Giorno: 17 settembre 2013

da “Antique novelle”

di gc (alias Teqnofobico)

tq
errorerrante & rarerranze


Il Signore era stato posto fosse posto, smarritisi ora mai e esso stesso e ogni cosa di quaggiú, in una radura, la quale radura, forse, e piú propriamente, era da ritenersi come un deserto: nessun resto, nessun resto di resti, né d’umano né d’animale, né tampoco di vegetale, dunque nessun regno piú da abitare, nessuno, nessun regno piú ove dimorare, nessuno; e piú nessuno, nessuno piú in questa sorta di teatro di nulla, né attori né spettatori, né agenti né agiti, e piú niente, niente piú per la messinscena ora mai senza piú scene, non palchi né quinte, da dove entrare, da dove uscire, un teatro senza personaggj né storie, per una storia senza piú storie da presentare, da rappresentare.
Eppure una voce, o meno, molto meno di una voce; un suono, o meno, molto meno di un suono; un menomo, menomato soffio soffiò, quasi d’ali di nulla battenti battute alle sue spalle, dinanzi a sé: era come un vento quel soffio, quel quasi-suono, ma non ancora suono, quella quasi-voce, ma non ancora voce; era come una tempesta al cui centro una fabulosa favella, una lingua, di fuoco & fiamme, risorta forse dalle ceneri di sé: una risonanza, ma ancora senza suono, che a sé traeva ogni azione distraendo; una invocazione, ma ancora senza voce, ma ancora senza vocazione, che lo stesso evocava, ma non lo stesso; una preghiera, che non chiedeva alcun ché, che non richiedeva, senza piú desiderj di sorta, come esercizj di distacco, d’abbandono, di sé, degli altri, d’ogni altro, delle cose tutte.
E tutto questo nulla, e quello con questo, a formulare un ænigma: – chi sei? chi è?
E la cosa era senza un perché.



cryptocryptae


Sprofondato oramai il mondo, e le cose tutte d’esso: le scale, per esempio, e la porta alla fine d’esse, quella che apriva al futuro, rimasto sí come in sé rinchiuso, e la porta al principio d’esse altresí, questa, – ma quale?, – da aprirsi al passato, rimasto per ciò come inconcluso, e da svolgersi solo involvendosi. Tutto inabissato, dunque, e anche essendoci, anche avendone la chiave – a ché? – chiedeva una voce al Signore.
E se, anzi ché non interrarsi, le cose tutte, come in un vortice, una vertigine all’incontrario, si fossero incielate? – si chiedeva, tra sé e non sé, rispondendo senza risposte il signore.
E quale la chiave, allora? e di quale & quali porte? quali le porte alla fine, al principio, delle scale, allora? era forse la porta alla fine la stessa di quella del principio? era forse la porta del passato la stessa di quella del futuro? e cosa, cosa prima del passato? e cosa, cosa dopo il futuro? avrebbe aperta la porta, del futuro, quella chiave, ad averla, ad esserci, per ritrovarsi forse prima del passato? o forse per perdersi, del tutto?
Ma forse non c’era né terra né cielo ove indovarsi: né piú passato né piú futuro, né piú principio né piú fine. Nessuna fine, nessun fine. Nessun fine, nessuna causa. Solo & soltanto un presente di nulla: un teatro di nulla come sempre presente.



prodighi prodigj & artificj improvvidi


Il Signore forse sognava.
Ogni visione come cessata, se non da visionarj, da nottiluchi; ogni voce come di fantasmi, fatta di polve, fatti di nulla; ogni suono come di strumenti votati solo & soltanto al silenzio, ma assordante: una gran cassa vuota di risonanza, un rimbombo di tuoni obliti, una favella che piú non fabuli.
Quale impronta, segno, traccia, dare a non averne? e quale a non esserci suolo, alcuno, né alcun cielo, né aria? e quale respiro, soffio, fiato, a non esserci, a non averne? quale trama – dietro, o innanzi? e quale – ora, qui? e per chi? forse per sé? forse per altri? e chi questo sé? e chi questi altri? non c’è, né ha luogo, forse, questo luogo? non c’è, né ha tempo, forse, questo tempo? non c’è, né ha azione, forse, quest’azione?
Cos’era allora quella porta? quella porta: e questa, allora? e quell’altra? e quest’altra? e ancora, ancora una nuova porta: cosa? e per chi? erano porte tra un nulla & l’altro? che aprivano & chiudevano al nulla? o la porta stessa, e le porte tutte, erano questo nulla e quello con questo?
E tutte quelle & queste porte, e tutto questo & quel nulla, a formulare come un sigillo: – chi vede? chi conosce? non c’è forse sapiente che sappia piú sapere?



silenzj


“Ascolta!” – disse, senza dire altro, una voce al Signore.
E cosa ascoltare, allora? forse il silenzio? e chi, chi dietro quella voce? di chi quella voce che diceva senza dire, che diceva, senza dire altro, di ascoltare? C’era forse qualcuno? e questo qualcuno aveva forse labia, denti, bocca? aveva forse un corpo? E se in vece sua non l’avesse punto? era dunque d’uno spirto, d’un corpo senza corpo, quella voce? Come dire ch’era forse di qualcuno, ma senza nessuno; come dire ch’era forse di qualcuno, ma senza nemmanco sé stesso. C’era però qualcuno, ch’era forse nessuno, a formulare non piú d’un menomo suono, e pure un suono; non piú d’una menoma voce, e pure una voce; non piú d’un menomo verbo, certo, ma certo un verbo: un imperativo, ma ipotetico.
Ridotta a nulla la voce, e le cose con essa; ridotta a nulla la voce, e le cose che dice con essa; ridotta a nulla la voce che dice, che dice senza dire, che dice senza dire altro le cose che dice; ridotta a nulla la voce, e le cose con essa, la voce che dice, e le cose che dice con essa, la voce che dice, senza dire altra cosa, questa cosa, di ascoltare – ma cosa? C’era forse qualcosa? Ecco: ridotta a nulla, la voce, e con essa le cose, che dice? e con la voce, ridotta a nulla, che dice le cose che dice, le cose, ridotte a nulla, che sono? che dicono?
Ridotte a nulla le cose che sono, e la voce con essa; ridotte a nulla le cose che dice che sono, le cose che sono che dice; ridotte a nulla, le cose, e con esse la voce, che dicono che sono? Le cose, ridotte a nulla, sono forse qualcosa? Le cose che sono, ridotte a nulla, sono forse ancora qualcosa? e con le cose, ridotte a nulla, con le cose che dice che sono, la voce, ridotta a nulla, la voce che dice le cose che sono, che dice? che dice che sono? che sono qualcosa? Come dire forse che le cose che sono, ridotte a nulla, piú non sono, e se sono, sono come d’un labirinto, immobile: un labirinto tutto pareti, o senza del tutto pareti.



contexte, o senza


“Si decida, una volta per tutte! Allora, sí o no?” – fu chiesto al Signore.
Come se fosse possibile decidere. Come se fosse possibile decidere tra il sí & il no, tra l’uno & l’altro.
Come dire che l’uno, talvolta, sia anche altro, sia anche l’altro? Forse che il sí sia anche no, sia anche il no al no? e viceversa, o quasi: che il no sia anche sí, sia il sí al no? Come dire che dire sí al sí & no al no sia dir di sí, un sí? e come dire che dire sí al no & no al sí sia dir di no, un no? Dire, forse, forse sí forse no?
“La verità, sputala fuori!”
Come se fosse possibile dire la verità, o una verità soltanto. Come se fosse possibile dire la verità, o una soltanto, e non la menzogna – una qualsiasi, una qualunque.
È vero, forse, che il vero sia sempre vero? ed è falso, forse, che il falso sia sempre falso? Non è forse vero che il vero, talvolta, sia anche falso? o è forse falso? Non è forse vero che il falso, talvolta, sia anche vero? o è forse falso?
È cosí – n’est-pas?
E le tavole, allora? son solo & soltanto assi d’un palcoscenico da niente? E gli uomini, allora? son solo & soltanto maschere d’un teatro da nulla? son solo & soltanto personaggj, burattini, pel teatro del nulla?
“Ô la justice injuste!”
“Ô la justice sans cause!”
Senza cause, né effetti: senza fine.