Giorno: 4 agosto 2013

Il giorno prima della domenica e Ian McEwan

Parigi 2012 - foto gm

Una volta, durante una passeggiata lungo il fiume – l’Eskdale nella luce aranciata del sole già basso, sotto una spolverata di neve – sua figlia gli citò il primo verso di una lirica del suo poeta preferito. A quanto pare, erano poche le giovani donne innamorate come lei di Philip Larkin. «Se mi convocassero / per mettere in piedi una religione / io partirei dall’acqua». Disse che le piaceva la laconicità di quel verbo, convocare, quasi potesse succedere, quasi fosse successo a qualcuno. Si fermarono a bere caffè dal thermos e Perowne, sfiorando col dito una striscia di licheni, disse che, se mai la chiamata fosse giunta per lui, sarebbe partito dall’evoluzione. Quale mito migliore per la creazione? Uno spazio di tempo inimmaginabile, innumerevoli generazioni intente a produrre con lentezza infinitesimale un’intricata bellezza vivente dalla materia inerte, incalzate dalla furia cieca di mutazioni casuali, selezione naturale e trasformazioni dell’ambiente, con la tragedia di forme in costante estinzione e, di recente, la meraviglia della nascita di menti e con loro di filosofie morali, amore, arte, città – e, per soprammercato, il premio senza precedenti di una vicenda che il caso ha voluto dimostrabilmente vera.

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© Ian McEwan – Sabato – Einaudi

Patti Smith, Il tessitore di sogni – recensione

Il tessitore di sogni

Questo volume è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1992 e nel 2012 in una nuova versione ampliata, ora edita da Bompiani con traduzione di Andrea Silvestri. Si tratta di un libro in cui, per ammissione dell’autrice, tutto è vero – e autobiografico –, un libro in cui – diremmo noi – i sogni e la vita sono la stessa cosa. Non è difficile entrare nell’arte plurima (più volte lo dicemmo, ad esempio in questo contributo) di Patti Smith: più difficile è collocarla testualmente; queste sono delle brevi prose che strizzano l’occhio alle fiabe (a lungo amate dalla Smith), brevi prose con qualche inserto poetico, che ci accompagna in una sorta di prosecuzione di ciò che già leggemmo in Just Kids, un po’ mémoires, un po’ pagine di diario, un po’ cartolina/e. Piccoli racconti sull’infanzia, sui suoi avi, sulla Parigi (presumibilmente) camminata negli anni ’70, rilette al presente che ritorna nei sobborghi di Detroit, dove la Smith viveva con la famiglia nel momento della scrittura, con Fred Sonic e i loro figli, come spiega nella nota introduttiva ai testi.
Patti Smith finisce di scrivere questo libro il giorno del suo quarantacinquesimo compleanno; ci sono tutti gli estremi per parlare di un testo che trova significato nel mezzo di un percorso di vita che ha preso più volte direzioni diverse, cruciali. Ma quello che trascina il lettore sulla pagina è la sua grande, fervida immaginazione, che non dimentica mai la lezione dei suoi maestri Beat (e in questo senso i confini del testo ci paiono accessibili, se cerchiamo lì), ma guarda più lontano, a Rimbaud e forse a Baudelaire, ossessioni adolescenziali.
Farsi voce dei propri sogni è appunto l’arte di tesserli su pagina, come già i tessitori del titolo fanno nell’inconscio di Patti Smith. Il titolo inglese è Woolgathering, e restituisce l’idea della “fantasticheria” o ancora meglio del “daydreaming“, che può essere tradotto come “sognare ad occhi aperti”, che non rende giustizia – comunque – allo splendido lemma inglese. I ricordi diventano racconto necessario; le visionarie visioni entrano prepotentemente nella quotidianità familiare di Patti bambina, che gioca con il suo cane Bambi, che accudisce la sorella Kimberly, che si aggira nei pressi della cittadina in cui vive, e soprattutto si reca con i fratelli nel cortile di HOEDOWN HALL, dove tutto pare possibile, lecito, come è possibile pensarlo solamente nel gioco d’infanzia, quando ogni cosa sembra non finire mai.
Le dediche importanti, in questo volume, sono soprattutto due oltre a quelle familiari, e le ricordiamo perché sono un di più del libro: a Jean Paul Getty, collezionista d’arte, e a Sam Shepard, famoso commediografo con cui Patti Smith ebbe una relazione, e con cui scrisse a quattro mani il testo teatrale Cowboy Mouth. Il resto, è una concentrazione di foto di famiglia, riuscite con lievi mani.
L’ho già detto che questo libro pare essere stato scritto per ampliare Just Kids (di cui abbiamo parlato qui), eppure è del 1992. Di certo ha tutta la fortuna di essere pubblicato in Italia oggi, corredato di foto che lo mantengono fedele all’edizione americana. Una nota a margine: sarebbe stato importante avere il testo a fronte, perché la bellezza dei pezzi della Smith sta nelle sue scelte linguistiche; specialmente la poesia risente di questa mancanza, ma possiamo ascoltarla, letta in questa preziosa presentazione, qui: