Giorno: 12 agosto 2013

Giugliano, la mia terra muore

berlino  - gm

GIUGLIANO, 104 METRI SUL LIVELLO DEL MARE

Avessimo avuto una collina

invece una campagna sterminata
accumulo di scorie, di abusi disumani
il nostro compito era stare attenti
alle mele, voltarle di tanto in tanto
affinché non si guastassero, marcissero

molti campanili, uno per ricorrenza
troppi santi, crepe nell’asfalto
lungo il corso principale
vecchie conoscenze: immobili

ho questi luoghi a far da conta
il tempo inesorabile, la cronaca
nessuna traccia, transito
nelle pagine di storia.

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©Gianni Montieri (in Futuro Semplice – Lietocolle 2010)

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Ranieri Teti – Entrata nel nero (recensione di Gabriele Gabbia)

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RANIERI TETI – ENTRATA NEL NERO – KOLIBRIS, 2011

«aver custodito una chiave / fino allo smarrimento»; sembra essere questa l’essenza del destino poetico nell’ultima silloge di liriche di Ranieri Teti, Entrata nel nero, edita nel 2011 da Kolibris edizioni, con una splendida introduzione di Chiara De Luca.
Ma che cosa significa custodire una chiave che conduce «fino allo smarrimento»?, e che cosa significa – in poesia – smarrirsi?
Significa perdere gli estenuanti e spesso rigidi e inani riferimenti razionali cui siamo circuiti per affidarsi totalmente ai propri sensi e inoltrarsi nel bosco, certi di possedere una chiave (costituita dalla spaesante sensazione da cui la materia testuale deriva) che conduce dalla certezza labirintica del non-senso quotidiano del mondo ad una possibilità di senso – lontano dunque dalle mendacità che l’essere umano con sicumera tenta ingiustificatamente di propinare a sé stesso e agli altri.
Lo sa bene De Luca quando a questo proposito annota: «Entrare nel nero significa ritornarsi, discendersi dentro e spaccarsi per stillare sul limite del solco, coincidervi al confine con l’attorno, nel passaggio tra il buio che si è stati e lo sbocco che si è», «per scagliare le parole oltre la diga della ragione».
E ben oltre la ragione si situa l’intera raccolta di Teti – tra l’altro quasi completamente priva di connotazioni temporali, geografiche, storiche –, intrisa da un’inquietante atmosfera metafisica, che tutto invade, assembra e intride, col suo grido animale, prelogico e oscuro: «come bestia cerca / cibo nel buio il lume / che bagna le mani / e il silenzio del foglio / delle dita sul foglio».
Si tratta delle Risonanze dell’oscuro fondanti la prima sezione del testo, bagnata da una luce creaturale, notturna e sinistra: «nella parte bianca la parte / ferita di derive va al nero / metà colore metà abbandono / in parte annottarsi o cadendo / disgregarsi dove si alza lo sguardo»; e di séguito: «passaggi attraverso tenebre e altro tempo / sospinto verso la moltitudine di un giorno / inciso in questo passarsi accanto in questo / nient’altro che baratro offerto a chi è deserto // è sabbia anche la bocca che divora la voce».
La voce – meglio, le voci di Teti lungo tutta la silloge sembrano essere originate da una destinazione opaca, folgorante inciso che titola la seconda sezione del testo e mèta verso la quale il libro sembra dirigersi, ove il moto voluminoso delle fogge ambigue dell’io – prima di essere azzerato – si moltiplica e si trasmuta in un unico tumultuoso brusìo, che vacilla, e poi si flette e si frange, innervandosi nelle scaglie ledenti del linguaggio poetico – residuo che di quel mormorìo primigenio ridona l’eco: «estraneo questo specchio che flette volumi / vacilla mentre resiste uno scarto sonoro / che chiede ancora di riprodurre soglie / innalzare il silenzio a restringere voci».
E l’ethos in cui la silenziosa pluralità di quelle voci viene coartata, trovando registrazione alloggio e definitivo annientamento è effigiata dall’ultima sezione del testo, Dove siamo scritti, luogo estremo e privo di fondamento in cui il soggetto scrivente sprofonda, e – privo di sé (del sé) – sparisce, per pronunciare ogni volta le prime, ultime parole poetiche, a un passo soltanto dal vuoto: «senza fondamento nella densità del vuoto / a riva di continente o corrente di strada / deriva dove tutto scorre in piena residuale / amplificando suoni visioni aria che ingoia / lo stesso grigio che traduce un crollo / di nuvole a dirotto nel buio innumerevole».
Questa è l’entrata nel nero – questo «il crollo»: la «tabula rasa dello specchio»; il «buio innumerevole» ove ormai «tutto è qui solo essendo altrove».

© Gabriele Gabbia

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Alcune poesie estratte dal libro

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Dalla sezione Risonanze dell’oscuro

 

mostra i denti
come bestia cerca
cibo nel buio il lume

che bagna le mani
e il silenzio del foglio
delle dita sul foglio

*

nella parte bianca la parte
ferita di derive va al nero
metà colore metà abbandono

in parte annottarsi o cadendo
disgregarsi dove si alza lo sguardo

*

passaggi attraverso tenebre e altro tempo
sospinto verso la moltitudine di un giorno
inciso in questo passarsi accanto in questo

nient’altro che baratro offerto a chi è deserto

è sabbia anche la bocca che divora la voce

*

Dalla sezione La destinazione opaca

 

estraneo questo specchio che flette volumi
vacilla mentre resiste uno scarto sonoro
che chiede ancora di riprodurre soglie

innalzare il silenzio a restringere voci

*

da vasta terra per rive lontane a un arrivare
alla casa d’erranza radice inabitabile
dove possedere stretto un non avere

quando nella pienezza è radicata l’assenza

aver custodito una chiave fino allo smarrimento

*

Dalla sezione Dove siamo scritti

 

nella tabula rasa dello specchio
dove tutto è qui solo essendo altrove

nel tempo verosimile di un ritorno
nel suo lento addosso d’ombra

*

senza fondamento nella densità del vuoto
a riva di continente o corrente di strada
deriva dove tutto scorre in piena residuale

amplificando suoni visioni aria che ingoia
lo stesso grigio traduce un crollo
di nuvole a dirotto nel buio innumerevole