Giorno: 15 agosto 2013

Anna Toscano – my camera journal 13

2013-08-14-20-24-28

Ogni città ha la sua luce, i suoi riflessi, la sua illuminazione, i suoi lampioni. Ci sono città la cui composizione della luce rimane nella retina, come quei sogni colorati che ci restano addosso  fino a mattino inoltrato, una luce palpabile, annusabile. E ci sono pietre che calpesti dopo anni, strade di cui conservi un ricordo nitido riposto in qualche sottoscala della memoria, il resto è quella città unica che nella tua visionarietà vai costruendo con pezzi di città attraversate tra desideri e piaceri. Ho calpestato queste vie esattamente dieci anni fa, il sottoscala della memoria era impolverato e pieno di altre pietre altre vie altre città altre luci. Ma la luce della città vecchia di Belém è quasi unica: è quella riflessa dal fiume mescolata a quella più in là riflessa dall’Atlantico, una luce di nuvole grandi che corrono. Anche Lisbona ha una luce così incantata tra fiume e mare, e la parte vecchia di Belém la ricorda in alcuni scorci: case basse rivestite di azulejos, uno stile inconfondibile qui massacrato dal commercio al dettaglio, musica dagli altoparlanti agli incroci, baracche sparse, palazzoni come meteore incastonati tra piastrelle e chiesette. Aspetto la domenica quando tutti i negozi si tacciono, mentre solco strade dissestate ed evito cavi pendenti, indosso la sua luce e sogno il passato recente di questo luogo. Perché la luce è prêt-à-porter, basta prenderla dall’armadio delle città.

Testo e foto di Anna Toscano

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leggi il my camera journal 12

Barbara Coacci – Altitudini

biennale arte - foto gm

Nota dell’autrice: Questa poesia è stata scritta dopo una passeggiata fatta sopra le mura dell’Anfiteatro di Ancona con Giuliano Mesa ed è a lui dedicata

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Qui sembra che il mondo
finisca
appena ne pronunci un segmento

La prima volta delle falesie, dei tronchi buttati sulla riva
la prima volta dei gabbiani a cui siamo ascesi,
falci d’ala in un ripieno azzurro e imprendibile
di una passeggiata stretta a picco sulle rovine, la prima volta
e l’uomo che spiega cosa c’era un tempo sotto i nostri piedi
-nel silenzio adunco l’anfiteatro esposto alle altitudini-

la prima volta degli occhi che hanno visto qualcosa
e guardano fino alla fine
come un amore che si allontana in fondo alla strada.
Tutto quello che non si fa prendere diventa
degno d’inseguitura diventa
la mistica delle giornate più lunghe
diventa.

Fammi torture ora che siedi davanti e la battigia
non ci distrae aggancia ai tuoi uncini la carne
tira con la baldanza che fa sparire le nuvole
fermare ogni onda su questo lato della città
nascosto alla gente
che solo dal mare la vista ha il privilegio
solo dal mare ci annienta.

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poesia tratta da Nessuna Nuova – La Camera Verde – 2009