Giorno: 2 settembre 2013

Agostino Cornali – L’odore della resina

Parigi 2010 - gm

L’odore della resina

 

 

L’uomo con la camicia mise una mano sopra il suo bicchiere e scosse la testa.

            “Grazie, sono a posto così”

            Il padrone di casa alzò le spalle, si versò altro vino e fece per tornare a sedersi sulla sedia, ma poi cambiò idea, prese i fogli e si sedette sulla poltrona. L’altro si tolse il cappello da cowboy che aveva in testa e lo appoggiò sul tavolo, tirò fuori da un taschino della camicia la sua pipa, la smontò e cominciò a pulirne meticolosamente il cannello con lo scovolino. Poi la riempì di tabacco, chiese un fiammifero, lo mise a contatto col fornello  e la accese. Il bambino, seduto al suo fianco, non fiatava. Guardava le volute di fumo arrampicarsi verso la lampadina che pendeva dal soffitto. Entrambi aspettavano che il padrone di casa finisse di leggere quei tre fogli che aveva in mano e che portavano in calce una firma che lui conosceva bene. Mentre li esaminava, il suo volto concentrato, ricoperto da una folta barba nera, non cambiava mai espressione.

            Quand’ebbe finito rimise i fogli nella cartellina, la chiuse e guardò il suo ospite, che col bocchino della pipa si grattava un lato del naso. Una busta di carta scivolò sul tavolo verso di lui. Il padrone di casa si alzò sospirando e aprì la busta. Conteneva dei soldi, parecchi soldi.

            “Tre mesi al massimo, non un giorno di più”, lo rassicurò l’uomo con la camicia.

            “Perché non esci a fare un giro?”, chiese poi al bambino, “Vai a vedere gli animali. Dobbiamo discutere di alcune cose da grandi”.

            Quando il bambino uscì l’uomo con la camicia rimise la pipa nel taschino, si alzò dalla sedia e si avvicinò all’altro, che era in piedi con la busta in mano.

            “Non crea problemi”, confessò a bassa voce, “Hai letto, il nostro medico gli ha fatto tutti gli esami possibili. E’ sano come un pesce. Non ha detto una parola da quando è arrivato da noi, ma il medico dice che si tratta di mutismo volontario. E’ solo un po’ confuso. L’aria di montagna gli farà bene.”

            Il padrone di casa pensò alla sua mandria, al suo cane non ancora tornato, all’inverno da poco concluso e al prossimo, che era già troppo vicino. Quei soldi gli servivano, ma non era quello il punto.

            “Non mi avrebbe mandato fin quassù se ci fosse un’altra soluzione”, insistette l’uomo con la camicia. “Sette ospiti oltre la capienza massima, non riusciamo nemmeno più a controllarli. L’altra notte sono scappati, in due. Hanno scavalcato il cancello, hanno fatto un buco nella rete. Non so dove pensassero di andare.”

            Il mandriano infilò la busta sulla mensola sopra il lavabo, accanto a un vaso di vetro.

            “Due mesi e mezzo, non lo voglio qui d’inverno”

            “Il 15 di novembre”, rispose l’altro, dopo un veloce calcolo mentale. “I lavori finiranno intorno al 10”

            I due si strinsero la mano. Il mandriano si chiedeva se avesse dovuto ringraziarlo, ma mentre ci pensava passò il momento giusto e non disse nulla. L’ospite prese il suo cappello dal tavolo e uscì. Trovò il bambino davanti al recinto degli animali, a fianco della stalla. Si tolse il cappello, si piegò sulle ginocchia e glielo mise in testa.

            “Ciao, cowboy”, gli disse.

            “So che ti lascio in buone mani”, aggiunse rivolto al mandriano, che si era fermato sulla soglia di casa e stava pensando che con quei soldi avrebbe comprato tanta legna da non doverla più raccogliere per le prossime tre estati. Oppure si sarebbe comprato un altro paio di vacche, per ingrandire la sua mandria. O un fucile nuovo di zecca.

            Ma non era quello il punto, si ripeteva, aveva accettato perché quell’uomo che adesso si avviava lungo il sentiero che conduceva alla diga era stato mandato da qualcuno che gli aveva salvato la vita, tanto tempo prima.

            Andò in cantina e poco dopo tornò dal bambino.

            “Dammi le mani”, gli disse, “no, così”, posò per terra il sacco di iuta che aveva con sé e mostrò al bambino le mani a coppa. Il bambino lo imitò.

            Prese una manciata di cereali dal sacco e la versò nelle mani del suo piccolo ospite.

            “Mettile qui”, afferrò delicatamente i suoi polsi e li posizionò nell’apertura fra le due assi orizzontali dello steccato.

            Poi fece uno strano richiamo, a metà tra un fischio e un grugnito, e una coppia di capre uscì dalla stalla e procedette titubante verso di loro. Anche le galline e i conigli, forse attirati dall’odore di un essere umano sconosciuto, uscirono dai loro giacigli abituali e cominciarono a razzolare qua e là nel cortile. Mentre le capre mangiavano tranquille i cereali il bambino alzò la testa e il mandriano vide i suoi occhi chiari sotto la frangetta bionda. Quando ebbero terminato, il piccolo le accarezzò sul muso e sotto il mento. Passò una mano sulle loro corna ancora poco sviluppate.

            Le capre lo guardavano in silenzio. Nella loro saggezza animale forse sapevano già quello che gli sarebbe successo.

*

 

            I primi furono giorni di silenzio e di attesa. Sembrava che i due abitanti della casa si stessero annusando, come animali. Il bambino passava il tempo a dar da mangiare alle bestie nella stalla e a fantasticare sul bosco a nord-est della casa. Era oscuramente attratto da quel luogo misterioso, gli piaceva immaginare gli alberi, gli animali, i segreti che si nascondevano lì dentro.

            Una sera, improvvisamente, il mandriano cominciò a parlare.

            “Anch’io alla tua età parlavo poco”, disse mentre sorbiva la minestra dal suo cucchiaio. “Di notte dormivo male e durante il giorno ero troppo stanco per parlare. E poi decidevano tutto loro, noi dovevamo soltanto ubbidire. E’ ancora così, vero?”, cercò uno sguardo d’intesa col bambino, ma quello si era incantato a guardare le fiamme nella finestrella della stufa.

            L’uomo si versò un altro bicchiere di vino.

            “Mi odiavano tutti, là dentro”, continuò, “perché ero uno dei pochi che aveva conosciuto sua madre. Era stata lei a portarmi là, me lo ricordo bene, mi disse che nel pomeriggio sarebbe tornata a prendermi. Non l’ho più vista, e non ho più chiesto di lei. Avrò avuto sei o sette anni. Non so che fine abbia fatto”

            Il bambino adesso lo ascoltava con attenzione.

            “Sono stato all’Istituto fino a diciott’anni, poi mi sono trovato un lavoro come boscaiolo. Avevo una stanza giù in paese, mi alzavo alle quattro di mattina, venivo quassù e non facevo altro che trasportare tronchi enormi dal bosco alla teleferica. Ogni santo giorno. Vuoi ancora un po’ di minestra?”

            Il bambino scosse la testa.

            Allora l’uomo si alzò, mise i due piatti nel lavabo e prese da un armadietto una bottiglia di liquore e un bicchierino minuscolo.

            “Litigavo con tutti”, continuò con un tono di voce leggermente più basso, “e ho capito che era meglio se me ne restavo da solo. Allora mi sono comprato questa baita e dei capi di bestiame, ho messo insieme una bella mandria, circa una trentina di vacche, e mi sono trasferito quassù.”

            Si alzò, prese dalla cesta un pezzo di legno e lo gettò nella stufa. Quando tornò a sedersi si versò un altro bicchiere di liquore.

            “Mi piace stare da solo.”

            Quella notte il bambino fece un incubo. Era sul fianco di una montagna, al centro di un enorme ghiaione. Le pietre avevano forme strane, allungate come fossili preistorici, ed erano tutte bianchissime. Sapeva che non poteva muoversi; un singolo passo in qualunque direzione avrebbe rotto il delicato equilibrio su cui quella gigantesca struttura naturale si teneva e l’avrebbe fatta crollare. D’un tratto gli sembrò di vedere un piccolo punto scuro, che da valle risaliva zigzagando lungo il ghiaione, verso di lui. Esultò, qualcuno stava venendo a salvarlo. Man mano che si avvicinava, però, diveniva chiaro che non si trattava di un essere umano: camminava a quattro zampe e diventava sempre più grande, fino ad assumere le inconfondibili fattezze di un orso bruno. Era ormai a pochi passi quando improvvisamente l’animale si fermò, si alzò sulle zampe posteriori ed emise uno strano verso, a metà tra un fischio e un grugnito. Il bambino sentì nell’aria un rombo fortissimo e la terra tremò sotto i suoi piedi. Si voltò. Qualcosa stava per precipitare dalla cima della montagna, qualcosa che li avrebbe travolti.

            Si svegliò sconvolto nella sua branda. Il mandriano russava nel letto dall’altra parte della stanza. Guardò la sua pancia andare su e giù mentre fuori, nascosti tra gli alberi, gli uccelli annunciavano l’alba imminente lanciando nell’aria i loro richiami. Scese da basso e decise di prepararsi la colazione da solo: versò un po’ di latte in un pentolino e lo mise a scaldare sulla stufa, poi spense la luce e bevve il latte guardando dalla finestra il chiarore del giorno che avanzava. Un vento freddo di fine estate attraversava impietoso i boschi attorno alla casa, fregandosene dei sentieri tracciati dagli uomini. Prese una coperta, si sedette sulla poltrona accanto alla stufa e sprofondò di nuovo nel sonno.

            Aprì gli occhi quando il sole era già alto e si trovò davanti il mandriano, che sembrava infuriato. Il bambino scattò in piedi, voleva scusarsi per avergli rubato il posto sulla poltrona, ma quello si portò un dito davanti alla bocca.

            “Non fiatare”, sussurrò, e si avvicinò cautamente alla finestra, cercando di non fare rumore.

            “Il fucile”, disse, “vai in cantina a prendermi il fucile!”

            Il bambino era già sulla porta quando il mandriano esclamò “Le chiavi! Sulla mensola!”

            Allora il bambino tornò indietro, afferrò le chiavi, uscì dalla casa e raggiunse di slancio la porta della cantina. Con la mano tremante aprì il lucchetto, tirò il chiavistello ed entrò.

            Non sapeva dov’era il fucile, trasse un respiro profondo e cominciò ad esplorare la cantina. Si fece largo tra la legna, le provviste per l’inverno, i pacchi di vecchi giornali, e poi, finalmente lo vide: era appeso al soffitto con un gancio di ferro, ma era troppo in alto, e dovette arrampicarsi su alcune casse piene di vasi di vetro. Alzandosi sulle punte dei piedi afferrò la canna del fucile, riuscì a togliere la cinghia dal gancio e tornò di corsa nella casa. Il mandriano era ancora in piedi davanti alla finestra, nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato.

            “Quel figlio di puttana”, disse, “mi è scappato. Quel maledetto orso mi è scappato di nuovo”.

            Nel pomeriggio il mandriano disse al bambino che doveva aiutarlo. Prese il vaso di vetro dalla mensola sopra il lavabo, lo guardò alla luce della lampadina e disse “Bene, secondo me è pronta”.

            Quando lo pose sul tavolo il bambino notò che il vaso era pieno fino all’orlo di piccole pigne di mugo immerse in un liquido.

            “Quaranta pigne, raccolte ai primi di aprile”, disse l’uomo mentre recuperava da sotto il lavabo un imbuto e un panno di lino, “Bisogna lasciarla riposare per cento giorni esatti”

            Inserì l’imbuto nella bottiglia e chiese al bambino di tenere il panno di lino aperto e teso sopra l’imbuto. Versò il contenuto del vaso, un liquido denso color avorio, e sul panno si depositarono le pigne di mugo.

            “Ottima! Direi che possiamo filtrare anche gli altri”, disse il mandriano, dopo aver trangugiato un bicchiere di grappa.

            Il bambino avvicinò il viso alle pigne e annusò l’odore che emanavano. Era l’odore della resina, dei boschi di montagna, della solitudine.

            L’odore che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita.

            *

            “E’ tornato” disse un mattino il mandriano, ma quando vide il terrore negli occhi del bambino aggiunse “il mio cane, è tornato. Non l’hai sentito abbaiare questa notte? E’ piccolo ma abbaia forte”

            Il bambino scosse la testa.

            “Era così felice di essere di nuovo a casa che non la smetteva più. Un mese fa l’ho mandato sull’altopiano a far la guardia alla mia mandria. Dice che stanno bene, che va tutto bene. Adesso se ne è andato di nuovo, a riposare un po’, come fa sempre. Ne ha diritto anche lui, non è vero?”, disse ridacchiando.

            Il bambino annuì.

            “Non so dove vada” continuò, mentre avvolgeva in un foglio di giornale un fascio di legna fine, “a volte sta via per un anno intero. Vorrei poterlo fare anche io. Partire, andarsene da un momento all’altro, senza avvisare nessuno.”

            Accese un angolo del giornale con un fiammifero.

            “Qui nella valle lo conoscono tutti, gli vogliono un bene dell’anima. Come fai a non volergli bene.”

            Spense il fiammifero agitandolo nell’aria.

            “Adesso tocca a noi, gli diamo il cambio, domani ti porto sull’altopiano. Ti porto a vedere la mia mandria”, disse orgoglioso.

            Il fuoco avvolse nel suo abbraccio la legna fine e poi aggredì i pezzi più grossi.

            L’altopiano era distante poco più di tre ore di cammino. Il mandriano regalò al bambino, per la sua prima escursione, uno dei suoi bastoni, ricavato dal ramo scortecciato di un faggio. Era più lungo della sua statura. Presero il sentiero che costeggiava l’orto e attraversava la pineta a nord-est della casa. Il mandriano si fermava spesso per istruire il bambino: gli insegnò a distinguere i funghi velenosi da quelli commestibili, gli mostrò le tane dei tassi, le cavità scavate sui tronchi dai picchi, le impronte dei caprioli e gli escrementi delle capre selvatiche, simili a piccole biglie. Il bambino era ammirato e lo ascoltava con la massima attenzione.

            Quando uscirono dal bosco si ritrovarono davanti a un grande prato verde e ondulato, punteggiato di piccoli fiori gialli e diviso in due dal letto di un torrente in secca, che terminava in uno strapiombo sul limite occidentale dell’altopiano.

            “Attento a dove metti i piedi”, lo avvertì il mandriano, scendendo nell’alveo del torrente, “qui è pieno di vipere”.

            Camminarono verso nord tra le pietre e i rami spezzati trascinati fin lì, in altre stagioni, dalla corrente di quel fiume fantasma. Il mandriano avanzava con cautela sotto il sole, procedendo a zig-zag e picchiando col suo bastone sui massi più grossi, per far scappare le vipere.

            “Ecco, qui sopra”, risalirono la sponda destra del torrente e si fermarono tra i sassi che affioravano dall’erba.

            Il bambino in un primo momento non vide nessuna mandria e non capì. Poi realizzò che quei sassi erano troppo bianchi. Erano ossa, decine e decine di ossa e carcasse di animali, ammucchiate in quella specie di cimitero da chissà quanto tempo. Si chinò e raccolse un teschio di bovino spaccato a metà, sul quale si potevano riconoscere le cavità circolari dell’occhio destro e della radice di un corno sulla fronte. Quando rialzò lo sguardo vide che il mandriano si era spostato di qualche metro: poco più avanti, su una collinetta erbosa, una croce formata da due assi di legno legate con del filo di ferro era conficcata nel terreno. Ai piedi della croce qualcuno aveva lasciato un mazzo di fiori, ormai appassiti, e il mandriano era lì con la testa bassa e le mani giunte, come davanti a un altare.

            “Quel figlio di puttana”, disse. “Tutte me le ha mangiate. Tutte.”

            Tornarono a casa quando si stava alzando lo stesso vento freddo del giorno prima.     Quella sera il mandriano non parlò molto, bevve più del solito e  mandò il bambino in cantina a prendere altri vasi di vetro. Si fece aiutare a filtrarli fino a riempire tre bottiglie. Se ne scolò una seduto sulla sua poltrona, mentre leggeva uno dei vecchi giornali che conservava in cantina. Fuori le cime degli alberi erano tormentate dal vento, che ululava come una bestia furiosa.

            Quando sentì il rumore delle prime gocce di pioggia sul tetto della casa, il bambino salì al piano di sopra e andò a dormire. L’uomo si era addormentato con i piedi appoggiati sul cesto della legna e il giornale abbandonato sulle gambe.

            Il bambino sognò di essere di nuovo sull’altopiano, ma in un’altra stagione: una brezza tiepida correva sul prato, su cui germogliavano fiori di ogni forma e colore, ranuncoli, stelle alpine, primule e genzianelle. Tutto il paesaggio era illuminato da una dolce luce rosata che pioveva dall’alto. Un fruscio attirò la sua attenzione: era il torrente che scorreva impetuoso. Il bambino lo scavalcò con un enorme salto da una sponda all’altra e si diresse verso il cimitero degli animali. Lì, proprio in mezzo alle ossa, vide due persone: un uomo e una donna, vestiti elegantemente di nero e di bianco, si tenevano per mano davanti all’altare con la croce di legno. Si stavano sposando. Lo sguardo del bambino girò intorno a loro; erano due ragazzini, giovanissimi e raggianti di gioia. Non li aveva mai visti, ma era certo che fossero i suoi genitori. Davanti a loro comparve, per celebrare il matrimonio, il mandriano, con in mano uno dei suoi vecchi giornali al posto del messale. Tutta la scena era molto buffa e al bambino veniva da ridere.

            Improvvisamente il rumore del torrente alle loro spalle si fece più forte. Il bambino si voltò a guardare: il corso d’acqua si era ingrossato rapidamente e quel boato continuo era accompagnato dal rumore dei massi che rotolavano a valle trascinati a valle dalla corrente. Il mandriano alzò gli occhi dal giornale e chiamò il bambino, una volta, due, tre, finché quello non si svegliò.

            L’uomo era seduto ai piedi del letto con la testa tra le mani. Fuori infuriava la tempesta, col rombo continuo dei tuoni e la luce dei lampi che illuminava la sua schiena.

            “Non ce la faccio più”, disse a bassa voce, come se temesse di svegliare qualcuno. “Lo sai cosa dicono di me? Lo sai? Tutti, qui nella valle, dicono che non so più badare ai miei animali. Che ho lasciato che morissero, uno dopo l’altro. Non posso continuare così. Hanno trovato delle unghiate sugli alberi del bosco. Devo prenderlo, capisci? Devo ammazzare quel maledetto orso”

            Il mandriano cominciò a piangere e tra le lacrime continuava a parlare, dicendo cose senza senso. Il bambino si alzò a sedere perché non riusciva a sentirlo e gli mise una mano sulla spalla. Voleva dirgli che quelle ossa erano lì da secoli, che l’orso non era mai esistito e che nessun altro viveva in quella valle oltre a loro due.

            Ma il mandriano si alzò di scatto.

            “Devo andare”, disse, e raccolse il fucile che aveva appoggiato alla sponda del letto.

            Continuava a piovere a dirotto e piccoli ruscelli d’acqua scendevano dal bosco verso la casa            . Il bambino lo guardò dalla finestra: nel chiarore crescente dell’alba, avvolto in un impermeabile scuro e con il fucile a tracolla, imboccò il sentiero che costeggiava l’orto. Una delle capre era uscita dalla stalla e belava disperata sotto il temporale.

            Quella sera, quando non lo vide tornare, all’inizio pensò che avesse trovato un riparo e stesse aspettando la fine della pioggia. Poi temette che fosse stato morso da una vipera e quel pensiero lo fece trasalire. Preferì figurarsi l’epica battaglia con quell’orso immaginario, un corpo a corpo furioso tra uomo e animale in mezzo alla tempesta. Forse si era sbagliato, forse quell’orso esisteva davvero.

            Non poteva immaginare la caduta nel fiume in piena, la testa fracassata contro un sasso, la corrente che trascina il corpo nello strapiombo. Ritrovarono il cadavere due settimane dopo, nei pressi della diga.

            Il bambino rimase da solo in casa per cinque giorni interi, durante i quali non smise mai di piovere. Si arrangiò mangiando qualche provvista conservata in cantina, del latte, qualche verdura dell’orto. Una sera, dopo cena, non resistette più, e decise che doveva andare a cercarlo. A lui non piaceva stare da solo. Si coprì con un cappotto pesante che aveva trovato in cantina e che gli arrivava fino ai piedi, indossò il suo cappello da cowboy e prese il lungo bastone che gli aveva regalato il mandriano.

            Vestito in quel modo assurdo, come un piccolo stregone delle montagne, il bambino uscì nell’aria gelida per andare incontro alle tenebre. E si perse per sempre.

            Era il 14 di novembre.

            L’uomo con la camicia arrivò puntuale il giorno dopo, a metà mattina. Entrò in casa, non trovò nessuno, uscì, chiamò a gran voce ma nessuno rispose. Li cercò anche nella stalla, e in cantina. Quando uscì notò che un piccolo cane era comparso davanti alla porta della casa, e mugolava. Si piegò sulle ginocchia per accarezzarlo, poi tornò dentro. Sedette al tavolo e accese la sua pipa. Dopo un paio di minuti si alzò e guardò sulla mensola sopra il lavabo: la busta con i soldi era ancora lì.

            *

            Questa è una vecchia storia, che in paese conoscono tutti. Del bambino non si seppe più nulla. In molti sono convinti che sia morto dopo pochi giorni, perché a quell’età non avrebbe potuto sopravvivere a lungo, da solo, in mezzo ai boschi. I più fantasiosi ritengono che la sua anima tormenti ancora gli intrepidi viaggiatori che si avventurano fin lassù e dicono che a volte, durante i temporali, si sente una voce infantile che chiama, che cerca il mandriano.

            Ma i più anziani, quelli che erano vivi quando l’Istituto era ancora in piedi, ripetono che non è possibile.

            Perché quel bambino non parlava mai.

***
© Agostino Cornali