Giorno: 11 agosto 2013

La domenica (tre ipotesi) e Tom Franklin

biennale arte 2011 -foto gm

Devi arrivare alla resa dei conti virilmente, con un po’ d’onore, allontanare un bambino dai binari, restando tu stesso sotto il treno. Lanciarsi su una bomba a mano in battaglia e salvare undici compagni, roba del genere. La pistola alla tempia è una possibilità, ma allora ci vuole un bel colpo di scena.

Non ho mai avuto una visuale così ampia e profonda, il cielo a ovest incide solchi rossi al di là dei lontani alberi azzurrini. Vedo sull’orizzonte lo svolazzo delle luci delle torri radio e delle ciminiere. Le cime degli alberi che si estendono di sotto sembrano abbastanza solide per camminarci sopra. Sarebbe facile dimenticarsi della vita che conosci là sotto, pensare a essa come fosse il fondo del mare, un luogo dove sagome scure si muovono tra colonne di luce, dove gli insiemi delle cose si spostano come nuvole.

Ieri sera ho preso l’ascensore col mio Jack Daniel’s in tasca. Lunghi e bianchi corridoi d’ospedale. Bigi pannelli di legno su cui far scorrere le dita. Rutto. Mi sono perso. Chiedo e un tipo mi indica la stanza. Sono rimasto lì impalato accanto alla porta. Poi ho bussato e sono entrato. Era più pelle e ossa del solito, una cera ancora più pallida, ma cominciò a chiacchierare come fossimo nella sua veranda e tutto filasse liscio.

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Tom Franklin – Alabama blues  – ed- Sartorio 2007

Luigi Bernardi: Avvoltoi – Tre storie strappate

Avvoltoi

Luigi Bernardi – Avvoltoi Tre storie strappate – Doppiozero – ebook

 

Se esiste una norma che regolamenta tutti i racconti scritti come si deve di questo mondo, è quella della precisione. Questa norma vale per tutti i più efficaci autori di racconti. Da Čechov a Babel, a Carver, alla Paley, a Cheever, alla Munroe, a Barthelme, a Foster Wallace e altri. Tutti autori molto diversi per impostazione, per stile, per scelte lessicali, per ambientazione, per struttura, eppure tutti devoti all’unica regola a cui un racconto non può sottrarsi: quella della precisione. Luigi Bernardi questa norma la conosce bene e ci fa il piacere di seguirla, rispettando così le storie che va a scrivere e i lettori che le leggeranno. L’ha seguita anche in questi tre racconti, da poco usciti per la collana in e-book di Doppiozero. Tre storie apparentemente legate a due tematiche, quella della morte e quella dei rapporti familiari. In realtà queste storie (soprattutto la prima) sono anche altro, mostrano il risultato di  uno sguardo lucido sulla società, sui cambiamenti avvenuti negli ultimi quarant’anni. Queste sono storie sul tempo che passa, sui segni che lascia. Il tempo che passa e il tempo a cui abbiamo dovuto rinunciare (anche per nostra volontà, per pigra accettazione) tornerà anche nella splendida nota finale che accompagna il libro. “Il coperchio di zinco lo adagiano due addetti delle pompe funebri. Si sono tolti la giacca, indossano entrambi i pantaloni grigio topo e la camicia bianca, solo la cravatta è diversa, una è bordeaux a tinta unita, l’altra di un granata a losanghe grigie. Sembrano addestrati al rispetto. Lo sono, dato il mestiere che fanno. Neppure un battito accompagna il contatto fra le due parti dello stesso metallo. Nessuno sfrigolio neppure quando centrano il coperchio, così che rimanga la stessa scanalatura sottile da saldare.” Ecco l’incipit del primo racconto, lo utilizziamo per dire ancora qualcosa sulla precisione. Notiamo come la scena sia ben descritta e che lo sia senza intoppi, orpelli o altre diavolerie. Bernardi descrive ciò che avviene in maniera perfetta, i verbi: adagiare, togliere, accompagnare. I pochissimi aggettivi. L’uso della punteggiatura. Tutto è da manuale ed è da manuale principalmente perché ciò che è scritto racconta e fa vedere due cose importantissime che stanno lì affinché noi possiamo percepirle: l’attesa e il silenzio. L’attesa delle persone che seguiranno il corteo funebre e il silenzio che tutti mantengono. Questa è tutta la scena, compreso ciò che l’autore non ha scritto, lasciando che noi lo vedessimo leggendo i gesti di chi sta chiudendo la bara. Il primo racconto è il più lungo e l’unico narrato in terza persona. Accompagnato dalle strofe di “Due Mondi”, una delle canzoni più belle tra quelle di Mogol/Battisti, racconta le vicende di un fratello e una sorella, che prima di allora non si sono mai incontrati, figli dello stesso padre. Padre che è il regista assente delle loro vite in un certo senso mancate. Padre che ha fatto la lotta armata, che è stata soprattutto cronaca spacciandosi per storia. Gli altri due racconti sono più brevi, più intimi e introspettivi e sono scritti in prima persona. Il narratore porta a compimento due distacchi, cominciati molto prima della morte dei familiari. Tre racconti che si leggono molto velocemente, veloci come una rapida, profondi come il centro del fiume.

© Gianni Montieri