Giorno: 23 settembre 2013

Mai più senza # 1: “Il grande mare dei sargassi”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

 grande mare dei sargassi

“IL GRANDE MARE DEI SARGASSI”

Ad A. C., “certa persona”.

Una certa persona, da sempre infallibile nel consigliarmi libri, si è stupita a lungo che io non avessi mai letto Il grande mare dei sargassi. All’uscita del libro, nel 1966, il successo raggiunse Jean Rhys (al secolo Ella Gwendolen Rees Williams), lanciandola, ormai anziana e dipendente dall’alcool, nel pantheon degli autori in lingua inglese: il perché – dello stupore della mia amica quanto di questa consacrazione – mi è balzato ai nervi fin dalle prime pagine di lettura.

Prima ancora che con la protagonista Antoinette, giovane ereditiera creola (dimentichiamo, per un attimo, in chi o cosa questo personaggio andrà a confluire), il lettore è destinato a scontrarsi con un protagonista ancora più inquieto dei lavori della Rhys: la lingua. Strumento di vertigine, capace di ristagni e di bruschi, violenti scatti, il linguaggio di Jean Rhys stordisce e strattona, contribuendo non solo a disegnare l’atmosfera, ma preparando all’intera storia di altezze vertiginose e febbri sotterranee, di sensi ora intorpiditi ora sovreccitati.

– Domani sarà troppo tardi, – disse zia Cora – troppo tardi per le caramelle e per qualsiasi altra cosa. – Mia madre non li ascoltava. Disse: – Pierre dorme e con lui c’è Myra, ho preferito lasciarlo nella sua stanza, lontano da questo chiasso orribile. Non so. Forse. – Si stava torcendo le mani, la fede le scivolò dal dito e ruzzolò in un angolo vicino agli scalini. Il mio patrigno e Mannie si chinarono insieme per raccoglierla, poi Mannie si raddrizzò e disse: – Oh, Dio mio, loro sono dietro casa, loro dànno fuoco a dietro casa. – Indicò la porta della mia camera, che avevo chiusa alle mie spalle uscendone, e di sotto vedemmo alzarsi delle spire di fumo.
Mia madre fu così rapida che non la vidi muoversi. Aprì la porta della mia camera e di nuovo non la vidi più, non vidi che fumo. Mannie le corse dietro e anche Mr. Mason, ma più lentamente. Zia Cora mi strinse tra le braccia. Mi disse: – Non aver paura, sei al sicuro. Siamo tutti al sicuro. – Chiusi gli occhi per un attimo, un attimo soltanto, e appoggiai la testa contro la sua spalla. Sapeva di vaniglia, ricordo. Poi si sentì un altro odore, di capelli bruciati, e io alzai gli occhi e mia madre era lì nella stanza con Pierre in braccio. Erano i suoi capelli sciolti e tutti strinati a mandare quell’odore.

Antoinette, voce narrante, racconta in lampi vividi un’infanzia vissuta nell’allarme: la madre sempre più scontrosa, il patrigno che non comprende la natura di quanto – un possedimento nella periferia dell’ex-impero – ora gli appartiene, la tensione crescente con gli schiavi del luogo; dopo la prima catastrofe, Antoinette cresce in un convento, nido buio eppure accogliente e tranquillo nella sua struttura matriarcale; di lì sarà ritrascinata alla luce per un matrimonio combinato; il racconto è quindi consegnato alla voce narrante di “lui”, cui occasionalmente si intreccerà quella di Antoinette.
Il ragazzo è pieno di buone intenzioni; gettato in un mondo altro che ne sfida i sensi e le percezioni, è preso non da un innamoramento, ma da una fascinazione, resa ancora più tossica dalla realtà di un legame che, se permette una confidenza matrimoniale, non schiude nulla del mistero che il ragazzo intravede o proietta in lei. La donna si confonde con il luogo, «bel posto – selvaggio, inviolato, soprattutto inviolato, con una bellezza estranea, conturbante, segreta. E serbava quel segreto. Mi sorprendevo a pensare: “Quel che vedo non è nulla; io voglio ciò che vi si nasconde; quello è ben altro che nulla”». Ma il conquistatore non ha strumenti per penetrare il mistero (se si contano le occorrenze della parola “estraneo”, si scopre che essa rintocca, nel romanzo, sei volte) e non ha intenzione di correre il rischio di abbandonarvisi completamente:

«Soprattutto odiavo lei. Perché lei apparteneva a quella magia e a quell’incanto. Mi aveva lasciato assetato e tutta la mia vita sarebbe stata sete e desiderio di ciò che avevo perduto prima ancora di trovarlo.»

Basterà il sospetto di una tara genetica della moglie perché la frustrazione venga metabolizzata in brutalità; comincia allora l’espropriazione di quell’identità che non si può né cogliere né rispettare nel suo essere “estranea”, e tale espropriazione comincia attraverso il nome:

Quando passa davanti alla mia porta dice: «Buonanotte, Bertha». Non mi chiama più Antoinette, adesso, mai. Ha scoperto che era il nome di mia madre. «Dormi bene, Bertha…», oh! non può esserci niente di peggio!

– Non ridere in quel modo, Bertha. – Non mi chiamo Bertha, perché mi chiami Bertha? – Perché è un nome che mi piace in modo particolare. Tu per me sei Bertha.

– Bertha – dissi. – Non mi chiamo Bertha. Stai cercando di trasformarmi in un’altra, chiamandomi con un altro nome. Lo so, anche questo è obeah.

L’Obeah, pratica magico-religiosa dei giamaicani discendenti dell’Africa, è qualcosa verso cui Antoinette ha il timoroso rispetto proprio della gente con cui è cresciuta; ma anche “lui”, in una forma del tutto involontaria, è in grado di attuarlo:

Bevvi ancora un po’ di rum e, mentre bevevo, disegnai una casa in mezzo agli alberi. Una grande casa. Divisi in stanze il terzo piano e in una di queste disegnai una donna in piedi – uno scarabocchio infantile: un punto per la testa, un punto più grosso per il corpo, un triangolo per la gonna, delle linee oblique per le braccia e i piedi. Ma era una casa inglese.

La lunga meditazione sulle forze sotterranee della fascinazione e della dipendenza, e sulle maniere di reagire ad essa con la violenza e dominazione, attraversa quindi il Mar dei Sargassi per approdare nel vecchio continente. Lì, e in Jane Eyre, scaricando su un romanzo già tonante, ma i cui conflitti sono tutti interni a un’unica cultura, il peso avvelenato di forze “estranee”. Il tutto senza forzature intellettuali né operazioni dichiarate, ma con la delicatezza di far vibrare la letteratura con un’altra corda del suo sistema.
La letteratura – anche questo è obeah.

© Giovanna Amato

Jean Rhys nel 1975; foto di Bill Brandt.

Jean Rhys nel 1975; foto di Bill Brandt.

Tutte le citazioni da Il grande mare dei sargassi, Adelphi 2013, traduzione di Adriana Motti.

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Jean Rhys (Roseau, 24 agosto 1890 – Exeter, 14 maggio 1979), nata Ella Gwendolen Rees Williams, nacque in Dominica da famiglia creola. Si trasferì in Inghilterra a sedici anni, dove frequentò la Perse School for Girls di Cambridge, sentendosi messa da parte per colpa del suo accento. Si iscrisse quindi alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra, ma la sua carriera di attrice non decollò mai. Dopo svariati lavori, la sua scrittura venne notata da Ford Madox Ford, che la appoggiò per la pubblicazione di Quartet (1928), Voyage in the Dark (1934) e Good Morning, Midnight (1939). Wide Sargasso Sea (1966) uscì dopo più di venticinque anni di silenzio, vincendo il WH Smith Literary Award. Seguirono le raccolte di racconti Tigers are Better Looking (1968) e Sleep it Off Lady (1976). Jean Rhys Morì nel 1979, senza aver completato la sua autobiografia, che uscì postuma con il titolo Smile Please: An Unfinished Autobiography. Dal racconto emerge quanto la sua letteratura si nutrì delle dipendenze e dei rapporti di forza squilibrati che dominarono tutta la sua vita; qualsiasi sia il rapporto di causa-effetto, «If I could choose», dichiarò Jean Rhys in un’intervista poco prima di morire, «I would rather be happy than write».