Giorno: 6 agosto 2013

Anna Toscano – my camera journal 11

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Non è che io sia dispettoso per essere dispettoso, dispettoso a caso, a vanvera. Sono dispettoso a proposito, ci penso, ecco. E non è facile, ve l’assicuro, essere dispettoso con una certa cognizione di causa, perché faccio parte delle fantasie di molti di voi, delle storie di un sacco di tradizioni, arrivo dalle più ancestrali delle narrazioni. A volte mi mettete tra le divinità, a volte mi lasciate a divertirmi tra i miti,  mi cercate nei vostri incubi e spesso, vendicativi, mi invocate… sì parlo a voi, a tutti voi e lo posso fare perché le mie radici sono tra gli indigeni del sud del Brasile, ma poi nella leggenda africana ho perso una gamba lottando a capoeira ma vi ho trovato una pipa, e voi europei non sentitevi estranei a tutto ciò perché il mio copricapo rosso arriva proprio dalla vostra mitologia…andate a cercarmi fin nel Satyricon, Petronio parlava di me e del mio berretto rosso. Ecco perché mi permetto di giocare a scala quaranta con questo re avvolto in una bandiera, non gli nascondo lo scettro ma gli faccio cadere la corona. Perché io sono Saci, dispettoso ma con un orecchio aperto ai vostri desideri. Sono il vostro dispetto prêt-à-porter.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Giovanni Turra – Depero (poesie inedite)

Parigi 2010 - gm

 

Si getta nel profondo
entro grandi scapole aguzze
quel solco a fondoschiena.
Di poi le gambe,
irrigidite e strette
come bracci di compasso.

Uno puntandone,
divaricando l’altro,
esco dal mio cerchio in un sol passo.
Ed ero fitto e capovolto,
invisibile a me stesso,
dedito e conteso.

 

la mira

È breve la distanza
e l’uomo, avanzasse d’un passo,
urterebbe col petto nei fucili.
La mira.
Gli spari unisoni.
Oggetto di massacri è il cuore,
e subito s’accampa
un vuoto di memoria.

 

denti

I miei denti:
cresciuti me li diresti
in un pendio
– un dirupo di gladioli –
precipitevole tanto
quanto me
se mi vedi dal basso.

Minuscoli cippi, segnali
di confine, nel breve camposanto
della mia vita.

 

giardino zen

Stornare con tatto lo sguardo
e ferocia, se solo
la giovane che vive dirimpetto
in uno svolo sfila
da sotto gettandolo nel cesto
l’intimo rosa color carne.

Traccheggiante sul ciglio d’una tazza,
su natiche seduto di fachiro,
considera la scena:
due ginocchia puntute,
in tutto mascoline
cui solamente ti abbracci.

Essere altrove vorresti
riposare sull’erba umida
al mormorio di ghiaia fine
e irrorata
di un giardino zen.

 

scarpe da kazako

Sono scarpe stondate da kazako
le scarpe degli uomini in età
a filo con la porta al piano terra.

Dentro vi pesticciano le piante
i loro piedi, come se da tempo
invano ritentassero la strada.

In chiusi ceppi muovono alla fine
i quattro passi. E scricchiola la soglia
trita, sua breve finissima eco.

E la rauca ruggine del fiato.

 

cannocchiale

‘Io torno sempre indietro.
Dirigo la mia lente qui davanti
in quel niente.’

È l’ora.
L’impiegata si scioglie una scarpa.

Un piede a sera che cos’è
se al collo si avviluppa
la nera cucitura di una calza.

L’elastico sbandito se n’è sceso
più giù del sottanino. Un ginocchio ammicca
˗ acceso globo, mica ˗
fronte liscia nel buio e senza appigli
al nostro sguardo muto.

 

mani

Impiegano del tempo a profondarsi
i miei pensieri alle mie mani
come in un corpo grande.
E dovendo io levare
un sùbito saluto
o svoltare d’improvviso,
ecco m’è dato di scontare
alcuni momenti di attesa.

La giovane del tessile invece,
in sfida perenne con Atena:
predispone l’ordito, dipana le matasse
al sibilo dei fusi. Poi si volta,
e s’abbatte a precipizio nei suoi denti
il gran pettine alla trama.
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::Tempi
le fu detto, e metodi. Un unico
pensiero la possiede: l’obbedienza.

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::Io…
so fare niente, io.
Mi fa difetto una presa salda,

le braccia mi cadono.
E quando ne rovescio in su le palme,
mentre siedo sui talloni,
a tutti – me per primo –
fanno paura le mie mani.

 

lo scassone

È di riposo lo stradino. Siede
in un angolo, accanto alla finestra
aperta. Guarda in strada.
Le palme delle mani enormi
sopra cosce di marmo.

S’affretta la beghina, un figurino
d’arachide. Sorrade con le punte
l’asfalto delle strisce.
Anche uno scassone quando arriva
è il mastodonte che la schiaccia.

 

Di me più saggio
e più acuto
tanto nel pensiero,
e la sua persona a me carissima…
Ne studio i gesti
ed i corrucci,
spiandone il sorriso,
finanche i minimi
screzi coniugali.
Senza che ombra di lussuria mai
posasse
su questo modo (l’unico
e tutto mondo)
di amore corporale.

Vegliavo bambino la notte
e stanco morivo di giorno:
mio padre, il suo
forte busto
che mi respira al fianco.

 

Giovanni Turra è nato a Mestre nel 1973 e risiede a Mogliano Veneto. Insegna materie letterarie al liceo. Ha vinto l’edizione 2007 del Premio Cetonaverde Poesia, con Mark Strand e Valerio Magrelli; ha pubblicato le raccolte Planimetrie (Bologna, Book 1998) e Condòmini e figure, in Poesia contemporanea. Nono quaderno italiano (Milano, Marcos y Marcos 2007), ed è stato incluso nei volumi antologici L’Opera Comune (Borgomanero, Atelier, 1999) e Transiti (Venezia, Amos Edizioni 2001). Suoi testi sono apparsi in riviste specializzate italiane ed estere, cartacee e telematiche; su tutte «Poesia», «In Forma di Parole», «Journal of italian translations», «Nazione indiana», «Le parole le cose». Files audio delle sue poesie sono scaricabili dal sito della trasmissione «Fahrenheit», in onda sulle frequenze di Rai Radio Tre. Sua la curatela di Le vie della città di Emilio Cecchi (Venezia, Amos 2004) e di Colloquio con Francesco Biamonti (in F. Biamonti, Scritti e parlati, Torino, Einaudi 2008). Alcuni suoi contributi sulla poesia di Luciano Cecchinel compaiono nel volume La parola scoscesa (Venezia, Marsilio 2012).