Per i credenti l’ora della morte è l’ora in cui si vede Dio, non più in modo oscuro, come dentro uno specchio, ma faccia a faccia. Perfino i non credenti credono in qualcosa di simile: che nel momento del trapasso si veda scorrere in un lampo la pellicola della propria vita, finalmente intelligibile. Per i vecchi Romand questa visione, anziché rappresentare il pieno coronamento, aveva segnato il trionfo della menzogna e del male. Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana: l’Avversario.

Allungando il braccio avrei potuto toccarle la spalla, eppure fra di noi c’era un abisso, una voragine che non era solo l’intollerabile intensità della sua sofferenza. Io non avevo scritto a lei o ai suoi, ma all’uomo che aveva distrutto le loro vite. Era a lui che riservavo le mie attenzioni, perché volevo raccontare quella storia e per me era la sua storia. Andavo a pranzo con il suo avvocato. Stavo dall’altra parte della barricata.

©Emmanuel Carrère – L’avversario – Adelphi – traduzione di E. Vicari Fabris

Tre storie di calcio dal Brasile

san paolo - foto gm

 

 

Nota: i tre brani qui raccolti sono stati scritti e pubblicati quasi “in presa diretta” dal Brasile, su blog  Allultimostadio (gm)

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#1

La linea 3 della metropolitana di San Paolo

La linea tre della metropolitana di San Paolo, la Rossa, la Vermelha, nei ventidue chilometri che vanno da un capolinea all’altro, oltre a trasportare milioni di persone l’anno, racconta un pezzo di storia del calcio, e quaggiù, nell’inverno brasiliano, non potrebbe essere diversamente. La linea va da Palmeiras-Barra Funda a Corinthias- Itaquera. Il Palmeiras è primo nella serie B del campionato brasiliano di quest’anno. Il Corinthias sta tra il quinto e il sesto posto del Brasileirao dei vip, la serie A. Immaginiamo che chi parta dal capolinea Palmeiras parta dalla serie B, e chi si muova da Corinthias vada al lavoro partendo dalla serie A. Fingiamo che chi venga da Palmeiras debba fare più fatica rispetto a chi arrivi da Corinthias. Che debba risalire verso il centro come si risale da un campionato di seconda categoria. La metropolitana sarà più piena, il lavoro pagato peggio, la pausa pranzo più corta, ci saranno più fermate. Seguendo la nostra immaginazione, perché di immaginazione si tratta, pensiamo che chi venga da Corinthias abbia meno fermate, un lavoro migliore, una segretaria figa, più soldi, roba da serie A. Adesso fermiamo per un attimo la fantasia, anche se ci troviamo nel regno della fantasia, meglio ancora se diciamo nel regno della fantasia applicata al calcio. La realtà ci dice che chi provenga dal capolinea di Palmeiras faccia meno fermate per arrivare in centro rispetto a chi si muova dall’altro capolinea e forse sta meglio economicamente, forse. Allora dovrebbe essere la squadra antipatica. Squadra ricca, restatene in B. Tra l’altro il Palmeiras è tra le due la squadra più titolata.  Corinthias hai vinto (un po’) di meno, stai nel capolinea più lontano dal centro e goditi la A. Tutto risolto, eccetto un paio di obiezioni. Obiezioni che hanno molto poco di razionale, un po’ di romanticismo e l’animo del tifoso che salta fuori. Quando ero ragazzino i canali privati trasmettevano connettendosi alla Globo, le partite del campionato sudamericano, tra le squadre che ricordo c’è il Palmeiras, mi piaceva la maglietta verde, tutto qui. Sembra che il capolinea della metro verso il quale ci si debba dirigere sia Barra Funda dunque. La squadra del Palmeiras inoltre, fu fondata da italiani, e all’inizio ci potevano giocare solo italiani come non tifarli. Ma non è ancora finita. La grande rivalità tra le due squadre, o tra i due capolinea, ebbe origine proprio a causa degli italiani, a causa di un tradimento. Il Corinthias nacque come squadra di operai, per contrastare le altre squadre di San Paolo, squadre benestanti, fu fondata da italiani, portoghesi e spagnoli, nel 1910. Quattro anni dopo fu la volta del Palmeiras, dove potevano giocare solo italiani. Qui il tradimento: gli italiani della squadra degli operai passarono al Palmeiras. I soliti venduti.  A questo punto la simpatia per la classe operaia e la voglia di riparare a un torto, mi spingerebbe a prendere la metropolitana nell’altra direzione e tifare Corinthias. Ma nel calcio, anche sotto l’Equatore, tutto è irrazionale: non posso tifare per quegli stronzi del Palmeiras, non posso tifare il Corinthias perché ci gioca Pato (per carità), ma questi sono ancora motivi secondari: non posso tifare nessuna delle due perché a San Paolo io tengo il Santos che ci giocava Pelè. Quindi scendo dalla metropolitana.

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Mangia il gatto, mangia il gatto 

La Leggenda
Si racconta che i tifosi che andavano allo stadio, qui a San Paolo, ma anche in altri posti del Brasile, trovassero lungo il percorso bancarelle dove si vendevano spiedini di carne, che compravano esortati dalle grida dei venditori «Mangia il gatto, mangia il gatto». Le bancarelle ci sono ancora. La leggenda dice che fino a non molti anni fa gli spiedini fossero (orrore) (manco fossimo a Vicenza) di carne di gatto. Naturalmente si tratta di leggenda ma i brasiliani non escludono che nasconda qualche verità. Un amico di San Paolo, da uomo pratico, mi dice che se anche fosse vero, ormai si vende sempre carne di manzo o pollo di terza o quarta scelta molto più facile da procurarsi e, soprattutto, più economica. In ogni caso i venditori ancora oggi, vuoi per tradizione vuoi per gioco, usano un fischietto che imita il miagolio del gatto e qualcuno ancora grida «Mangia il gatto, mangia il gatto». Ma questa è leggenda, è coreografia.

La storia

Ci sono strade che a San Paolo ti consigliano di non percorrere a piedi, di non tirare fuori macchine fotografiche e cellulari. Una di queste è Avenida Dq de Caxias che ho percorso a piedi andando fino a Praҫa Da Luz, dove ci sono una bellissima stazione dei treni e lo splendido Museo della lingua portoghese, ecco cosa ho visto. Appena dopo Praҫa Princesa Isabel c’è uno sterrato e uno sterrato che si rispetti in Brasile non può non avere due porte da calcio. Pali di ferro arrugginito. Dall’altra parte della strada case occupate, Favelas verticali, povertà. Anche lo sterrato, semicoperto da rifiuti, è venuto fuori da un qualche palazzone abbattuto. Ragazzini fatti di crack che dormono per strada. Sullo sterrato alcuni di questi stanno giocando a calcio, con un pallone che sembra quasi nuovo. Chissà come ci sarà rotolato lì in mezzo. Saranno una decina a giocare, una specie di calcetto senza regole e senza dio. Li guardo, sono tutti scalzi, sporchi, alcuni quasi sicuramente fatti. Compreso uno che sembra il più giovane. Se la cavano tutti ma il ragazzino mezzo fatto gioca come un dio. Non corre, vola, sembra un miracolo. Dovrebbero fermare il traffico della tarda mattinata per concedere agli automobilisti dieci minuti di questo show. Un ubriaco sdraiato per terra esorta gli altri e ripete, indicando il ragazzino, «Coma o gato, coma o gato, coma o gato», poi sghignazza. Lo sa lui e lo so io, la palla dal piede di quel ragazzino denutrito e malandato non può levargliela nessuno. Ha dei cambi di passo, una facilità di dribbling, tunnel, tiro di destro e di sinistro, che mi è capitato di vedere raramente. Gesù, che meraviglia. Gli altri sbandati, che pure se la cavano vanno fuori di testa, non riescono nemmeno a vederlo. Il gatto con la palla vola. Mi viene in mente Garrincha che era così veloce da lasciar indietro il pallone, e quando veniva scalciato dal difensore, tornava indietro, lo raccoglieva e lo mostrava. Sfotteva, poteva permetterselo. Quel ragazzino lì mi fa venire in mente quel fuoriclasse storto, certi racconti di mio padre su quel Brasile inarrestabile. Poco prima che io vada via dribbla i primi tre avversari, tunnel al quarto, dribbling sul portiere ubriaco e niente tiro, il ragazzino torna indietro e ricomincia daccapo. Li scarta tutti di nuovo, roba da lasciarti a bocca aperta.

Non credo che quel ragazzino avrà vita lunga, facile che muoia lungo il marciapiede fatto di crack. Oppure si salverà e un giorno ce lo ritroveremo ai mondiali mentre fa impazzire i nostri terzini. Quello che ho capito andando via è che il calcio è una cosa piccola, uno sport che può sembrare stupido ma che certe volte somiglia a una speranza. Lo splendore del gioco del calcio di Galeano passa da qui da Avenida Dq de Caixas, la miseria di cui parlava oggi sarebbe più vicina a una tessera Premium, a uno spogliatoio di lusso, a uno stronzo firmato Nike.

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Confesso che non ho tifato abbastanza

Alla fine giunge il momento di recarsi al Tempio. Un pomeriggio di settembre vado allo Estádio Municipal Paulo Machado de Carvalho, meglio noto come Pacaembu. Al’interno dell’impianto c’è il motivo del mio pellegrinaggio il Museu do Futebol. Pago il biglietto e entro. Ovviamente un tizio all’ingresso mi dice che non è possibile fare fotografie (una fissa tutta paulista). Sono da solo e un po’ emozionato. L’ingresso molto ampio ha le pareti ricoperte di gagliardetti, scudetti, foto. Prendo la scala mobile, Pelé in giacca e cravatta, a grandezza naturale, da uno schermo, ripete ininterrottamente, in tre lingue: «Benvenuti al Museo del Futebol». La prima parte della navata è fatta di riproduzioni tridimensionali di Pelé, Falcao, Socrates, Zico, Jair, Garrincha e altri. Luci bassissime, cori da stadio in sottofondo. Proseguo e arrivo ai confessionali. Puoi scegliere il tuo confessore tra una trentina di registi, giornalisti, attori, cronisti. Ognuno di questi ti racconta il gol che non può dimenticare. Il più bello, il più triste, l’incredibile, il più strano. Ne faccio passare diversi, becco un calciatore sconosciuto che negli anni settanta scartò tutta la squadra avversaria prima di segnare. Un gol di Socrates ai tempi del Corinthias, uno di Pelé, uno di Jairzinho ai mondiali del settanta. Arriva il turno di un giornalista sessantenne che racconta il gol più triste della sua vita. Caso vuole che il più triste per lui sia uno dei più felici per me. Il terzo gol di Paolo Rossi al Brasile ai mondiali dell’ottantadue. Racconta la partita, parla di quel Brasile, sottolinea come quella squadra fosse una delle più forti nazionali di tutti tempi (e come dargli torto). Forte come quella del ’58, come quella del ’70. Dice che su quel maledetto calcio d’angolo tutto sembrava finito quando Socrates respinse di testa fuori area, ma fuori area c’era Tardelli, il seguito lo conosciamo. Il giornalista aggiunge che ogni volta che pensa a quel gol gli viene da piangere e, in effetti, piange. Io penso a quanto bene abbiamo voluto bene a Paolo Rossi e poi che vorrei abbracciare quell’uomo che soffre ancora dopo tanti anni. E abbracciandolo sussurrargli in un orecchio: «Guarda che il quarto gol di Antognoni era regolare, coraggio.». Passo a un’altra stanza piena di foto storiche, la sacrestia degli scrittori, ognuno ha scritto almeno una frase sul calcio. Mi fermo davanti a una tenda, un timer indica che devo aspettare un paio di minuti prima di entrare. Aspetto e poi entro. Sono nella Cappella del dolore. In fondo a un corridoio spoglio c’è un maxischermo, dove viene proiettata continuamente una sintesi di un paio di minuti della grande tragedia collettiva brasiliana: la finale del Mondiale del 1950 (anzi l’ultima partita, visto che quello fu l’unico mondiale con un girone finale, al Brasile bastava un pareggio). Stadio Maracanà, la sfida è tra Brasile e Uruguay. La voce che commenta assegna la coppa al Brasile dopo il vantaggio siglato da Friaça, dice che è ancora del Brasile dopo il pareggio del grandissimo Schiaffino e si spezza in gola dopo il raddoppio di Ghiggia. L’inquadratura passa sul pubblico, piangono in duecentomila. I giornali dal mattino avevano scritto di un mondiale già vinto, ma scrivere prima è sempre un errore. Esco dalla cappella. Entro nella navata più grande, ovunque schermi che proiettano la storia dei mondiali. Gol, successi e sconfitte. Qui ci sono tutti. Pelé, Maradona, Platinì, Zidane, Ronaldo, Baggio, Romario. Meraviglia. Faccio in tempo a domandarmi ancora una volta quanto più in alto di Burnich saltò Pelè quella volta lì, a commuovermi un paio di volte, a darmi del pirla. Proseguo: bigliardini, foto, gigantografie, ma ho fretta, è tempo di arrivare all’altare. Mentre mi avvicino penso di aver tifato troppo poco, avrei dovuto essere meno sportivo, soffrire di più. Alzo la testa e mi accorgo che questa confessione arriva dritta a una gigantografia di Garrincha, il mio San Gennaro di settembre. Gli altari sono due, uno di Pelé e uno di Garrincha, diamo inizio alla funzione. Una carrellata di stratosferici gol in bianco e nero. Ah, il calcio. Scendo al piano terra, prima dell’uscita c’è una cosa per maniaci. Puoi calciare un rigore a un portiere elettronico, ti calcolano la velocità del tiro e ti scrivono GOL su un led. Essendo una cosa per maniaci la faccio e segno, alla destra del portiere, 92 km orari senza rincorsa, niente male. Mi avvio all’uscita e incontro la gente in coda per la partita, stasera gioca il Palmeiras. La Messa è finita, si gioca, si torna seri.

 

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© Gianni Montieri