Giorno: 9 agosto 2013

Flashback 135 – Catalimita

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

15

Arrivato nella parte alta di Catalimita, guardando i ruderi e le case abbandonate sulla destra, ti accorgi che non esistono altre tracce di vita. Continuo per qualche minuto a piedi, in discesa e con un forte vento sulla faccia, fino ad arrivare a una strada smottata. Lì alcune reti e due cartelli avvisano dell’imminente pericolo: canpotto avvelenato. Passo oltre e scendo nel torrente. L’ultima frana ha cambiato l’intero paesaggio. Ci sono alberi che, per abitudine, producono ancora frutti e altri che sono un tutt’uno col letto del torrente. L’uva cresce ancora, sdraiata a terra, nel riposo forzato di chi torna alla polvere. Dall’altra parte dell’acqua, dalle finestre di un mulino abbandonato escono i rami di un albero di fico. Nessuna traccia del vento. Solo il rumore dell’acqua che sembra andare a tempo, mentre lenta scorre.

© Marco Annicchiarico

Leggi dal primo flashback     –     Leggi il flashback precedente     –     Leggi il flashback successivo

Moussa Konaté, L’impronta della volpe

Konate_L_impronta_della_volpe

Moussa Konaté, L’impronta della volpe

Nota di lettura di Anna Maria Curci*

La ricerca e l’individuazione del colpevole ovvero dei colpevoli nel giallo classico ha, come ha avuto modo di scrivere Bertolt Brecht in pagine che hanno insieme la lucidità dello scrittore e la passione del lettore, l’effetto di ristabilire il cosmos, l’ordine universale nel quale bello e bene coincidono. Chi legge, con la piena consapevolezza dell’ingovernabilità del caos nel quale gli è dato vivere, stabilisce un tacito accordo con vicenda, luoghi, personaggi narrati: non importa quanto sia ingarbugliata e oscura la situazione di partenza, se la vis logica del ricercatore è destinata – come “una gioiosa macchina da guerra”, per pescare dal recente passato un’espressione non esattamente propiziatoria né feconda di esiti felici – ad averla vinta, a investire della luce chiara della razionalità anche il più recalcitrante dei misteri.
Chi si appresta alla lettura del poliziesco L’impronta della volpe di Moussa Konaté ritrova questa tranquillizzante architettura sia nella quarta di copertina che riferisce come il commissario Habib sia stato definito “Il Maigret nero”, sia, soprattutto, in una serie di elementi rispettosamente classici – la coppia del ricercatore e dell’assistente, il commissario Habib e l’ispettore Sosso, splendori e miseria di vita quotidiana e di centrale di polizia, la paziente arte del raccogliere indizi.
Tuttavia, il noir come prevalenza dell’enigma spalancato come una voragine che inghiotte e scaraventa nel fondo le certezze razionali, fa il suo ingresso nella vicenda sin dalle prime battute, caratterizzandola come sfida e sorpresa continue. Nel caso della vicenda narrata qui, non si tratta soltanto dell’ambientazione, ancora una volta per un’opera di Konaté, in Mali – il commissario opera nel reparto D2 di Bamako, la capitale – che ha fatto scrivere di “Noir d’Africa”, ma del caso che Habib è chiamato a risolvere e che cozza fragorosamente con la sua formazione ‘bianca’, francese, tutta cartesianesimo (come lo stesso Habib dichiara) ed esprit de clarté.
Il villaggio nel quale si verificano le morti misteriose è Pigui, un villaggio Dogon a sud del fiume Niger, composto in prevalenza da animisti devoti alla divinità Amma. In una cultura antica – da settecento anni i Dogon abitano quella terra – si sono insediate autorità politiche locali con una procedura elettorale all’apparenza impeccabilmente democratica: il giovane sindaco è stato eletto con il 99% dei voti. Formidabile, vero? Va precisato, tuttavia, che l’affluenza alle urne è stata del 6% degli aventi diritto. Per Habib la matassa da sbrogliare non è estranea allo scontro tra culture, o meglio, al conflitto insanabile tra una cultura millenaria e l’eterno richiamo della cupidigia, che ha qui il luccichio della globalizzazione.
Chissà, allora, che non sia proprio il talento di Habib, un umanesimo sobrio, nella sua misura migliore di ragione e intuito, a condurre le indagini, a salvaguardare Sosso da ripetute multiformi imboscate, a saper dosare pensiero, parola e azione e, infine, a trovare una definizione oltremodo classica per questa appassionante inchiesta: “un vero dramma alla Corneille”.

* Qualcuno ha più sentito parlare delle vicende in Mali? Sparite, completamente, dalla cronaca. Quando gli eventi riempirono, qualche mese fa, le prime pagine dei giornali, pensai alla conoscenza profonda del proprio paese che Moussa Konaté aveva dimostrato in questo suo poliziesco. Poi, è calato per il ‘grande pubblico’ un silenzio tanto pesante quanto inavvertito dai più. Non ho smesso di pensarci.

© Anna Maria Curci
________________________________________________________________________________

Moussa Konaté ha insegnato alla École Normale Supérieure di Bamako, prima di abbandonare la docenza per la scrittura a tempo pieno. È il direttore della Association Étonnants Voyageurs Afrique (Amazing Travellers Africa Association) e, insieme a Michel Le Bris, è l’organizzatore del Festival Étonnants Voyageurs, una fiera libraria internazionale. I romanzi polizieschi di Moussa Konaté sono pubblicati in Francia nella Série Noir della Gallimard. In Italia sono apparsi per Del Vecchio Editore, L’assassino di Banconi, L’onore dei Kéita, L’impronta della volpe e per i tipi di E/O La maledizione del dio del fiume.
________________________________________________________________________________

Moussa Konaté, L’impronta della volpe. Traduzione di Ondina Granato. Del Vecchio editore, 2012