Mese: settembre 2013

Giuseppe Merico: Prima viene la pioggia

San Paolo - foto di gianni montieri

La terra fuori è bella, bianca, verde e rossa
ma dentro è di colore nero, più scura della morte.

Walther Von Der Vogelweide

I’m having trouble inside my skin,
I try to keep my skeletons in.
Slipped, The National

Un bambino di nome Leo chiese a sua madre di non guardarlo – non erano nemmeno le nove del mattino  – non quando faceva la pipì. Sua madre, una signora dagli zigomi alti che aveva partorito il bambino troppo tardi e al cui centro della faccia aveva una macchia umida più scura della pelle circostante si avvicinò ancora di più al bambino che se ne stava in piedi di fronte al water e guardò così intensamente il bambino tra le gambe che le gocce di urina smisero di venir giù. Leo cercò invano gli occhi della madre, la implorò di andarsene rimanendo fermo per un po’ con il pisello stretto tra l’indice e il pollice della mano destra, uno spessore così minimo che sembrava non tenere niente in mano se non l’idea, nemmeno tanto chiara, di qualcosa. La madre non lo guardò negli occhi nemmeno quando il piccolo le sferrò una doppietta di calci sugli stinchi, le pestò i piedi e si affannò invano a scacciarla dal bagno. La madre di Leo era molto pesante e non era quel tipo di persona che la sera prima di addormentarsi o la notte si chieda se possa fare qualcosa per migliorarsi o se ciò che ha fatto durante il giorno abbia provocato disagio, dolore o smarrimento in qualcuno, in questo caso e non solo in questo nel suo povero, piccolo Leo.
Alle dieci e un quarto, seduta sul letto, i piedi nudi buttati sul pavimento quasi non fossero i suoi, di fronte allo specchio della camera da letto, la signorina Milva ascoltava il frangersi della pioggia contro i muri della sua villetta. Le traiettorie compiute dalla spazzola, un vecchio ricordo della nonna materna, aumentavano di velocità man mano che questa terminava il tratto di percorso nero corvino e liscio molti centimetri più giù dalla testa. Dopo aver cominciato con un’andatura regolare e ritmica, la signorina sessantenne, mai sposata e ancora intatta, iniziò a strattonare a metà percorso e giunta fino a metà della spalla o continuava fino alle punte per poi sfilare la spazzola e riportarla alla sommità del capo o strappava via, in ogni caso i colpi dopo all’incirca dieci minuti erano diventati così violenti che i suoi capelli, motivo di vanto per tutta una vita vennero via a ciocche sempre più spesse, le sue dita le sfilavano dai denti di metallo della spazzola e solo un “ecco” ossessivo e diabolico, ripetuto tante volte quanti erano gli strappi, andava a inframmezzarsi al monotono rumore dell’acqua che bagnava i vetri della finestra.
Erano da poco passate le undici quando Emiliano, di qualche anno più grande del fratello Mirko, gli lasciò un segno e un ricordo sul collo e fu soltanto per merito della madre accorsa sotto la veranda che il fratello minore non morì quel giorno perché sarebbe bastato solo qualche altro giro di lenza e qualche grosso vaso sanguigno del collo sarebbe stato reciso. La morte sarebbe sopraggiunta così o per asfissia.
Quando i rintocchi della Chiesa Matrice furono dodici Padre Antonio non riuscì più a trattenersi e si asciugò la punta del cazzo sporca di sperma su uno dei fazzoletti di cotone che la madre gli stirava. La masturbazione fu più rapida del ciclo delle campane tanto a lungo era rimasto intrappolato il demòne nella sua testa. Alla fine rimesso a posto l’attrezzo che a malincuore si trovava tra le gambe dalla nascita, abbassò la levetta e le campane la smisero di “sculettare come troie”, parole sue o del demòne che si portava dentro.
Prima delle tre, causa l’abbondante pioggia, il furgoncino del caporale sbandò pericolosamente e andò a rompersi contro il muro di una casa cantoniera, la parte anteriore del mezzo si compresse come una fisarmonica e il parabrezza scoppiò sulla faccia dell’uomo che stava alla guida, questi prima di perdere i sensi ebbe il ricordo di due mani tese che lo tiravano fuori da qualcosa, un foro, un buco, un pozzo o un canale uterino.
Sempre a quell’ora, ma più a sud sotto un nembo più scuro degli altri, sotto la pensilina di una bella casa, ma soprattutto sotto il peso di una sottolineatura di parole che lo spostava più in là in una zona oltre la siepe, dove si diceva ci fosse il mondo degli altri, un uomo non più giovane e con la barba di un invidiabilissimo grigio cenere – la mano destra nella tasca di un paio di pantaloni comodi e larghi e di buona fattura che ricadevano morbidamente su un paio di sandali tedeschi, la mano sinistra protesa verso il suolo che è il luogo a cui tutti siamo chiamati, non in alto ma in basso, sussurrò a labbra strette, quasi si vergognasse, “eccoli i giorni, la lunga sequela dei gesti ripetuti, si nutrono di mancanze, le mie, additano la colpa che è coda, mi riportano a me anche quando non voglio, questo male che sono io scava un solco nell’aria ed è fatto di dolore, una frequenza non più conciliabile con il resto, la voragine aperta settantacinque anni fa ora si richiude.”
“Finalmente” aggiunse dopo, poco prima di rientrare in casa, chiudersi la porta alle spalle e spararsi un colpo di pistola che lo attraversò da tempia a tempia.
Capitava all’uomo di svegliarsi nel cuore della notte sentendo l’odore della polvere da sparo, arrivava da lontano, la pineta non era fitta e tra gli alberi c’erano dossi e avvallamenti della misura di qualche decina di metri, linee curve e morbide che non meritavano lo scempio dei corpi insanguinati. Le esecuzioni avvenivano lì, i controsensi anche, chi c’era c’era, partigiani, sospettati di averli tenuti nascosti nei fienili, nei granai, di aver fatto la vedetta al paese prima che arrivassero loro a rastrellare. Il meridione era stata una scappatoia, una casa che non visitava più e un allontanarsi dall’Appennino, lo avrebbe obliato, avrebbe vissuto, ce l’avrebbe fatta, avrebbe dimenticato e i morti si sarebbero dimenticati di lui. Invece non era andata così, venivano a fargli visita la notte, donne con il cuoio capelluto zuppo di sangue, tenuto tra le mani, i crani esplosi, le membra che sfuggivano ai ventri, uomini della sua stessa età che non avevano avuto il coraggio di arruolarsi ai quali prima aveva fatto saltare le ginocchia, poi aveva sparato in testa con la pistola, venivano e lo guardavano, silenziosi, ai piedi del letto.
Alle tre e un quarto lo sparo echeggiò nelle stanze per qualche frazione di secondo poi ci fu solo il silenzio prima che arrivasse la polizia a forzare la porta di casa.
Tra le cinque e le sei la oramai ex ragazza di Faustino, seduta sul cesso di casa sua pensò a lui nei termini di una figura di Bacon la cui faccia si trasformava sotto la spinta di una forza entropica in un disco concavo.
L’intero paese era sferzato da una pioggia che ne  mostrava a chi avesse provato un minimo interesse a interpretarne l’aspetto, una faccia costernata perché si era levato un vento che la sbatteva di qua e di là, interlocutoria come un bambino che non capisce di aver fatto qualcosa di sbagliato. Riflessiva, si prese delle pause, si spostò di lato, lasciò spazi vuoti.
Alle sette e sette un costone di terra si staccò dalla parete e franò in un mare grigio e tumultuoso, l’acqua alla riva cambiò colore, si fece rossa come il sangue del signor Orazio, il coltello era entrato da dietro, non aveva incontrato ostacoli, un po’ più a destra ci sarebbero state le vertebre cervicali, invece per la mano che aveva sferrato il colpo fu come riporlo nella sua guaina.

© Giuseppe Merico 

sito internet

Poesie inedite di Stefano Crescenzi

di Stefano Crescenzi

firenze

il nulla del ridente passato
si scioglie come cenere
nell’acqua piovana
di piazza san giovanni
cammino e raccolgo
la mia solitudine
in un nugolo di piazze
ancora rapprese
tra mille stradine
alla memoria dei morti

* * *

brandelli di vita
si stanno
sgualciti
alla mia parete
come panni sporchi
del giorno
prima

* * *

l’immagine riflessa dei vetri d’acqua
si colora di limpide tinte iridate
e nuovi bagliori ancora splendono in simboli infocati
le lastre di terra del suo cammino
sanno ancora di foglia riarsa e umido sentore
ma un passo dietro l’altro è solo un calpestare
l’immagine riflessa dei vetri d’acqua

* * *

la coltre di polvere di ogni attimo
è il nuovo specchio di un moto apparente
il finto fluttuare della rude corteccia
scavata da sempre dai solchi profondi
di un evo che corre fra futuro e passato
nella folle corsa di voci perenni

* * *

L’angoscia di una sera è rimanere soli
con i propri passi e i battiti cadenzati
di pensieri vecchi e nuovi.
Ogni strada è sempre uguale
e un lampione non sa dare
quella luce che non senti.
Ci vorrebbe qualcuno, una donna
o forse un dio che aspettasse paziente
il tempo loquace o uno sguardo nuovo.
Ma quel fondo di strada che ti vedi
dinanzi è vuoto come il mondo
che neppure sai sfiorare.

* * *

Odo il fruscio
delle foglie e del vento
il freddo respiro
dell’aria di tempesta.
Le piccole lampade
nell’ora del crepuscolo
sono pallide luci
per chi ascolta
e non guarda.

* * *

lieve mi ha sfiorato
l’attimo
e dilegua in riflessi
di fiaccole e falò
dove brucio perenne
la carne e il sangue
di una nuova luna

hai lasciato la cenere
e il lento stillicidio
di rosse gocce
che si fanno gelo
all’eterno tramonto

* * *

La Domenica (i demoni, il delirio, l’avversario) e Emmanuel Carrère

San Paolo - foto gm

La mattina del sabato 9 gennaio 1993,  mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. Gabriel aveva cinque anni, la stessa età di Antoine Romand. Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro. Ho trascorso da solo, nel mio studio, il pomeriggio del sabato e l’intera domenica, in genere dedicati alla vita familiare, perché stavo finendo un libro al quale lavoravo da un anno: la biografia dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick. L’ultimo capitolo raccontava i giorni che lo scrittore aveva passato in coma prima di morire. Ho finito il martedì sera, e il mercoledì mattina ho letto il primo articolo di «Libération» sul caso Romand.

Quando parlavano di lui a tarda notte, non riuscivano più a chiamarlo Jean-Claude. Non lo chiamavano nemmeno Romand. Lui si trovava da qualche parte, al di fuori della vita, al di fuori della morte, senza più un nome

Adesso, assicurava il parroco, vedevano Dio. Per i credenti l’ora della morte è l’ora in cui si vede Dio, non più in modo oscuro, come dentro uno specchio, ma faccia a faccia. Perfino i non credenti credono in qualcosa di simile: che nel momento del trapasso si veda scorrere in un lampo la pellicola della propria vita, finalmente intelligibile. Per i vecchi Romand questa visione, anziché rappresentare il pieno coronamento, aveva segnato il trionfo della menzogna e del male. Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana: l’Avversario.

Allungando il braccio avrei potuto toccarle la spalla, eppure fra di noi c’era un abisso, una voragine che non era solo l’intollerabile intensità della sua sofferenza. Io non avevo scritto a lei o ai suoi, ma all’uomo che aveva distrutto le loro vite. Era a lui che riservavo le mie attenzioni, perché volevo raccontare quella storia e per me era la sua storia. Andavo a pranzo con il suo avvocato. Stavo dall’altra parte della barricata.

©Emmanuel Carrère – L’avversario – Adelphi – traduzione di E. Vicari Fabris

Notizie dal Villaggio: Federico Scaramuccia

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Domenica 29 settembre 2013 ore 17.00

Associazione culturale “Villaggio Cultura Pentatonic”*

Viale Oscar Sinigaglia 18-20, Roma

Incontro con l’autore: Federico Scaramuccia

Come una lacrima (duemilauno)

Introduce l’opera Anna Maria Curci, sarà presente l’autore

«Dieci anni dopo l’11 settembre 2001, Federico Scaramuccia pubblica Come una lacrima, «dramma in due atti sul dolore che (ar)resta. Quello reale delle vite spezzate. E quello virtuale “trasmesso” a tutto il mondo» (dalla Nota al testo), scritto a partire da quel giorno del 2001 e nei mesi immediatamente successivi. Le parole si susseguono e ricorrono nelle sequenze e nei ritmi rigorosi, nei capitoli ternari della prima parte e nei distici a rima baciata della seconda, nella musica potente e dolente, “nell’eco che deforma in sottofondo”, nel coro a occhi aperti – ché stupore e constatazione, terrore e riflessione sono amplificati lì – e nell’opera tutta, il cui respiro epico non ha dimenticato lo squarcio espressionista». (Anna Maria Curci)

 

*ingresso con tessera ARCI; è possibile tesserarsi in sede

 

I Gatti Mézzi: Vestiti leggeri (intervista)

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I Gatti Mèzzi (che in dialetto pisano vuol dire gatti fradici) sono uno di quei gruppi che tanto sarebbero piaciuti a Mario Monicelli. Usciti da pochi mesi sul mercato discografico con il nuovo album intitolato “Vestiti leggeri” (pubblicato per la Picicca Dischi), ho approfittato del loro girovagare lungo la penisola per parlare con Francesco Bottai di questa avventura, partita da Pisa quasi dieci anni fa.

In breve, per chi non vi conosce, vuoi spiegare chi sono I Gatti Mèzzi, come sono nati e cosa vogliono fare da grandi?
Il nucleo centrale de I Gatti Mèzzi è composto da Tommaso Novi (pianoforte, organo, rhodes, voce e fischio) e da Francesco Bottai (chitarra e voce). La band è nata nel 2005 e vuole continuare a scrivere canzoni che siano in grado di farli vivere di musica. Da grandi vogliamo fare tante cose, collaborare con artisti di calibro e riuscire a implementare questa vita artistica che ci piace e che riteniamo davvero interessante. 

Com’è avvenuto l’incontro fra te e Tommaso?
Più che altro è stato l’incontro di un dialetto che, alla fine, è un vernacolo. Il pisano, infatti, non ha le caratteristiche di un dialetto. La lingua italiana nasce dal toscano, quindi diciamo che il nostro vernacolo è molto vicino a un italiano arcaico. L’idea iniziale era di mettere in musica dei pensieri vernacolari. Con il tempo si è raffinata la musica, italianizzandola soprattutto con l’ultimo disco, nel quale il progetto si è provincializzato.

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Facciamo un gioco. Da quando siete nati avete già realizzato cinque dischi; dovendoli descrivere con un aggettivo, uno per uno, cosa direste?
“Anco alle puce ni viene la tosse” (del 2006) è un disco ruspante; “Amori e fortori” (del 2007) è roccioso, tipico toscanismo che si usa per definire un qualcosa di solido. “Struscioni” (del 2009) è raffinato, “Berve fra le berve” è crudo e l’ultimo… diciamo maturo. Sì, potrebbe essere maturo, dai.

L’ultimo disco “Vestiti leggeri” è anche il più intimo che abbiate mai realizzato. È stato un caso o un’esigenza vera e propria?
Diciamo che è stata un’esigenza nella misura in cui il caso entra nell’esigenza. Io e Tommaso scriviamo separatamente e poi ci troviamo per un confronto. È difficile dire come nasce un pezzo ma poi, quando ci si guarda negli occhi, ci si accorge di molte cose. In questo caso ci siamo accorti di aver scritto entrambi cose molto intime. Non avevamo ancora deciso nulla, probabilmente è successo perché c’era questo tipo di urgenza.

Si parla di successi, di fallimenti, di amore e di donne. All’inizio pensavo che “Marina” parlasse di una donna e non di Marina di Pisa.
(ride) Mi fa piacere. Per Marina di Pisa provo un tipo di affetto che può essere paragonato a quello per una compagna; è il paese che mi ospita e che mi ha adottato quando da Pisa sono venuto qui a vivere. È il posto nel quale ho trovato una complicità e una struggenza che mi ha fatto piacere descrivere. Le donne sono presenti senza sconti come in “Lacrima meccanica” che parla di un rapporto spesso difficile con una donna che quando piange chiude ogni tipo di discorso e di confronto; oppure come in “L’amore ‘un lo faccio più”, dove si racconta della stanchezza che può sopraggiungere in un rapporto. Si parla di amore ma anche di paure, di tutte le cose che gli uomini onestamente si trovano a vivere. 

Immagino che le canzoni alle quali siete più affezionati siano quelle che parlano dei figli (“Pepe” e “Furio su ‘na ròta”) e del padre (Soltanto i tuoi baffi).
Sì, assolutamente; sono tre dei pezzi in cui crediamo molto. Aggiungerei anche “Noi”, l’ultimo pezzo dell’album, a cui sono molto legato. Ma quelli che hai citato, a livello sentimentale, sono di sicuro i brani cardini dell’album.

Nel disco c’è un duetto con Dario Brunori; com’è avvenuto l’incontro?
In passato abbiamo avuto a che fare con lui di sfuggita; entrambi abbiamo vinto il Premio Ciampi, in anni diversi, e tre anni fa siamo stati sempre su quel palco per il trentesimo anniversario della morte di Piero Ciampi. In quell’occasione ci lasciò un suo disco; ci piacque molto e ci stupì. Poi, il caso volle che il suo manager vivesse vicino a Pisa, pur avendo come base Firenze. Così ci siamo resi conto che c’era il desiderio comune di collaborare e abbiamo deciso di realizzare qualcosa insieme.

Di recente c’è stata la ristampa in edizione limitata in vinile di “Amori e fortòri”, arricchita dai disegni di Gipi. Ce ne vuoi parlare?
Gipi è toscano come noi e, oltre a stimarlo molto, crediamo anche sia un visionario. Il disco ha molto a che fare con la copertina che ha disegnato. I fortori sono i bruciori di stomaco, quindi gioie e dolori; e quella copertina penso ritragga una zona di Ospedaletto, nella periferia di Pisa. Anche se lavora con Internazionale e ha vissuto a Barcellona e a Parigi, ci ha confessato che per disegnare deve tornare a Pisa. C’è questa cosa che ci univa e la troviamo veramente azzeccata. Per noi è un valore aggiunto poter avere sulla copertina un’opera d’arte, soprattutto se consideri che è stata stampata sul vinile, che ha una grandezza che permette di ammirarla al meglio.

Avete partecipato anche a “L’elefante con le ali di farfalla”, insieme a Bobo Rondelli. Di che si tratta?
Tutto è nato da un’idea di Eva Malacarne; aveva scritto e illustrato alcune storie e cercava qualcuno che le musicasse. Così ci abbiamo pensato e noi e poi le abbiamo interpretate insieme a Roberto, autore molto interessante.

Quali sono i progetti in cantiere?
Per quanto riguarda “Vestiti leggeri” vorremmo avere tante altre occasioni per suonarlo in giro con un’orchestra di undici elementi; per noi sarebbe bellissimo, ma riuscire a portare in giro un’orchestra del genere, soprattutto oggi, non è facile. Vorremmo poi uscire in maniera massiccia dalla Toscana, rafforzare la collaborazione con la nostra etichetta e realizzare anche progetti diversi, magari con gente che noi riteniamo interessante. Ad esempio, abbiamo partecipato a un tributo a Lucio Battisti e abbiamo avuto a che fare con Colapesce. Questo ci può dare le chiavi di accesso a un panorama nazionale. E poi vorremmo realizzare altri bei dischi in futuro.

Flashback 135 – Gutenberg

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Sapere che in una città con più di quarantamila abitanti esiste una sola libreria è un dato che fa riflettere e fa capire molte cose della realtà che mi circonda. Lo sa bene anche Giovanni che tutte le mattine, da undici anni, decide di fare colazione circondato dai libri. Ogni settimana sono più quelli che arrivano di quelli che si riescono a vendere. Tra gli scaffali c’è tutto, dai classici ai contemporanei. C’è anche una sezione di Poesia ben fornita e una sulla storia della Sicilia. Fuori dal negozio sta coltivando una piantina di peperoncino e ora cerca il biancospino. Ogni anno dice di essere stanco, che è l’ultimo, che il gioco non vale la candela. Poi una volta a casa, prima di chiudere gli occhi e dormire, un nuovo libro gli fa cambiare idea.

© Marco Annicchiarico

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Viola Amarelli, Cartografie

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Viola Amarelli, Cartografie 

Nota di lettura di Anna Maria Curci

L’esistenza e i suoi scenari si manifestano sovente come tenaci ingombri, materiali incoerenti. Dinanzi a questa constatazione, nella quale ci imbattiamo con una certa frequenza, per caso o per ricerca, la possibilità di reazione non è unica né univoca. Piuttosto diffusa appare, se si volge lo sguardo intorno, l’oscillazione tra resa dolente e mimetismo compiaciuto. Né nell’una né nell’altro ci si imbatte percorrendo le Cartografie, «mappe per solitari» di Viola Amarelli. Situazioni e tipi, voci e silenzi, la materia bizzarra e di varia natura che concorre a costruire qui la «geografia umana della solitudine», tutto questo ha un denominatore comune, una lucidità sobria ma non sbrigativa e una sicura maestria nell’immersione, il taglio preciso della consapevolezza. Il moto conoscitivo procede senza tentennamenti e si avvale di vie d’accesso e canali percettivi diversi. Diversi perché differenti tra loro, diversi perché si discostano da ciò che comunemente intendiamo per ‘normale sentire’ o lo superano tout court. Mai involontariamente: chi scrive ha salde in mano le briglie della materia narrativa ovvero, per restare nella struttura portante del volume, la penna del geografo che disegna la mappa.

La sicurezza nell’identificare e differenziare punti di vista deriva senz’altro dall’abitudine a un’osservazione dettagliata: è significativa, a questo proposito, l’immagine di copertina di Orfeo Soldati, che ritrae una figura femminile, di spalle, dinanzi alla vetrina di uno spazio espositivo. Non solo: all’osservazione attenta, che sia di uno stato d’animo, di una condizione, di un fenomeno, di un’opera d’arte, si affianca la volontà di indagare, di andare oltre le apparenze e – adopero qui intenzionalmente un verbo inattuale e deriso perché obsoleto, obsoleto perché deriso – di contestualizzare il dato sensibile. Nell’originale preludio alle Cartografie, che si presenta con il titolo nostra patria, è contenuto l’ampio ventaglio delle possibilità di punti di vista e di basi per l’indagine.

b) Così, il vortice, le luci e i tendini – la statuaria: tenebre e lampi, lanterne lumi radenti: da Caravaggio a Malta, da Roma a Siracusa, passando per Napoli dove arriva dopo – dopo, Jusepe. Corto, tracagnotto, beve ogni tratto, ogni tono e l’ombra: abbrunendo, virando al bianco nero passioni, il gran lombardo già errante, giù a Sud più a sud, già corpo sepolto salendo a un ritorno, lo Spagnoletto che s’innamora e, amando e penetrando, lì dentro i quartieri, a ripercorrere strade vichi e sguardi e morti.

[…]

b) L’ingorgo, un tornado, raggiera di misericordia: un laocoonte di moto, affollato di carne e di ombre. Non l’avrà mai – questa grazia il doppio, l’epigono,  il fascinato. Più glaciale, più fisso, più fermo, più vene, a puntasecca il pennello. Inseguendo, oltre, di là dalla fine. Più felice, di vita. E lavoro. Apparendo. Non così, non così. Merisi aveva alzato il sipario, Ribera da vicino Valencia scendendo deciso lungo un mare ad agri e vescovadi, a richiuderlo, cupo. E stracciato. Non così.

[…]

b) Entrando, alla chiesa, la poverella stesa, deposta, seppellita, una radiosità arcuata, un chiarore diffuso ad affogare, affocata come negli occhi dei ciechi, diluendo, trascolorando la luce. E la vita. Santa Lucia, a Siracusa, stretta finissima a Ortigia, dal cielo di monti a quello africano vicino, vicino, Merisi.

Varietà e precisione nella scelta del punto di vista, della sorgente di illuminazione, nella predisposizione dello sfondo, nella ricostruzione del contesto. E ancora, come è evidente già dal passaggio menzionato, padronanza di ritmo e melodia, creazione e combinazione linguistica. In un luogo centrale nelle Cartografie, sordo, ci si imbatte in un enunciato di ironica auto-delimitazione dell’io narrante:

I sensi. Mi rassicuro, o rassegno, in fin dei conti è lo stesso, come adesso che realizzo d’essere stato sempre un po’ sordo. Alla musica, per esempio, proprio non l’ho mai capita, un mistero ineffabile a cui tributo omaggio giusto perché mi assicurano che è così. Al massimo entro nelle marce, a percussione o a fiati, i bassotuba.

Poco più avanti, tuttavia, spunta un endecasillabo perfetto: «Rock o da camera per me è lo stesso» a confermare nettezza, mancanza di sbavature, movenze alle quali la maestria conferisce una grazia non comune. Sperimentare non è pasticciare: ogni pagina è una conferma di quanto rilevato all’inizio di questa nota. Allitterazioni e assonanze non sono virtuosismi a sé stanti, ma strumenti maneggiati con abilità per costruire senso, in maniera inequivocabile. Eccone un esempio, sempre da nostra patria:

c) Clientes, cordate, clan e date, date. Da sempre l’arraffo. La vita ridotta a una riffa.

Le battute della partitura che sottende ogni tappa delle Cartografie sono brevi, talvolta brevissime, formate da una sola parola. I paragrafi de la lastra e il cristallo ne costituiscono una manifestazione particolarmente significativa. Forniscono, inoltre, indicazioni di rotta di non secondaria importanza, quanto alle regole del gioco delle relazioni interpersonali e a ciò che appare come unica certezza, la solitudine:

La differenza è solo alle regole, il gioco. Lei conosce le regole altrui. Non sono le sue. Quelle, non le conosce né vuole impararle nessuno, figuriamoci lei.

In sottofondo il bisbiglio, costante, non sai se certezza o sospetto. È piombata lì da un altro posto, ignoto, lontano, comunque diverso.

Il cristallo, la lastra, netto l’acquario tra l’iolaltro. Si vede benissimo, ogni dettaglio. Non si può toccarlo.

Nel seguire le mappe disegnate da bozze, brogliaccio e riepilogo di tagli – in parte tradotti in tedesco – affiora il ricordo di quanto Andrea Zanzotto scrisse a proposito di Paul Celan: «i suoi coltelli da pietra da sacrificio messicano»:

bozza 1

Un coltello, da roast-beef. Da decenni taglia affilato. Per caso è della marca migliore. Roba svizzera. La precisione: i tagliagole a mercede hanno bisogno di lame affilate.

[…]

bozza 5

Mi vedete così, sottile, spuntato, con l’elsa lucida. Esco fuori in parata, agli appelli, alle cerimonie. Noiosissimo, fremo. Uno spreco. Mi manca la punta, e l’incrocio di ferro, l’elsa dorata, il fodero da ingrassare. In mano a provetti incapaci. Con mantelli d’annata e nessuna idea. Tutti presi da mine e bazooka. Che mai vedranno. Darei qualunque cosa per essere una baionetta, una roncola, un’ascia, non questo stupido ornato, senz’arte, né parte.

[…]

riepilogo

La punta al carbonio. Taglia netta. Attenta, a margini certi. Va a fondo, risana. Materia nova che scotta, combusta. Placa. Acqua e aria.

Tagli, sì, non compiaciute resezioni. La consapevolezza preclude l’accesso al facile cinismo – e la vicenda ricostruita in da dove lo conferma compiutamente. Anche i colpi di scena sapientemente preparati – o’ svizzero ne è un esempio – non fanno concessioni a mode e correnti.

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Viola Amarelli, Cartografie, editrice ZONA, Arezzo 2013

Fernando Coratelli – La resa

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Fernando Coratelli – La Resa- Gaffi Editore – 2013 – 16,90

Le storie che hanno un’ambientazione urbana, specie quelle collocate in una città medio/grande, hanno spesso la caratteristica di essere poco precise quando i loro autori descrivono i luoghi. Spesso si ha la sensazione che gli scrittori, vuoi per pigrizia o per conoscenza marginale dei posti che andranno a descrivere, si accontentino di un giretto su Google Maps. Perciò se si parla di Napoli, centro storico, leggeremo “si muoveva verso Piazza del Plebiscito” ma non leggeremo che “si muoveva verso Piazza del Plebiscito, arrivando da Via Chiaia” “da Santa Lucia” “da Via Toledo” “lasciandosi il San Carlo alle spalle”. Questo aspetto non è necessariamente un difetto, ma certo non è un pregio. La Resa di Fernando Coratelli è ambientato a Milano, la Milano dei nostri giorni. Una Milano precisa nei contorni, nei colori, negli odori, negli atteggiamenti e nella toponomastica. Il personaggio numero uno si dirigerà verso Piazzale Cadorna passando da Via Caradosso. Il personaggio numero due non andrà al lavoro tra Piazza Cordusio e Via Orefici. Il terzo personaggio si troverà davanti alla Questura in Via Montebello. Il quarto personaggio starà attraversando il sottopassaggio della Linea Gialla della metropolitana sotto la Stazione Centrale. Tutto è molto preciso e per tutti alla stessa ora esploderà una bomba che li mancherà, facendo però molte vittime. La precisione delle descrizioni è necessaria perché Coratelli sa che scrivendo una storia che parte da quattro attentati di matrice islamica, dopo l’undici settembre, dopo Madrid, non può improvvisare, deve costruire un racconto credibile che deve stare in piedi, sa che ci vuole rigore. Rigore e immaginazione devono andare a braccetto. La resa è una storia in cui conta il tempo, il suo scorrere e il suo fermarsi. Conta chi ci lascia la pelle e conta chi rimane. I quatto protagonisti sono Tommaso, Agata, Andrea e Teresa. Un antiquario, una manager, un piccolo e losco affarista e un avvocato. Gli attentati, le loro abitudini sconvolte, le loro vite che si sfiorano, si incrociano, si perdono e si ritrovano, tutto lascerebbe presagire a grandi cambiamenti, a svolte epocali. In realtà, una volta assestati gli animi, nessuno cambierà sul serio, la scossa si esaurirà e più per debolezza che per desiderio di normalità, tutti e quattro torneranno a fare ciò che facevano, addirittura migliorando il proprio status sociale. Ed è questa la resa. L’atto terroristico e l’incapacità di reazione e di orientamento delle forze politiche, sono due tasselli del vuoto sul quale poggia la società e i protagonisti del romanzo sono tutto il resto del mosaico. Andare a mangiare sushi in un locale chic non rappresenta una distrazione ma rappresenta il pensiero. Così come il non essere stabili nelle relazioni paradossalmente pare essere l’unica maniera di relazionarsi. Mentre leggevo il libro mi sono chiesto un paio di volte perché Coratelli avesse scelto per protagonisti quattro benestanti, perché uno dei sopravvissuti non fosse un cassintegrato. Poi ho capito, non avrebbe avuto senso. Per raccontare questa resa, l’effettivo declino occorrevano persone che fossero allo stesso tempo figli e genitori del disagio del nostro tempo. La prosa dell’autore è scorrevole e piacevole, questo è un romanzo che si legge molto rapidamente ma che non si dimentica facilmente. Ci lascia qualcosa sulle spalle, qualcosa che è più di una domanda: Io che tassello sono? Bomba o non bomba: sono uno scampato? Sono un arreso o un costruttore di questa resa?

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© Gianni Montieri

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Un estratto del libro

in-side stories #15 – Il barbiere di Encefalonia

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in-side stories #15 – Il barbiere di Encefalonia

(grazie a Isabella e Edu)

Controllò ancora una volta l’indirizzo sul foglietto di carta che gli avevano dato. Era corretto. Lo lasciava perplesso, però, l’insegna posta sulla porta d’ingresso. C’era scritto “Spaccio”. Lui aveva chiesto, al titolare del bar dove aveva fatto colazione, dove potesse trovare un buon barbiere, non tagliava i capelli da due mesi. Ora si trovava lì davanti, attraverso finestre senza tende riusciva a guardare dentro. C’erano cinque o sei persone in grande attività, ma tutto sembrava tranne che un salone da barbiere. Per togliersi ogni dubbio: entrò. Un uomo gli venne incontro con fare gentile. «Buongiorno, in cosa posso esserle utile?» «Buongiorno, stavo cercando il Barbiere.» «Venga dentro, si sbrighi. Ma è matto a urlare così in mezzo alla strada? Non sa che i barbieri sono illegali qui?» La faccia perplessa di Luciano De Rosa, commesso viaggiatore, incitò l’uomo a continuare. «Il barbiere è in un bunker qui sotto, l’attività che svolgiamo qui sopra è di copertura.» Luciano sempre più sconcertato, più perché non sapeva cosa dire che per curiosità, domandò: «E quale attività svolgete qui sopra come copertura?» «Smistiamo e spacciamo cocaina, naturalmente. È una gran rottura di scatole e rende pochissimo, ma cosa vuole è una delle poche attività rimaste che si possano svolgere legalmente.» Mentre pronunciava questa frase prese Luciano sotto il braccio e lo condusse verso un armadio a muro. «Venga che l’accompagno dal barbiere.» «Sicuro, posso stare tranquillo?» «Ma come no, Tonino Guarrattella è il miglior barbiere dello Stato, è latitante naturalmente.» «Gesù.» «Non si metta a invocare che la religione è illegale.» «La religione? Ma mi scusi cosa è rimasto di legale qui?» «Ma non lo sa? Ma dove arriva lei, mi scusi? Sono rimaste legali le solite cose: la corruzione, gli scippi, i furti con destrezza, lo spaccio di stupefacenti, gli omicidi e le stragi. Pure lo sterminio di massa, ma rende così poco che quasi nessuno ci si dedica.» «Capisco.» Disse Luciano e scosse la testa. Doveva decisamente inoltrare la domanda di pensione, questo mondo non era più il suo, le cose cambiavano troppo in fretta. L’armadio a muro si aprì con uno scatto e comparve una scala a chiocciola. «Prego, si accomodi. In fondo alla scala troverà uno degli aiutanti di Tonino ad accoglierla. Dopo, se tutto va bene, la faranno uscire da un’altra porta. Arrivederci.» «Arrivederci.»

Arrivato in fondo alle scale, Luciano venne accolto da un ragazzo in pantaloni rosa aderenti e camicia bianca sbottonata sul petto. «Buongiorno carissimo, venga, la stavamo aspettando.» Si aprì una porta d’acciaio, proprio come quelle dei bunker e davanti a Luciano comparve qualcosa di incredibile. Una stanza immensa, con pareti coloratissime d’arancione, di giallo, di rosa. Poltrone dal design avveniristico, caschi in titanio, flaconi trasparenti di shampoo blu, verde, grigio, viola. Mentre cercava di riprendersi fu avvicinato da un uomo vestito con un completo gessato, stile gangster anni trenta, baffetti alla Poirot e senza l’ombra di un capello in testa. «Buongiorno e benvenuto, sono Tonino Guarrattella. Da questo momento lei non si deve preoccupare di niente, la sua testa è nelle nostre mani, si ricordi soltanto qualora dovesse andar via di dimenticarsi di essere stato qui.» «Qualora? Come ‘qualora’?» «Stia tranquillo, non si preoccupi, si accomodi lì, vicino a quegli altri due signori e aspetti, i ragazzi le porteranno un caffè o un bicchiere d’orzata (sono le uniche due bevande illegali rimasteci). Intanto potrà godersi lo spettacolo di vedermi all’opera, perché è il momento che preferisco della giornata: il momento dei calvi.» Luciano sempre più sbigottito, si accomodò su una poltrona color oro, in mezzo agli altri due clienti in attesa. Entrarono i calvi. Due uomini ammanettati, completamente calvi e con lo sguardo perso nel vuoto, vennero fatti accomodare su due poltrone al centro del stanza. Tonino sorrise felice, fece un inchino verso i tre clienti, che non muovevano un muscolo,  e si mise al centro delle due poltrone. L’aiutante in pantaloni rosa gli portò una Katana. Tonino la impugnò con eleganza e tagliò le teste ai due calvi. Il taglio fu così preciso che il sangue quasi non uscì. Luciano era terrorizzato. Il cliente alla sua sinistra sorrideva, quello alla sua destra ansimava. Quello che sorrideva si rivolse a Luciano: «Permette? Peppe Quagliarella» «Luciano De Rosa.» «Lei ha appena assistito alla soppressione di uomini calvi, garantita dall’Articolo 6 del Trattato Illegale dei Barbieri dello stato di Encefalonia» «Madonna del Carmine.» «Bravo, si sfoghi, qui può bestemmiare.» Detto questo si alzò e andò a sedersi su una poltrona davanti agli specchi dall’altra parte del bunker, dove subì un regolare e perfetto taglio di capelli. Pagò, salutò e uscì. L’altro cliente continuava ad ansimare, Luciano era immobile, sempre più convinto di essere capitato dentro un incubo. Il cliente ansimante fu fatto accomodare, stava per parlare, per specificare quale taglio di capelli gradisse, quando Tonino lo fermò. «Qui esiste una sola regola mio caro, il taglio di capelli lo decido io. L’immenso, l’infinito, il sublime Tonino Guarrattella.» L’uomo tacque. In pochi minuti Tonino accorciò i capelli all’uomo, rasandoli ai lati e lasciando un unico grande ciuffo che arrivava fino alla base del collo. Tinse i capelli di biondo platino e diede ordine di fare lo shampoo verde. L’aiutante eseguì le istruzioni alla lettera e asciugò. Luciano assistette alla scena in silenzio, sorseggiando orzata; per distrarsi da quella specie di cartone animato, pensava a sua nonna, a quando dopo il riposino del pomeriggio d’estate gli preparava un bicchiere d’orzata. Dolce e ghiacciato, che bellezza. Intanto Tonino guardava la sua opera d’arte, pregò il cliente di alzarsi e disse: «Voilà, abbiamo finito. Soddisfatto, mio caro?» Il cliente si guardò allo specchio, divenne bianco come un cero, prese a sudare copiosamente, si guardò intorno come a cercare aiuto, poi guardò Tonino, sospirò e disse: «Veramente, no.» Tonino lo guardò, sorrise e fece un inchino, poi rivolto al suo aiutante disse: «Protocollo F2.» L’aiutante prese il cliente sotto il braccio e lo pregò di seguirlo, lo condusse in un’altra stanza e gli sparò alla nuca. Luciano sentì il rumore dello sparo e disse: «Ma che è successo?» Tonino rispose: «Niente, gli abbiamo sparato. Vede, fare il barbiere è illegale ma ammazzare i clienti insoddisfatti non lo è. Strano no? Sono le contraddizioni di questa strana terra.» Luciano si sentì mancare, Tonino lo prese sotto il braccio e gli disse di stare tranquillo. «A lei non succederà nulla mio caro, si vede già che lei è un cliente che mi darà grande soddisfazione, si accomodi.» Luciano si sedette, non prima di aver mandato giù un altro bicchiere d’orzata e aspettò il supplizio. A metà taglio, non seppe mai con quale coraggio, se ne uscì con una domanda: «Mi scusi Tonino, se posso, ma come mai se la soppressione dei calvi qui è garantita illegalmente, lei è vivo?» Tonino sorrise come sorridono i bambini davanti a un regalo. «Lei si sbaglia, mio caro, non vede i boccoli biondi che mi circondano la testa? I miei riccioli biondi?» Luciano stava per rispondere quando Tonino gli tagliò la gola con un rasoio.

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© Gianni Montieri

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Beck – Devil’s Haircut (Album Odelay, 1996)

Something’s wrong ’cause my mind is fading
And everywhere I look
There’s a dead end waiting
Temperature’s dropping at the rotten oasis
Stealing kisses from the leperous faces

Heads are hanging from the garbage man trees
Mouthwash jukebox gasoline
Crystals are pointing
At a poor man’s pockets
Smiling eyes ripping out of his sockets

Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind

Love machines on the sympathy crutches
Discount orgies on the dropout buses
Hitching a ride with the bleeding noses
Coming to town with the brief case blues

Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind

Something’s wrong ’cause my mind is fading
Ghetto-blasting disintegrating
Rock ‘n’ roll, know what I’m saying
And everywhere I look
There’s a devil waiting

Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind
Got a devil’s haircut in my mind

Devil’s haircut! In my mind!
Devil’s haircut! In my mind!
Devil’s haircut! In my mind!

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ASCOLTA IL BRANO

Note su “Tersa morte” di Mario Benedetti

di Luciano Mazziotta

“Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole.”

Tersa MorteIl nuovo libro di Mario Benedetti, Tersa morte (Mondadori 2013), sembra nascere da un rovesciamento prospettico del Dasein rilkiano. In effetti, a fronte dell’esserci dell’autore delle Elegie duinesi, benché si trattasse di uno “stare al mondo” consapevole della propria caducità, Benedetti costruisce una silloge fondata sulla dimensione dell’assenza. Tutti i protagonisti di questo libro, infatti, vengono colti nel loro non-essere o non-essere-più: sono assenti dal reale gli affetti che hanno costituito i “Materiali di un’identità” dell’autore, e come assente si propone il soggetto stesso, un “io” che non asserisce nulla se non la propria condizione di “immagine”.

Nei primi due testi del libro del resto troviamo due sintagmi come “Tutto è nella distanza” e “Non si addensa nulla” che denotano questo atteggiamento filosofico: nulla, dunque, può essere vissuto, in quanto distante, ed, in più, a nulla è data la possibilità di divenire “materia”, di addensarsi
L’io di Benedetti è un soggetto stanco incastrato tra voci del passato, voci anonime, un “sosia che guarda” e la “vita” che non concede niente. Se infatti nel testo liminare l’io “chiede aiuto” al sosia, in un secondo momento “Sei solo stanco, ripete una voce qualunque”. Il soggetto è talmente debole da non rendersi conto autonomamente della propria astenia, ma a suggerirlo e ad auspicare questa presa di coscienza non è una figura forte, un suggeritore imponente ma una voce qualunque, dunque anch’essa assente, anonima.
Questo allontanamento del soggetto fino alla sottrazione è più evidente nell’incipit della sezione centrale, “Il sosia guarda”. “Il sosia guarda, la vita ha deciso”, recita la poesia iniziale, laddove è evidente che in entrambi gli emistichi del verso manchi qualcosa. Nel primo emistichio manca l’oggetto, mentre nel secondo manca la subordinata “oggettiva”. L’operazione di sottrazione di Benedetti, dunque, anche a livello logico si concentra sulla persona, sull’oggetto che in questo caso è l’io, che come il mondo in cui “tutto è distanza” anch’esso è sfumato e distante.
Il guardare un oggetto indefinito o toccare qualcosa di “assente”, come “le dita della madre” è l’atto più tipico del sosia. Sta, più forte dell’io, accanto all’io, ma non può far nulla se non “ripetere le onde del mare”, la qual cosa da una parte sfuma nell’aura della pura lirica la sua azione, ma dall’altra parte con il verbo “ripete” ne denota tutta l’insensatezza.
In bilico tra un “io” sospeso e un “sosia” muto si dipanano tutti gli altri grandi assenti del libro, tutti gli affetti che costituiscono i “materiali di un’identità” dell’autore. Il padre, il ricordo del quale apre la silloge, come aveva già aperto Pitture nere su carta (“Quest’anno Santa Lucia era mio padre, col suo fantasma.”), la madre, che dà il titolo ad una sezione, Roberto e tutti gli altri nomi che appaiono nella sezione “Altre date”. Tutti questi “personaggi” sono protagonisti-assenti che si accumulano nell’opera uno dopo l’altro come “morti al guinzaglio”. “Dal cimitero dei cani/ vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio”, afferma un distico di Benedetti, quasi volesse tenere con sé tutte queste “facce” e questi “nomi”, come se volesse “addomesticare” queste immagini che in realtà si muovono “libere” nel testo, lo riempiono di “fantasmi” e si fanno “storia” biografica. Eppure è una storia difficile da raccontare, o addirittura da “non raccontare”, in quanto tratta di una questione privata, un “giallo”, con tutte le sue sfumature psichiche e delittuose, privato. È un “giallo che mai riconoscerete”, dice Benedetti ai suoi lettori, “Non leggete più”. Lo stesso dolore privato che il lettore non riuscirebbe mai a cogliere non può che portare alla afasia, al non dire, a delle “parole che non ci sono più”, e “dirla” potrebbe essere rischioso: “E piange la parola che riesce a dire”, infatti scrive il nostro autore, come se la parola, qualora riuscisse a nominare un qualcosa tirato fuori dal percorso anamnetico, portasse a galla un’autobiografia catastrofica.
Accanto ai volti ed agli “eidola” che costruiscono questo “soggetto sbiadito”, anche gli oggetti sono “colti” nel loro “non-essere-più”. Il sintagma “Non c’è più niente” ritorna più volte nel corso del libro; spesso si trova “Le parole non servono più”, o, ancora “anche la casa non c’è più”, definendo così in negativo la presenza della materia nel mondo, fino all’affermazione che apre al nuovo e più decisivo assente della silloge: la vita.
Tutto è “Perfetta assenza”, e questa assenza è talmente forte e percepibile che ogni tentativo di non coglierla o di ritornare nella materia è considerata una distrazione: da qui l’invito al lettore a “Non distrarsi” dalla “perfetta assenza” e da qui anche la constatazione che se di un’essenza si deve parlare si può fare solamente qualora questa porti in sé i segni della morte. Sempre relativamente alla casa infatti Benedetti dice: “Il respiro della casa è lo sgretolarsi dei muri”. L’essenza dell’oggetto, dunque, è percepibile soltanto perché la sua vita è inscindibile dalla sua morte e non cogliere questo legame, o comunque tentare di mascherare con la vita la morte apparirebbe “stupido”. La vita è perché si morirà, ed “È stupido diluire la morte con la vita”. La morte per l’appunto non deve essere “diluita” quasi a scomparire in una qualche pretesa di vitalità; la morte e la vita comminano di pari passo e sono nelle stesse cose. In questo modo, dopo aver rovesciato il paradigma rilkiano del Dasein, abbiamo l’altro scontro con la filosofia occidentale, con il materialismo epicureo. Nella lettera a Meneceo, come noto, Epicuro asseriva che la morte non esiste perché è solo quando non si è più in vita. Il ventunesimo secolo invece vede con lucidità, in modo “terso”, la falsità di questo precetto, lo smaschera, e lo ribalta.
Ne deriva un’identità tra vivi e morti, tra volti e oggetti: da una parte i morti, infatti, non sono che “una cosa” (“eri tu quella cosa, eri tu, quella cosa, eri uno che è morto”), ma lo sono anche i vivi, o meglio il loro vivere è un “continuo” cammino nella reductio ad rem (“si vede vivere quelli che sono diventati una cosa,/ tante cose animate”). Questa identità tra personae e oggetti è l’unico elemento di continuità che si può dare nella vita. Ogni altra continuità non sarebbe che falsa o un errore. La vita è ciò che per sua stessa natura dovrà essere interrotto: per cui se all’inizio del libro Benedetti ci dice “Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità”, sul finire verbi o sostantivi afferenti al campo della “continuità” si intensificano, benché sempre nell’ambito di una continuità “negata”. “E ogni vita/ era questo: interezze create continuamente/ per un dopo che non ci sarà più o è già stato”. Il “continuamente” di questi tre versi, correlato alla falsa credenza della “continuità”, o al “continuo affaccendarsi” che indica le attività dei viventi, cose in movimento, asserisce soltanto “l’insensatezza” dello “starci” e l’impossibilità di abitare l’ora presente. Del resto, dopo i volti, il soggetto, gli oggetti, la vita, un altro è il grande assente del libro: il tempo, la dimensione entro la quale tutti questi “corpuscoli” potrebbero muoversi. Proprio con la “negazione” del tempo, entro il quale si reitera il non-sense della vita Benedetti chiude il libro. Un’insensatezza che, nonostante tutto, dura “ancora”: “È un’ora assente. Mi guardi. Si vive ancora, sì, si vive ancora”.

Mai più senza #1: “Il grande mare dei sargassi”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

 grande mare dei sargassi

“IL GRANDE MARE DEI SARGASSI”

Ad A. C., “certa persona”.

Una certa persona, da sempre infallibile nel consigliarmi libri, si è stupita a lungo che io non avessi mai letto Il grande mare dei sargassi. All’uscita del libro, nel 1966, il successo raggiunse Jean Rhys (al secolo Ella Gwendolen Rees Williams), lanciandola, ormai anziana e dipendente dall’alcool, nel pantheon degli autori in lingua inglese: il perché – dello stupore della mia amica quanto di questa consacrazione – mi è balzato ai nervi fin dalle prime pagine di lettura.

Prima ancora che con la protagonista Antoinette, giovane ereditiera creola (dimentichiamo, per un attimo, in chi o cosa questo personaggio andrà a confluire), il lettore è destinato a scontrarsi con un protagonista ancora più inquieto dei lavori della Rhys: la lingua. Strumento di vertigine, capace di ristagni e di bruschi, violenti scatti, il linguaggio di Jean Rhys stordisce e strattona, contribuendo non solo a disegnare l’atmosfera, ma preparando all’intera storia di altezze vertiginose e febbri sotterranee, di sensi ora intorpiditi ora sovreccitati.

– Domani sarà troppo tardi, – disse zia Cora – troppo tardi per le caramelle e per qualsiasi altra cosa. – Mia madre non li ascoltava. Disse: – Pierre dorme e con lui c’è Myra, ho preferito lasciarlo nella sua stanza, lontano da questo chiasso orribile. Non so. Forse. – Si stava torcendo le mani, la fede le scivolò dal dito e ruzzolò in un angolo vicino agli scalini. Il mio patrigno e Mannie si chinarono insieme per raccoglierla, poi Mannie si raddrizzò e disse: – Oh, Dio mio, loro sono dietro casa, loro dànno fuoco a dietro casa. – Indicò la porta della mia camera, che avevo chiusa alle mie spalle uscendone, e di sotto vedemmo alzarsi delle spire di fumo.
Mia madre fu così rapida che non la vidi muoversi. Aprì la porta della mia camera e di nuovo non la vidi più, non vidi che fumo. Mannie le corse dietro e anche Mr. Mason, ma più lentamente. Zia Cora mi strinse tra le braccia. Mi disse: – Non aver paura, sei al sicuro. Siamo tutti al sicuro. – Chiusi gli occhi per un attimo, un attimo soltanto, e appoggiai la testa contro la sua spalla. Sapeva di vaniglia, ricordo. Poi si sentì un altro odore, di capelli bruciati, e io alzai gli occhi e mia madre era lì nella stanza con Pierre in braccio. Erano i suoi capelli sciolti e tutti strinati a mandare quell’odore.

Antoinette, voce narrante, racconta in lampi vividi un’infanzia vissuta nell’allarme: la madre sempre più scontrosa, il patrigno che non comprende la natura di quanto – un possedimento nella periferia dell’ex-impero – ora gli appartiene, la tensione crescente con gli schiavi del luogo; dopo la prima catastrofe, Antoinette cresce in un convento, nido buio eppure accogliente e tranquillo nella sua struttura matriarcale; di lì sarà ritrascinata alla luce per un matrimonio combinato; il racconto è quindi consegnato alla voce narrante di “lui”, cui occasionalmente si intreccerà quella di Antoinette.
Il ragazzo è pieno di buone intenzioni; gettato in un mondo altro che ne sfida i sensi e le percezioni, è preso non da un innamoramento, ma da una fascinazione, resa ancora più tossica dalla realtà di un legame che, se permette una confidenza matrimoniale, non schiude nulla del mistero che il ragazzo intravede o proietta in lei. La donna si confonde con il luogo, «bel posto – selvaggio, inviolato, soprattutto inviolato, con una bellezza estranea, conturbante, segreta. E serbava quel segreto. Mi sorprendevo a pensare: “Quel che vedo non è nulla; io voglio ciò che vi si nasconde; quello è ben altro che nulla”». Ma il conquistatore non ha strumenti per penetrare il mistero (se si contano le occorrenze della parola “estraneo”, si scopre che essa rintocca, nel romanzo, sei volte) e non ha intenzione di correre il rischio di abbandonarvisi completamente:

«Soprattutto odiavo lei. Perché lei apparteneva a quella magia e a quell’incanto. Mi aveva lasciato assetato e tutta la mia vita sarebbe stata sete e desiderio di ciò che avevo perduto prima ancora di trovarlo.»

Basterà il sospetto di una tara genetica della moglie perché la frustrazione venga metabolizzata in brutalità; comincia allora l’espropriazione di quell’identità che non si può né cogliere né rispettare nel suo essere “estranea”, e tale espropriazione comincia attraverso il nome:

Quando passa davanti alla mia porta dice: «Buonanotte, Bertha». Non mi chiama più Antoinette, adesso, mai. Ha scoperto che era il nome di mia madre. «Dormi bene, Bertha…», oh! non può esserci niente di peggio!

– Non ridere in quel modo, Bertha. – Non mi chiamo Bertha, perché mi chiami Bertha? – Perché è un nome che mi piace in modo particolare. Tu per me sei Bertha.

– Bertha – dissi. – Non mi chiamo Bertha. Stai cercando di trasformarmi in un’altra, chiamandomi con un altro nome. Lo so, anche questo è obeah.

L’Obeah, pratica magico-religiosa dei giamaicani discendenti dell’Africa, è qualcosa verso cui Antoinette ha il timoroso rispetto proprio della gente con cui è cresciuta; ma anche “lui”, in una forma del tutto involontaria, è in grado di attuarlo:

Bevvi ancora un po’ di rum e, mentre bevevo, disegnai una casa in mezzo agli alberi. Una grande casa. Divisi in stanze il terzo piano e in una di queste disegnai una donna in piedi – uno scarabocchio infantile: un punto per la testa, un punto più grosso per il corpo, un triangolo per la gonna, delle linee oblique per le braccia e i piedi. Ma era una casa inglese.

La lunga meditazione sulle forze sotterranee della fascinazione e della dipendenza, e sulle maniere di reagire ad essa con la violenza e dominazione, attraversa quindi il Mar dei Sargassi per approdare nel vecchio continente. Lì, e in Jane Eyre, scaricando su un romanzo già tonante, ma i cui conflitti sono tutti interni a un’unica cultura, il peso avvelenato di forze “estranee”. Il tutto senza forzature intellettuali né operazioni dichiarate, ma con la delicatezza di far vibrare la letteratura con un’altra corda del suo sistema.
La letteratura – anche questo è obeah.

© Giovanna Amato

Jean Rhys nel 1975; foto di Bill Brandt.

Jean Rhys nel 1975; foto di Bill Brandt.

Tutte le citazioni da Il grande mare dei sargassi, Adelphi 2013, traduzione di Adriana Motti.

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Jean Rhys (Roseau, 24 agosto 1890 – Exeter, 14 maggio 1979), nata Ella Gwendolen Rees Williams, nacque in Dominica da famiglia creola. Si trasferì in Inghilterra a sedici anni, dove frequentò la Perse School for Girls di Cambridge, sentendosi messa da parte per colpa del suo accento. Si iscrisse quindi alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra, ma la sua carriera di attrice non decollò mai. Dopo svariati lavori, la sua scrittura venne notata da Ford Madox Ford, che la appoggiò per la pubblicazione di Quartet (1928), Voyage in the Dark (1934) e Good Morning, Midnight (1939). Wide Sargasso Sea (1966) uscì dopo più di venticinque anni di silenzio, vincendo il WH Smith Literary Award. Seguirono le raccolte di racconti Tigers are Better Looking (1968) e Sleep it Off Lady (1976). Jean Rhys Morì nel 1979, senza aver completato la sua autobiografia, che uscì postuma con il titolo Smile Please: An Unfinished Autobiography. Dal racconto emerge quanto la sua letteratura si nutrì delle dipendenze e dei rapporti di forza squilibrati che dominarono tutta la sua vita; qualsiasi sia il rapporto di causa-effetto, «If I could choose», dichiarò Jean Rhys in un’intervista poco prima di morire, «I would rather be happy than write».

La Domenica (e l’incomprensibile) e Roberto Bolaño

parigi 2012 - foto gm

 

Ricordo una notte nella stazione ferroviaria di Mérida. La mia amica dormiva dentro il sacco a pelo e io vegliavo con un coltello nella tasca della giacca, senza voglia di leggere. Be’… Sono apparse frasi, voglio dire, in nessun momento ho chiuso gli occhi né mi sono messo a pensare, ma le frasi letteralmente sono apparse, come annunci luminosi in mezzo alla sala d’attesa vuota. Dall’altra parte, per terra, dormiva un vagabondo, accanto a me dormiva la mia amica e io ero l’unico sveglio in tutta la silenziosa e schifosa stazione di Mérida. La mia amica respirava tranquilla sotto il sacco a pelo rosso e questo mi tranquillizzava. Il vagabondo a tratti russava, a tratti parlava nel sonno, erano giorni che non si radeva e usava la sua giacca come guanciale. Con la mano sinistra si copriva il petto. Le frasi sono apparse come notizie su un tabellone elettronico. Lettere bianche, non molto brillanti, in mezzo alla sala d’attesa. Le scarpe del vagabondo erano posate all’altezza della sua testa. Uno dei calzini aveva la punta completamente bucata. A tratti la mia amica si muoveva. La porta che dava sulla strada era gialla e la tinteggiatura aveva in qualche punto un aspetto desolante. Voglio dire molto tenue e al contempo completamente desolante. Ho pensato che il vagabondo poteva essere un tipo violento. Frasi. Ho preso il coltello senza riuscire a tirarlo fuori dalla tasca e ho aspettato la frase successiva. In lontananza ho sentito il fischio di un treno e  il suono dell’orologio della stazione. Sono salvo, ho pensato. Eravamo diretti in Portogallo e questo è accaduto molto tempo fa. La mia amica ha respirato. Il vagabondo mi ha offerto un po’ di cognac da una bottiglia che ha tirato fuori dal suo fagotto. Abbiamo parlato per qualche minuto e poi siamo rimasti zitti finché non è arrivata l’alba.

Di quanto ho perso, irrimediabilmente perso, desidero recuperare solo la disponibilità quotidiana della mia scrittura, linee capaci di prendermi per i capelli e tirarmi su quando il mio corpo non vorrà più reggere. (Significativo, ha detto lo straniero). In modo umano e in modo divino. Come quei versi di Leopardi che Daniel Biga recitava su un ponte nordico per armarsi di coraggio, così sia la mia scrittura.

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Roberto Bolaño – Anversa – Sellerio – traduzione: gruppo di lavoro coordinato da Angelo Morino