Giorno: 27 agosto 2013

Andrea Inglese -Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato

inglese

[Leggendo la nuova raccolta di Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato (Italic Pequod 2013)  ci si trova di fronte a due movimenti, uno di dispersione totale e un altro di concentrazione massima, equivalenti alla ripartizione della silloge in due sezioni: Le lettere alla reinserzione culturale del disoccupato e Le circostanze della frase. Il movimento dispersivo delle lettere è rappresentato sia stilisticamente che tematicamente. Indirizzate ad un destinatario inesistente, traggono la loro forza proprio dal principio ossimorico che è insito in esse: la “reinserzione culturale”, in effetti, assume i tratti sfumati di una donna, di un ufficio del lavoro, ma la sua peculiarità è che pur avendo tutte le caratteristiche di una seppure indefinita “entità” che, in quanto tale, dovrebbe necessariamente “essere”, nella maggior parte dei casi si manifesta come un eidolon, una fantasia, quindi un non-essere. La vaghezza e quindi la debolezza ontologica del destinatario si riflettono pienamente nel soggetto poetante che non può che relazionarsi col mondo e con il suo interlocutore in modo “debole”. L’io di questa sezione infatti è un soggetto che sì “esiste” ma d’altra parte è “meno vivo” o “malato”, e, nello specifico, un soggetto “malato” che cerca di resistere, volontariamente o meno, paranoicamente o “distrattamente”, alla “reinserzione”, dunque all’addomesticamento. Il soggetto di Andrea Inglese, ancora una volta, è un soggetto che vive l’Unheimlich, l’indomestico. La resistenza all’addomesticamento si nota tutte le volte che Inglese parla di “guarigione”, una guarigione sociale che non può essere accettata: in una macrostoria malata, l’unico soggetto possibile è il soggetto “malato” e la “reinserzione”, anche causata dall’entità fittizia che talvolta sembra consolare, è impossibile. Il soggetto “indomestico” e “malato” di Andrea Inglese sembra ricordare l’Alex di Arancia Meccanica che conclude il film di Kubrick, in una scena orgiastica e paradisiaca, dicendo: “Ero guarito. Eccome!”.
L’io meno-vivo, dunque, non può che dire il mondo in modo malato e non più unitario e, per così dire, “classico”. Anche i testi delle Lettere, così, assumono forme “sghembe”, di disseminazione delle parole nella pagina, con continue proposizioni parentetiche, che, anche visivamente, danno l’idea del caos. Siamo lontani dalla compattezza grafica dei testi de La distrazione, di versi a tendenza endecasillabica che riempivano la pagina. La storia e il presente, dunque, non possono che essere “detti” in modo dispersivo: una dispersione che appartiene tanto al soggetto poetante, quanto all’impressione che il lettore ne ricava anche solo sfogliando il testo.
Dall’altra parte, in contrapposizione al movimento dispersivo delle lettere, come si diceva inizialmente, abbiamo la concentrazione massima, la “circonvoluzione” delle “Circostanze della frase”, seconda sezione della silloge. Il rapporto che Le circostanze intrattengono con le lettere è sì opposto, ma anche complementare: se infatti Le lettere rappresentavano la “paranoia” del soggetto che, in modo dispersivo, cerca di rimanere fuori dalla “reinserzione” e dalla “guarigione”, le Circostanze invece costituiscono l’estremo tentativo di dire il mondo: ma l’esserci, il dasein a questo punto non può che essere parlato esclusivamente attraverso la “lallazione”, facendo roteare le proposizioni su se stesse, senza riuscire a mettere a fuoco la storia, e dunque il presente che sfugge ma “ancora percorribile, per qualche attimo, prima dei nuovi, ultimi crolli.”

Luciano Mazziotta]

I

Cara Reinserzione culturale del disoccupato,

che io sia malato, o che sia mai stato malato, o che possa
sotto i tuoi occhi, o i miei stessi, indossando quello
che indosso,
(certe scarpe nere coi lacci)

ammalarmi.

lo reputo della più assoluta
improbabilità.

Eppure esisto,

in questa svagata salute, ancora una volta,
facendo fede ai miei polpacci,
ai due calcagni, alle unghie che crescono,
io esisto: come la polvere, gli unguenti, gli armadi
da fare a pezzi e bruciare, i coperchi di latta
da lanciare in aria.

È di questa esistenza che ti potrei parlare,
della sua vaghezza,
ma oggi non me la sento, non così

non con questa distanza
che nuovamente
senza sorriso metti tra te e te.

***

2

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

io ci terrei che il lavoro
quando riuscissi a trovarlo
(entrando all’improvviso con il foglio
di giornale ripiegato
magicamente sotto il braccio
e le parole dell’annuncio
tutte evidenziate, azzurre)

io vorrei che il lavoro stesso
trovasse me
e nella più agile e audace delle posizioni
di una prontezza spontanea
completamente sincera

io ci terrei che il lavoro
una volta trovato
trovasse intorno a me
quanto non può mancare
intorno al lavoro: una donna
– ad esempio – piuttosto giovane
con la quale io potessi spingermi a parlare

se io fossi in grado
di trovare una donna per parlare
per spingermi fin dove le parole
possano confonderci – lei e me –
oltre a tutto il lavoro

in modo che il lavoro
sia dalle parole interrotto
lavorando fino a smettere per poter
soltanto parlare
ben oltre tutto il lavoro possibile
e oltre il sonno il cibo i soldi
fino alle parole che io sarò in grado di dire
a lei soltanto – alla donna piuttosto giovane –
in questa scoperta del linguaggio

dopo il lavoro ci sarà un linguaggio
attraverso cui il lavoro stesso
non sarà più riconoscibile
e noi non saremo distrutti ma più belli

più confusi l’uno nell’altra
come gli ultimi parlanti

***

3

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

non è possibile proseguimento,

tu stessa

non lo sopporteresti, (ti immagino

vestita e seduta, o che ti siedi
e ti vesti: prima l’uno,
infilarti i vestiti, forse una gonna,
poi l’altro, finalmente,
senza esitare,
sederti,
– non da sola, certo,

no, purtroppo, non sola)

molte delle cose che avremmo potuto dirci,
molte di quelle cose,
al riparo dal tuo e dal mio dire,
durano.

(Per esempio, quelle
balaustre di ferro e il prefabbricato,
con sul tetto,

sul tetto,

la bandierina.)

***

12

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

che tu sia muta, e lo sia di circostanza,
come se fosse questo
un riguardo nei miei confronti, un modo
preoccupato, quasi apprensivo,
di accogliermi, di farmi tuo ospite,
con un piacevole senso di privilegio,
di compimento, non so, non credo,
è quanto dovrebbe risultare
da un’analisi benevola dei fatti,
ma non posso, in tutta sincerità,
abbandonarmi a questa benevolenza.

Che tu sia muta, è un fatto
il perché tu lo sia è il fatto
che tu vorresti sottintendere,
se così io lo capisco, se ti capisco bene, io,
nel tuo silenzio, ma sono
i tuoi mutismi
che io contesto,
il loro succedersi e organizzarsi
in sistema, una massa
progressivamente percepibile,
e che sfugge alla determinazione
dei tuoi sottintesi.

questi mutismi, malgrado il tuo silenzio,
fanno dottrina,
la fanno qui,
ogni volta,
di fronte a me.

Come se la mia voce da sola,
e le lettere che la sostengono, e portano
avanti nello spazio,
come se questo sforzo,
fosse vano, come se il segnale
non fosse mai partito,
nulla di fatto, di costruito, di sottratto.

Io nel mio pieno. Nell’irriconoscibile pieno.

Non mio, di nessuno, adesso.

***

13

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

è venuto il momento di partire,
se fossi partito

(non partirò, non stavolta)

se alla fine, avendolo previsto,
o semplicemente così,
perché lo sentivo, fossi
partito, e sarebbe stato
il momento giusto,

io ti avrei preparato, ti avrei detto,
delle frasi, ma preparate appunto,
non cose artificiali,
o troppo pensate, sì, sì,
evidentemente
le avrei pensate anche a lungo,
e permutandole, e permettendomi
degli effetti di stile, un’ironia
che avrei immaginato
ti sarebbe piaciuta
un’ironia, diciamo,
che piacesse

e il tutto alla fine come se le avessi dette
sul momento (e poche, quelle frasi)

ma non è così,

perché lo avrai notato, per altro,
quando si parte, non è mai
il momento giusto,

è prima, magari appena,
appena prima
o appena dopo
che si dovrebbe davvero partire

e non perché, preparandolo, il momento
della partenza
divenga così un momento sbagliato,
o ingiusto,

è sempre quando si resta,

che è il buon momento di partire.

****

© Andrea Inglese – selezione di testi estratti da Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato – Italic Pequod, 2013 (collana La punta della Lingua)