“Le voci chiuse”, di Piergiorgio Viti e Luciano Benini Sforza

LE VOCI CHIUSE

(Comunicato)

A RAVENNA I VIZI E I PECCATI DELLA PROVINCIA
RACCONTATI DA PIERGIORGIO VITI E LUCIANO BENINI SFORZA

Andrà in scena il prossimo 10 agosto (sabato), alle ore 21,00, nello splendido “teatro all’aperto” allestito in via Galla Placidia sul sagrato di S. Maria Maggiore, di fianco a S. Vitale, nel centro storico di Ravenna, lo spettacolo Le voci chiuse, nell’ambito della rassegna  “O musiva musa”.

Scritto a quattro mani da Piergiorgio Viti con il poeta romagnolo Luciano Benini Sforza, Le voci chiuse sono monologhi in cui i penitenti confessano ad un Dio insofferente i loro vizi, i loro peccati, a volte laici. Le voci chiuse si apriranno quindi al pubblico, usciranno dai confessionali per essere ascoltate, attraverso le voci degli attori Franco Costantini e Francesca Mazzoni e saranno impreziosite dalla fisarmonica di Luciano Titi, che vanta prestigiose collaborazioni (Vinicio Capossela e Roy Paci, per citarne un paio).

L’inizio è fissato per le ore 21 e l’ingresso è gratuito, come tutti gli appuntamenti della rassegna “O musiva musa”.

LE VOCI CHIUSE

di Piergiorgio Viti e Luciano Benini Sforza

(Dio?)

Basta,
anche oggi disturbano!
Credono che esista,
però io non so se esisto o sono soltanto
fosforo.
Dovrei lavare le coscienze,
sanare piaghe e forse
obbedire,
e così sarebbe,
ma a volte mi sento
tanto umano,
da impadronirmi e poi
sperdermi
tra le vertigini.

()

Mai preso una stecca
girando il mondo,
ma quella sera il fiato
era stretto nei polmoni,
l’emozione cavava nello stomaco
un pugno dietro l’altro,
e quelle note, chiodi duri
da dire, alzarono un applauso
che ancora rimbomba
nella mia pena.

*

 

Come un guanto

Andare nel fondo della notte,
lasciando alle spalle
i rumori e le case del paese.
Nella quiete
                      che ti prende
e rovescia come un guanto.
È lì che pesa
                      il silenzio,
il buio calato
sulle scarpe
e poi dentro gli occhi.
Tenti la strada,
                          e le auto
rimbalzano la luce
come pioggia fitta
                               sul tuo passo,
sulle micce che senti
sotto i piedi.

1

A volte la bellezza
non si sopporta, è odiosa,
perché pretende
di essere guardata,
come il suo pesante seno, offerto
fieramente sopra i panni stesi,
nell’abbacinante luce
di un mattino
che prima senza peso
era.

*

Bellezza

Ormai non mi difendo più.
Fra i giorni
                    i cerchi si stringono,
gli occhi, le braccia,
un’ombra
                   e quei fianchi
si  avventano ancora
sul mio corpo,
sulla mia bellezza
cercando una sponda al piacere.
E in quell’oceano dentro
per sempre
mi hanno lasciata.                    

 

2

Abbiate pietà della mia lingua,
che spunta buoni e cattivi,
che baratta col torto
una qualsiasi verità
da biascicare
fra i tarli erranti
dei giorni
e delle panchine…

*

Chiacchiere

Non sopporto le chiacchiere,
i fatti insinuati
come sassolini
                           nelle scarpe,
righe rosse tirate dalle lingue
su quaderni vuoti.
Io sento il vuoto tutto intorno,
le punte che prepara,
le lance di sguardi, i giorni
                                              accesi o riempiti
senza criterio.
E su questo campo
                                 di fuochi incrociati
non mi do pace.

3

Ho perso in un bicchiere
lei e la ragione,
e senza più àncore
sono affondato
dove il dolore non ha voce,
e manca perfino l’aria…
Perché tutto è andato in aria…

*

(In un pugno)

Quando sei partita,
non so dirti,
un paese è svanito
                                con un’onda d’urto.
Raccoglievo i miei giorni in un pugno.
E in un pugno bianco
                                      di pillole sono restato.

4

Sciupare i pomeriggi
tra i volti imbalsamati
della televisione
o dietro ad un pallone,
dribblando avversari
immaginari.
Le ombre che mi vivono dentro.

*

(L’attore della porta accanto)

Devi vedermi
in televisione sudato, magari
                                                sciatto.
Via trucchi e vestiti di scena,
per sembrare
                       l’uomo della porta accanto.
Cammino
                 con un bicchiere pieno di vino e pensieri,
e non sono Amleto,
                                  solo un attore in risalita,
un segreto
svelato senza pudore alla gente.
                                                     Intanto
passeggio in accappatoio,
racconto i miei amori,
vivo lo spazio del quotidiano
davanti agli occhi di molti
                                             seduti in silenzio
non qui, sai, lontano…
Una volta ero artista,
                                    adesso chi sono,
se il mio talento non passa
                                            in due minuti e dieci,
veloci
           come una partenza
                                          che non si vede,
come il vento o una piuma
                                                  da una mano
                                                                          caduti.

 

5

Restituirglielo,
quel libro dovevo restituirglielo,
ma all’appuntamento è mancato…
Così
ci ho infilato due dita
ed è stato come toccare le stelle
in fondo ad un pozzo:
ho sentito un brivido masticarmi
la schiena, il corpo tremare.
Tremavo e mi bastavo,
ero muschio di me stessa.

*

Nel tuo giorno

L’acqua e il cappuccino
che bevi ogni mattina.
                                     La tazza
presa e che arriva alle labbra
ancora coperte di sonno.
Le tue colline, sai,
perché abbracciano il mare
come una madre il figlio
o una qualunque creatura
nell’universo intorno.
Vorrei essere questo
e la luce che sveglia e accarezza
                                                      i tuoi occhi,
nel tempo vicino e lontano
del tuo giorno.

6

Corrono e ruotano i numeri
fino all’impazzimento,
ma la bendata mai sfiora
me, il mio capo chino… Io sono
ciò che non accade,
un equilibrista del circo, una moneta che
si prepara a cadere.

*

(Il flessibile)

Io vivo a scadenza,
a pezzi.
              La mano
che mi dà denaro
                              può divenire
la bocca che ti addenta all’improvviso.
Un crollo, un ingranaggio rotto.
Senza centro. Slegato,
smontato come una cucina.
Qualcosa che cresce e si guasta.
Questo tempo non è il mio tempo
e saperlo
                   non basta.

7

Il negativo di una foto.
Il mondo è nero,
come il negativo di una foto.
Non vedo più, mi arrangio
con le dita, i ricordi…
Vado avanti, sognando il passato.
Le poesie dure da mandare a memoria,
le vetrate della chiesa, a sera
riempivano i pavimenti di arcobaleni,
e le ragazze che mi venivano dietro,
tra i campi, dove spartivamo l’amore
come fosse una colpa.
Lì ho conosciuto mia moglie,
ci sposammo a S. Michele,
quel giorno anche i cani fecero festa…
E ora, tra tante, è solo
una voce, una carezza a levigare la fronte.

*

Sconto

Oh se i non vincenti,
i quasi mai nati,
le ali stese o inchiodate
al viavai dei venti,
e poi
i rottamati,
                   i cammini non detti,
le ombre
                  scartate
o solo ferme al palo,
alle strade nella notte tentacolare,
tutte quelle vite
                           in movimento
come ghiaia calpestata,
come prue che non vedi
                                        scivolare
fossero invece qui da te, amico,
per trovare un posto,
uno sconto, una voce vera
nelle onde sottili,
così umane del tuo mare…

Piergiorgio Viti è nato a Sulmona (AQ) nel 1978 e risiede nelle Marche, a Monte Urano. Laureato in Storia e Conservazione dei Beni culturali, è giornalista pubblicista e professore di Lettere di scuola media. Autore di testi di canzoni e saggi critici (in particolare ha curato i testi per il catalogo sulla mostra di Pietro Annigoni, a Senigallia, nel 2010), le sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal giornalista e poeta argentino Jorge Aulicino e sono state lette su Radio1Rai. Nel 2011 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Accorgimenti (L’arcolaio editore), che ottiene subito una buona accoglienza da parte dei lettori e della critica. Ha partecipato a diversi reading, tra cui quello per “Musicultura” di Macerata (2005) e quello per la “Fondazione Claudi” a Roma, intitolato “Educare alla bellezza” (2011) a Villa Celimontana.
Nel 2011 ha tradotto dal francese I Preludi di Alphonse de Lamartine, interpretati da Paola Gassmann e Ugo Pagliai, per il festival di musica da camera “Armonie della sera”.
Alcune sue poesie che preannunciano se non una nuova raccolta di sicuro un nuovo percorso sono state pubblicate qui su Poetarum Silva.

Luciano Benini Sforza, nato a Ravenna nel 1965, ha studiato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Insegna materie letterarie nella scuola pubblica e vive a Marina di Ravenna. Ha curato con Nevio Spadoni l’antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ‘900 in Romagna (Faenza, Mobydick, 1996). Si occupa a livello critico soprattutto di poesia, sia in dialetto (specialmente romagnolo) sia in lingua italiana. Come poeta ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Spazi e colloqui(Pisa, pubblicazione a cura del Gruppo Culturale “Ippolito Rosellini”, 1991), con cui ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia “Galileo Galilei”; Le stanze di Penelope (Castel Maggiore, Book, 1995; Premio “San Domenichino”); Viaggio senza scompartimento (Faenza, Mobydick, 1998); Padri a nord-ovest (Villa Verucchio, Pazzini, 2004), opera per la quale gli è stato assegnato il Premio “Vallesenio”; quindi Nel fondo aperto degli occhi (Rimini, Raffaelli, 2010).
Nel 2012 per L’arcolaio è uscita la raccolta Dopo questo inverno (qui è possibile leggere la recensione di Piergiorgio Viti).

2 comments

  1. La provincia non è solo una dimensione geografica, ma anche dell’anima e del mondo globalizzato, individuale e frenetico, “chiuso” e aperto nello stesso tempo…Grazie dell’ospitalità e del suo pensiero largo, umano, inclusivo.

    Mi piace

  2. Ho letto e riletto i versi che tra loro s’intersecano e giocano come foglia e vento: mi sono piaciuti molto. Peccato non esserci (stata).
    Grazie.

    Mi piace

I commenti sono chiusi.