Mese: agosto 2013

Anna Toscano – my camera journal 16

16

Cara Marianna del Parà ti scrivo, ti scrivo così mi distraggo un po’. Da quando non ci sentiamo c’è una grossa novità, il nuovo panorama è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. Mi amavano mi adoravano, capisci, mi chiamavano “il padre del Brasile”, a loro ho dato tutta la mia vita, tutta la mia vita. Tu mi capisci, cara Marianna, comprendi il dolore di un futuro che ci aspetta crudele, dopo un passato così grande. Io sono qui da molto meno tempo rispetto a te, da poco più di quarant’anni, e sono molto più basso di te, poco più di cinque metri, ma io dovevo ricordare a tutti la mia vita di studioso, di politico, di filosofo, rimembrare il mio impegno per questo paese perché io fui e sono e sarò il Patriarca dell’Indipendenza del Brasile che grazie a me è avvenuta poco meno di due secoli fa. Cara Marianna, le persone uscivano dal teatro che già potevano scorgermi da lontano e mi venivano incontro pensando a quanto fosse importante la loro indipendenza, il loro essere Stato. Vedi, amica mia, com’era importante che da lontano ci fossi anch’io. Pensavo che esilio e carcere che ho visto in vita per i miei ideali fossero il peggiore panorama, ma non avevo ancora visto questo.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal 15

Quell’azzurro che non comprendo (poesie dal carcere)

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Guardare oltre un confine
pieno di paure
in un’esistenza senza tempo
in un gioco delle parti senza logica
in un turbinío di scuse
andando a tastoni
per una strada tutta buche e sabbia
in questo viaggio pieno di noi.

(Gualtiero Leoni)

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Figli

Rendetemi cieca e io
vivrò felice di sentire
il loro respiro.
Vivrò con il tocco delle loro
mani come fossero vibrisse di gatto
o piccoli nastri d’argento.
Come giunchi loro sono cresciuti
persistenti alla vita
nulla si crea, nulla si distrugge
il mio amore per loro
dà fuoco alle valanghe.

(Tatiana Mogavero)

***

Cerchi di fumo

Caffè, gocce, sorsi, zucchero poco…
Cerchi di fumo su quadrati di fondo
sopra la spugna scrivo la mia poesia,
un pensiero tra le dita
ed è il colmo che ora
qui
in questa condizione, sulla mia cuccia
costretto nella dimensione
di un letto, ora… il Giallo
mi bacia
ma traccia sul pavimento
un’ombra che si allunga…

(Francesco Capizzi)

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L’esattore

Guardi i conti che devono tornare al centesimo
le cifre scorrono fra indice e pollice
e intanto alla porta bussa il tempo
che viene a riprendersi gli anticipi;
è un esattore che non concede dilazioni.
Adesso tu tenti di coprire i debiti dei tuoi giochi
offrendo in garanzia lembi di pelle e mosse teatrali,
sai che è una scorciatoia per ingannarlo
confidando che l’oscurità della notte
lo porti a varcare altre soglie
per soddisfare la sua sete di giustizia.
Però il medesimo buio avvolge entrambi
e le calcolatrici non funzionano più.

(Vittorio Mantovani)

***

Sogno tradito

Sono stanco
di vedere la nostra stagione;
viene dipinta solo di rosa. Sono stanco
di sentire il pianto delle vedove
sulle salme disseminate nel fosso
lasciate al silenzio del bosco.
Sono stanco
di vedere che la nostra generazione
viene eliminata giorno per giorno
dal fuoco amico,
è diventato un sogno scoprire il manto bianco
seguire la traversata del falco
la nascita dello stato laico
senza croce né rosario
senza burka né barba.
Non vogliamo il ritorno della Regina di Saba
del rabbino del monaco.
Liberiamo il credo dal potere.
Non rendiamo la scelta per altri
una spina nel fianco,
difendiamo i colori i valori.
Nel nostro bel mosaico
la diversità è un bene mitico,
la convivenza civile impegno etico.
Per inaugurare un futuro
di diritto di libertà democratica.
Sogno tradito della Tunisia, dell’Egitto
del popolo libico.

(Jomaà Bassan)

***

Albania

Voglio venire da solo a riprendere
la mia eredità
quella grande ricchezza fatta
di pietre di arbusti di alberi alti
terra colorata fiocchi di neve.
Il freddo accogliente
il caldo opprimente
il chiasso delle cicale
il canto degli uccelli
il respiro del fiume
le montagne i fichi gli ulivi
il sorriso delle signore anziane
che per me erano tutte mamme
sempre pronte a difendermi.
Sono ancora lì ad aspettarmi
lì irremovibili
nell’attesa che io le porti per sempre con me.
Ovunque. Per non lasciarmi morire da solo.

(Qani Kelolli)

***

Come un bambino

Se tutte le lacrime
mi fossero cadute dagli occhi
avrebbero riempito un oceano
creando onde gigantesche.
Ma la mia poesia è
come un bambino vivace
che ride e sorride
ogni volta che sente cantare
gli uccelli.
Io sono una piccola stella
che illumina la terra,
sono la poesia innocente
che fa bene al presente.
Sono contento perché tutto ciò
viene dall’anima mia.

(Mone Karilla)

***

Nota: le poesie raccolte nel volume sono nate durante il Laboratorio che si tiene nel Carcere di Bollate, da molti anni. Laboratorio tenuto da Anna Maria Carpi e Maddalena Capalbi.

Seamus Heaney, The Rain Stick

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11 dicembre 2008. Arezzo, Facoltà di Lettere e Filosofia, seduta di laurea in Mediazione Linguistica. Sono in commissione e assisto alla discussione di una tesi di laurea sulla traduzione delle poesie di Seamus Heaney. La studentessa è emozionatissima, il relatore introduce il lavoro spiegandone con partecipazione difficoltà e insidie. Vengono lette alcune poesie, nella traduzione della studentessa. Dall’inizio della discussione, è uno strumento ad attirare l’attenzione di tutti. È The Rain Stick, che dà il titolo a una poesia di Seamus Heaney che per me, da quel momento e insieme a Exposure, serba la musica e diffonde l’universo di Heaney. La riporto qui nell’originale e nella traduzione di Erminia Passannanti:

The Rain Stick

Upend the rain stick and what happens next
Is a music that you never would have known
To listen for. In a cactus stalk

Downpour, sluice-rush, spillage and backwash
Come flowing through. You stand there like a pipe
Being played by water, you shake it again lightly

And diminuendo runs through all its scales
Like a gutter stopping trickling. And now here comes
A sprinkle of drops out of the freshened leaves,

Then subtle little wets off grass and daisies;
Then glitter-drizzle, almost-breaths of air.
Upend the stick again. What happens next

Is undiminished for having happened once,
Twice, ten, a thousand times before.
Who cares if all the music that transpires

Is the fall of grit or dry seeds through a cactus?
You are like a rich man entering heaven
Through the ear of a raindrop. Listen now again.

Il Fusto di pioggia

Capovolgi il fusto e quello che succede
è una musica che non avresti sperato mai
d’udire. Lungo il secco stelo di cactus scorrono

acquazzoni, cascate, rovesci, risacche.
Ti lasci attraversare come un condotto
d’acqua, poi lo scuoti di nuovo leggermente

ed ecco un diminuendo che corre per le sue scale
come una grondaia gemente. Di seguito,
uno spruzzo di stille da foglie irrorate,

sottile umidità d’ erba e margherite;
poi mille luccichii come soffi di brezza.
Capovolgi ancora il bastone. Quel che succede

non è sminuito dall’essere accaduto una volta,
due, dieci, mille volte prima.
Che importa se tutta la musica che traspare

è un cadere di pietriccio e semi secchi lungo un fusto
di cactus! Sei come l’uomo ricco accolto in paradiso
attraverso il timpano di una goccia di pioggia. E adesso riascolta.

(da qui )

Sempre di Erminia Passannanti, ho letto in volume un’altra traduzione di questa poesia:

Il Bastone di pioggia

Capovolgi il bastone e quello che accade
è una musica che non avresti sperato mai
d’udire. Lungo il secco stelo di cactus scorrono

acquazzoni, cascate, rovesci, risacche.
E tu che ti lasci attraversare come un condotto
d’acqua,  lo scuoti di nuovo leggermente

e un diminuendo che corre per le sue scale
come una gocciolante grondaia. Di seguito,
uno spruzzo di stille da foglie irrorate,

sottile umidità d’ erba e di margherite;
poi mille luccichii come soffi di brezza.
Capovolgi ancora il bastone. Quel che accade

non è sminuito dall’essere accaduto una volta,
due, dieci, mille volte prima.
Che importa se tutta la musica che traspare

è un cadere di pietriccio e semi secchi lungo un fusto
di cactus! Sei come l’uomo ricco accolto in paradiso
attraverso il timpano di una goccia di pioggia. E adesso riascolta.

Seamus Heaney (13 aprile 1939 – 30 agosto 2013)

da: The Spirit Level ( La livella a bolla d’aria). Per la traduzione e cura di Erminia Passannanti, Mask Press, Oxford, prima edizione 2007, seconda edizione 2012, p. 26.

Flashback 135 – Reset

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Di colpo, si è alzato il vento. Qui, vicino al mare, è sempre così, anche d’estate. Quando tutto sembra tranquillo arriva il vento, improvviso, con forti raffiche. Mentre lei suona una canzone nuova, provo a immaginare il mare in tempesta e penso sia un peccato che quei colori, di notte, non si riescano a vedere. “Dovrebbero puntare una luce dritta sul mare – penso ad alta voce – una luce fissa, che faccia distinguere i colori”. Intanto il vento muove le persiane. Di certo salterà la luce, tra pochi minuti o forse tra due ore, salterà per pochi istanti, come a voler resettare ogni cosa. Poi, alle prime luci dell’alba, tutto tornerà tranquillo, ogni cosa al suo posto. I colori del mare, le luci spente, una nuova canzone e la sensazione che non tutto stia passando invano.

© Marco Annicchiarico

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Thomas Bernhard, Sulla terra e all’inferno

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La prima raccolta di poesie di Thomas Bernhard, Auf der Erde und in der Hölle (Sulla terra e all’inferno) fu pubblicata nel 1957.  Alcune liriche vengono proposte qui nell’originale in tedesco e nella mia traduzione.  Nel percorrere questi versi non sfuggiranno certamente le suggestioni che derivano dalla lettura della poesia di Georg Trakl. (a.m.c.)

Der Tag der Gesichter

Morgen ist der Tag der Gesichter. Sie werden
sich erheben wie Staub
und in Gelächter ausbrechen.
Morgen ist der Tag der Gesichter, die in
die Kartoffelerde gefallen sind. Ich kann
nicht leugnen, daß ich
an diesem Sterben der Triebe schuldig bin.
Ich bin schuldig!
Morgen ist der Tag der Gesichter, die meine Qual
auf der Stirn tragen,
die mein Tagwerk besitzen.
Morgen ist der Tag der Gesichter, die wie Fleisch
auf der Kirchhosfmauer tanzen
und mir die Hölle zeigen.
Warum muß ich die Hölle sehen? Gibt es keinen anderen Weg
zu Gott?
Eine Stimme: Es gibt keinen anderen Weg! Und dieser Weg
führt uber den Tag der Gesichter,
er führt durch die Hölle.

Il giorno dei volti

Domani è il giorno dei volti. Si
solleveranno come polvere
e scoppieranno a ridere.
Domani è il giorno dei volti, caduti
nella terra delle patate. Non posso
negare di essere
colpevole di questa morte delle pulsioni.
Sono colpevole!
Domani è il giorno dei volti, che portano
il mio tormento sulla fronte,
che possiedono il mio lavoro quotidiano.
Domani è il giorno dei volti, che ballano
come carne sul muro del cimitero
e mi mostrano l’inferno.
Perché devo vedere l’inferno? Non c’è altra via
a Dio?
Una voce: Non c’è un’altra via! E questa via
passa per il giorno dei volti,
passa per l’inferno.

Thomas Bernhard
(Traduzione di Anna Maria Curci)

Ich weiß, daß in den Büschen die Seelen sind

Ich weiß, daß in den Büschen die Seelen sind
von meinen Vätern,
im Korn
ist der Schmerz meines Vaters
und im großen schwarzen Wald.
Ich weiß, daß ihre Leben, die ausgelöscht sind
vor unseren Augen,
in den Ähren eine Zuflucht haben,
in der blauen Stirn des Junihimmels.
Ich weiß, daß die Toten
die Bäume sind und die Winde,
das Moos und’die Nacht,
die ihre Schatten
auf meinen Grabhügel legt.

So che nei cespugli ci sono le anime

So che nei cespugli ci sono le anime
dei miei padri
nel grano
c’è il dolore di mio padre
e nel grande bosco nero.
So che le loro vite, che sono estinte
ai nostri occhi,
hanno un rifugio nelle spighe
nella fronte azzurra del cielo di giugno.
So che i morti
sono gli alberi e i venti,
il muschio e la notte
che le sue ombre
posa sul mio tumulo.

Thomas Bernhard
(Traduzione di Anna Maria Curci)

In einen Teppich aus Wasser

In einen Teppich aus Wasser
sticke ich meine Tage,
meine Götter und meine Krankheiten.
In einen Teppich aus Grün
sticke ich meine roten Leiden,
meine blauen Morgen,
meine gelben Dörfer und Honigbrote.
In einen Teppich aus Erde
sticke ich meine Vergängnis.
Ich sticke meine Nacht hinein
und meinen Hunger,
meine Trauer
und das Kriegsschiff meiner Verzweiflungen,
das hinübergleitet in tausend Gewässer,
in die Gewässer der Unruhe,
in die Gewässer der Unsterblichkeit.

In un tappeto d’acqua

In un tappeto d’acqua
ricamo i miei giorni,
i miei dei e i miei malanni.
In un tappeto di verde
ricamo i miei dolori rossi,
i miei mattini azzurri,
i miei borghi in giallo e le mie fette di pane e miele.
In un tappeto di terra
ricamo la mia caducità.
Ci ricamo dentro la mia notte
e la mia fame,
il mio cordoglio
e la nave da guerra delle mie afflizioni
che scivola in mille acque,
nelle acque dell’inquietudine,
inelle acque dell’immortalità.

Thomas Bernhard
(Traduzione di Anna Maria Curci)

Vor dem Dorf


Die Gesichter, die aus dem Feld tauchen, fragen
mich nach der Rückkunft.
Mein Schrei stört nicht die Schwalbe,
die auf dem zerbrochenen Ast hockt. Finster
ist meine Seele, die der Wind treibt
ans Meer, zu riechen das Salz der Erde.
Meine Legende ist sterblich.
Unter dem Baum, der meinem Bruder ähnlich ist,
zähl ich die Sterne der Schiffer.

Davanti al borgo


I volti che emergono dal campo mi chiedono
del ritorno.
Il mio grido non  turba la rondine
acquattata sul ramo spezzato. Cupa
è la mia anima, che il vento spinge
al mare, a fiutare il sale della terra.
La mia leggenda è mortale.
Sotto l’albero, che assomiglia a mio fratello,
conto gli astri dei barcaioli.

Thomas Bernhard
(Traduzione di Anna Maria Curci)

Im Garten der Mutter

Im Garten der Mutter
sammelt mein Rechen die Sterne,
die herabgefallen sind, während ich fort war.
Die Nacht ist warm und meine Glieder
strömen die grüne Herkunft aus,
Blumen und Blätter,
den Amselruf und das Klatschen des Webstuhls.
Im Garten der Mutter
trete ich barfuß auf die Schlangenköpfe,
die durch das rostige Tor hereinschaun
mit feurigen Zungen.

Nel giardino della madre

Nel giardino della madre
il mio rastrello ammucchia gli astri
caduti mentre ero via.
Calda è la notte, e le mie membra
sprigionano l’origine verde,
fiori e foglie,
il grido del merlo e il battito del telaio.
Nel giardino della madre
schiaccio a piedi nudi le teste dei serpenti
che fanno capolino dal cancello arrugginito
con lingue di fuoco.

Thomas Bernhard
(Traduzione di Anna Maria Curci)

Vierkanthof (acquistata da Bernhard nel 1965)

Vierkanthof (acquistata da Bernhard nel 1965)

(Ri)Leggere Beppe Salvia: L’improvviso editto (1980)

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Beppe Salvia

L’improvviso editto

1

A un tempo son certo adesso e della
inutile mia prova e della sua bellezza
goffa austera;
.             ridetemi appresso continuerò a mentire;
mai seppi scrivere e nessun metro
grammatico voglio che mi s’accosti,

per quanto tetro e inetto è come il tuono
il mio suono, forza della natura.

 

2

Me ne vado vagando e v’assicuro
son duro a sentire ogni loquela
sorda di costoro i potenti;
non valgo nulla e nulla pagherò
di mio all’Eterno;

di più, m’accorgo d’impetrare
un dolore nuovo a Natura Novella
all’Universo tutto, quello
di dirmi infine nuda marviglia
anch’io del creato come la dura
pietra come lo scoglio inerte;

per questo traverserò, e traverso.

 

3

Potete sentirmi adesso?
Non schiudete occhi pavidi
davanti l’orror mio
e che vi manifesto; è l’orrore di tutti.

Potete nicchiare adesso! v’ho detto
v’ho gridato il mio caso, come
tutti sono, centro dell’universo.

 

4

Non mi nascondo più. Non
lecco lo ferite mie. Non voglio perdonarmi
d’accordo, ma nemmeno ossequio
voi; io poso, son gradasso, urta
il mio modo d’accordo, ma il vostro
vetro non vale il diamante che ho trovato;

fu un caso è vero, non ho da vantarmene,
e d’altronde duole assai questo peso,
misero me essere il vostro metro,
.                                      comunque.

 

5

Arricchisco in questa indigenza!

 

6

Alcuno s’ammalò rima d’ogni alba, sempre

del male che acceca ed impedisce
cennare l’intesa o declinar l’invito.

 

7

Perché credete ch’io faccia
il paio, con malagrazia e avvedutamente
e felice di questo, col morto
tocco di quest’ora maligna?

Perché credete ch’io accordi
il mio canto all’inutile sirena
dello stagno inerte?

È solo perché l’unisono bifido
di questi versi possa chiamare
l’ultimo suono alla mia
ammalata nostalgia, al male
che mi fa veder tutta perduta
quest’infinita meraviglia
che già mi creò, me come tutto.

 

8

Non sopporto più che mi si taccia,
e lo grido, lo griderò
in eterno;

o già l’ascoltate da sempre,
nevvero? questo rombo pedante come l’orifiamma fredda
sulla chiostra di guglie
del castello d’un pazzo.

 

9

Non vi chiedo l’ascolto
non v’ho prestato molto
del mio

troppa miseria mi dimenticò
.                            ogni riguardo.

.


Beppe_Salvia_BBeppe Salvia nacque a Potenza il 10 ottobre 1954. Animo irrequieto ma poliedrico come pochi, Salvia esordì in poesia nella seconda metà degli anni Settanta, destando l’interesse di Elio Pagliarani e Dario Bellezza, e vedendosi pubblicate le prime poesie in varie riviste, tra le quali «Lettera» e «Nuovi Argomenti», nonché con la silloge autoprodotta Il coro (1977). Ma è a partire dalla prima metà degli anni Ottanta che Salvia pubblica i suoi testi più importanti e soprattutto lascia un segno “eterno” nel clima di rinnovamento della poesia che percorre l’Italia, riverberando dalle zone più periferiche (si pensi alle esperienze romagnole o marchigiane degli stessi anni, solo per citare due esempi tra i più noti): appartengono a questo periodo, che corrisponde anche all’ultimo della sua vita, le collaborazioni con Gabriella Sica e la rivista «Prato pagano», e l’importante esperienza di «Braci», rivista fondata dallo stesso Salvia insieme ad Arnaldo Colasanti, Claudio Damiani e Marco Lodoli (per citare alcuni dei collaboratori alla rivista).
Se si eccettuano le poesie e altri testi consegnati alle riviste, l’opera di Beppe Salvia è da considerarsi tutta postuma, come pure la sua ‘fortuna’. Morto suicida a Roma il 6 aprile 1985, la sua prima raccolta, Estate uscirà per l’appunto postuma nei «Quaderni di Prato Pagano», con l’eteronimo femminile Elisa Sansovino. Seguiranno negli anni altre pubblicazioni in grado di alimentare un mito sotterraneo della poesia italiana contemporanea, poco frequentato e nominato dai più, ma ben presente e radicato in chi è venuto a contatto con questa voce limpida (magari attraverso la lettura di Claudio Damiani, spesso raffrontata all’esperienza di Beppe Salvia). Le più recenti pubblicazioni risalgono rispettivamente al 2004 e 2006: I begli occhi del ladro, a cura di Pasquale Di Palmo (Il Ponte di Sale, Rovigo; su quest’edizione si veda quanto scritto non molti anni fa da Gabriella Sica), e il bel libro – facilmente reperibile – Un solitario amore, a cura di Flavia Giacomozzi e Emanuele Trevi (Fandango, Roma).
Si attende ancora un’edizione che raccolga tutta la produzione in versi apparsa sia in rivista vivo l’autore, sia postuma, edizione più volte auspicata. [f.m.]

L’improvviso editto venne pubblicato nel n. 1 della rivista «Braci» (novembre 1980). I testi e le poesie che Beppe Salvia ha consegnato alla rivista sono ora disponibili in rete nel sito a lui dedicato e curato da Mauro Biuzzi: www.beppesalvia.it. Da questo sito ho tratto sia il testo della poesia sia l’immagine di copertina del primo numero di «Braci».

Anna Toscano – my camera journal 15

2013-08-27-20-13-38

Sono qui a venti metri da terra, vi guardo da qui. Sono una Marianna francese creata da uno scultore genovese per una piazza brasiliana. Non mi ha mai pesato impugnare una spada nella mano destra anziché un ramo di olivo, perché con la sinistra bilancio col vezzo di tenere la mia ampia gonna. La mia posa bellicosa, il mio guardare innanzi verso il fiume con postura diritta e pronta all’attacco, la mia fronte fiera e il cipiglio attento non sono d’altri tempi. Da centosedici anni sono pronta per difendere Belém, la mia città. Scendo di rado da qui, dalla mia postazione. Lo facevo un tempo per andare alla gelateria che c’era tra avenida Presidente Vargas e avenida da Paz. Ma è stata abbattuta. Scendo la domenica sera per un tacacà in avenida Nazaré, come ultima avventrice a ripulir le pentole. Scappo per andare a infilarmi nel teatro da Paz, qui dietro, lui è qui da più tempo di me e le sue seggiole in platea con la seduta di paglia e le opere che vi cantano sanno ancora farmi sognare. Perché non sogno più. Non sogno più da quando nel mio orizzonte visivo non c’è più il fiume, da quando lo posso solo scorgere tra un palazzone e l’altro. Cerco di vivere dei sogni che avevo un tempo. Il futuro che ci aspetta a volte è crudele.

***
Testo e foto di Anna Toscano

***
Leggi il my camera journal 14

in-side stories #11- Benvenuti Filippo

biennale arte 2011 - gm

In-side stories #11 – Benvenuti Filippo


Si procede con una breve descrizione del soggetto:
Il soggetto si chiama Benvenuti Filippo, nato a Rovigo il 25/12/1963, residente a Milano in via Sardegna, civico 12. Il soggetto svolge lavoro di programmatore informatico presso la ditta Bookware srl di Cusano Milanino. Il soggetto lavora spesso da casa, non ha rapporti di amicizia con nessuno dei suoi colleghi. Vive solo. Il soggetto è laureato in Ingegneria. Il soggetto è di media statura. I capelli sono biondo cenere, radi sulla fronte. Segni particolari, nessuno. Il soggetto veste sempre con pantaloni  di taglio classico, di due colori soltanto: grigio scuro e beige. D’estate porta camicie a maniche corte, a righe, e la canottiera. D’inverno indossa camicie a righe, maglia cosiddetta della salute e giacche a due bottoni, leggermente fuori moda. I colori delle giacche sono beige e grigio scuro. Si segnala in un’occasione l’uso di un giacca blu. Il soggetto attualmente non ha relazioni sentimentali. Il soggetto gode di ottima salute.

Si procede nell’elencare alcune frasi pronunciate dal soggetto: Quelle due non sanno educare il cane e lo fanno pisciare sul pianerottolo, per forza sono lesbiche. Conosco un sacco di donne dell’Est perché le vado a cercare nei loro bar. Non mi piacciono i balconi in comune, perché devo stendere i miei panni dove li stendono gli altri? Perché qualcuno dovrebbe usare le mie mollette? L’amministratore di condominio cerca costantemente di fregarmi. Irina l’ho lasciata perché aveva un figlio, non mi so affezionare ai figli degli altri. Aveva quindici anni meno di me, ucraina bellissima. Andrei anche alla lavanderia a gettoni ma mi fa schifo, lì lavano le loro cose i negri. Uso solo il doccia schiuma della Vidal, gli altri mi fanno schifo. La schiuma da barba vado a comprarla in Svizzera, qua costa troppo. Oggi al bar hanno servito quattro rumeni prima di me, l’ho fatto notare. Alla Conad il gelato costa molto meno, l’ho detto alla cassiera dello Sma. La prima volta che esci con una non puoi portarla in un museo, devi portarla a cena. La cena per due costa. Comunque mi piacciono quelle dell’Est perché sanno la differenza tra l’uomo e la donna. Ieri sono stato tre ore in un negozio di elettrodomestici perché hanno l’aria condizionata. Mi piace il tennis femminile, la negra anche ieri ha vinto. Il raptus per gelosia lo posso pure capire.

Si procede con la descrizione di alcune attività svolte dal soggetto: Il soggetto tiene in casa moltissimo materiale pornografico, si ritiene che il soggetto guardi film porno molto frequentemente. Il soggetto mangia quasi sempre in casa. Una volta al mese prende la pizza al trancio in un posto vicino all’abitazione. Il soggetto passa molto del suo tempo libero nei supermercati. Il soggetto non va mai al cinema. Il soggetto ascolta musica definita neomelodica napoletana. Il soggetto quando va al mare ci va da solo. Il soggetto mantiene una fitta rete di contatti con donne dell’est europeo. In particolare con: Russe, Ucraine, Polacche e Rumene. Il soggetto ama ballare il valzer. Il soggetto un paio di volte al mese si porta a casa una prostituta brasiliana. Il soggetto non entra nei bar gestiti da cinesi. Il soggetto non pratica alcuno sport. Il soggetto una volta alla settimana partecipa a letture collettive della Bibbia. L’oratore cambia tutte le settimane.

Si procede a una rapida descrizione dell’appartamento del soggetto: Piccolo ingresso, spoglio. Solo un attaccapanni di quelli che si usano in ufficio. A destra dell’ingresso una piccola cucina moderna, completa di elettrodomestici. Il colore dei pensili è viola. Il salotto è arredato da un solo mobile a parete, al centro del mobile un televisore a schermo piatto. Nessun libro. Nessun divano. Al centro della stanza una sola sedia di alluminio. Bagno lineare. La camera da letto è bianca. Il copriletto e le tende sono leopardate.

Si procede con la descrizione della maniera in cui è stato trovato il soggetto: Il soggetto è stato ritrovato il giorno 25/03/2008, all’interno del Supermercato Esselunga di Via delle Forze Armate in Milano, dai primi dipendenti arrivati per la riapertura. Il soggetto, in apparente stato confusionale, è stato ritrovato completamente nudo, seduto dentro il banco del pesce. Il soggetto aveva appoggiato sul pene un filetto di sgombro. Sul pavimento è stata rinvenuta una scatoletta di filetto di sgombro aperta e vuota. Provenienza del prodotto: russa. Il soggetto ripeteva le seguenti parole ad alta voce: «Non l’ho uccisa, non l’ho uccisa, sono stato bravo, anche questa non l’ho uccisa.»

Si procede al racconto dell’affidamento del soggetto alle cure dell’unità psichiatrica dell’Ospedale Maggiore di Milano: Il soggetto è stato prelevato dalle forze dell’ordine, coperto con una tuta ginnica, condotto all’Ospedale Maggiore ed affidato all’unità psichiatrica. Il soggetto non ha opposto alcuna resistenza. Il soggetto è in una camera definita protetta ed è sotto sorveglianza. Ha detto che al momento non intende parlare con nessuno e che deve riflettere. Ha chiesto che gli fossero portati degli abiti da casa sua, l’agenda telefonica, la schiuma da barba della marca prediletta, un rasoio, un docciaschiuma Vidal. Ha voluto che i medici e gli infermieri lo rassicurassero sul fatto che in quel letto non avessero mai dormito negri o cinesi.

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© Gianni Montieri

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CCCP – Curami (Album :1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età, 1985)

Curami curami
prendimi in cura da te
curami curami
che ti venga voglia di me
curami curami
verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove
verranno al contrattacco
ma intanto adesso curami
solo una terapia
solo una terapia
verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove
curami curami curami
curami curami curami

***
ASCOLTA IL BRANO

Andrea Inglese -Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato

inglese

[Leggendo la nuova raccolta di Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato (Italic Pequod 2013)  ci si trova di fronte a due movimenti, uno di dispersione totale e un altro di concentrazione massima, equivalenti alla ripartizione della silloge in due sezioni: Le lettere alla reinserzione culturale del disoccupato e Le circostanze della frase. Il movimento dispersivo delle lettere è rappresentato sia stilisticamente che tematicamente. Indirizzate ad un destinatario inesistente, traggono la loro forza proprio dal principio ossimorico che è insito in esse: la “reinserzione culturale”, in effetti, assume i tratti sfumati di una donna, di un ufficio del lavoro, ma la sua peculiarità è che pur avendo tutte le caratteristiche di una seppure indefinita “entità” che, in quanto tale, dovrebbe necessariamente “essere”, nella maggior parte dei casi si manifesta come un eidolon, una fantasia, quindi un non-essere. La vaghezza e quindi la debolezza ontologica del destinatario si riflettono pienamente nel soggetto poetante che non può che relazionarsi col mondo e con il suo interlocutore in modo “debole”. L’io di questa sezione infatti è un soggetto che sì “esiste” ma d’altra parte è “meno vivo” o “malato”, e, nello specifico, un soggetto “malato” che cerca di resistere, volontariamente o meno, paranoicamente o “distrattamente”, alla “reinserzione”, dunque all’addomesticamento. Il soggetto di Andrea Inglese, ancora una volta, è un soggetto che vive l’Unheimlich, l’indomestico. La resistenza all’addomesticamento si nota tutte le volte che Inglese parla di “guarigione”, una guarigione sociale che non può essere accettata: in una macrostoria malata, l’unico soggetto possibile è il soggetto “malato” e la “reinserzione”, anche causata dall’entità fittizia che talvolta sembra consolare, è impossibile. Il soggetto “indomestico” e “malato” di Andrea Inglese sembra ricordare l’Alex di Arancia Meccanica che conclude il film di Kubrick, in una scena orgiastica e paradisiaca, dicendo: “Ero guarito. Eccome!”.
L’io meno-vivo, dunque, non può che dire il mondo in modo malato e non più unitario e, per così dire, “classico”. Anche i testi delle Lettere, così, assumono forme “sghembe”, di disseminazione delle parole nella pagina, con continue proposizioni parentetiche, che, anche visivamente, danno l’idea del caos. Siamo lontani dalla compattezza grafica dei testi de La distrazione, di versi a tendenza endecasillabica che riempivano la pagina. La storia e il presente, dunque, non possono che essere “detti” in modo dispersivo: una dispersione che appartiene tanto al soggetto poetante, quanto all’impressione che il lettore ne ricava anche solo sfogliando il testo.
Dall’altra parte, in contrapposizione al movimento dispersivo delle lettere, come si diceva inizialmente, abbiamo la concentrazione massima, la “circonvoluzione” delle “Circostanze della frase”, seconda sezione della silloge. Il rapporto che Le circostanze intrattengono con le lettere è sì opposto, ma anche complementare: se infatti Le lettere rappresentavano la “paranoia” del soggetto che, in modo dispersivo, cerca di rimanere fuori dalla “reinserzione” e dalla “guarigione”, le Circostanze invece costituiscono l’estremo tentativo di dire il mondo: ma l’esserci, il dasein a questo punto non può che essere parlato esclusivamente attraverso la “lallazione”, facendo roteare le proposizioni su se stesse, senza riuscire a mettere a fuoco la storia, e dunque il presente che sfugge ma “ancora percorribile, per qualche attimo, prima dei nuovi, ultimi crolli.”

Luciano Mazziotta]

I

Cara Reinserzione culturale del disoccupato,

che io sia malato, o che sia mai stato malato, o che possa
sotto i tuoi occhi, o i miei stessi, indossando quello
che indosso,
(certe scarpe nere coi lacci)

ammalarmi.

lo reputo della più assoluta
improbabilità.

Eppure esisto,

in questa svagata salute, ancora una volta,
facendo fede ai miei polpacci,
ai due calcagni, alle unghie che crescono,
io esisto: come la polvere, gli unguenti, gli armadi
da fare a pezzi e bruciare, i coperchi di latta
da lanciare in aria.

È di questa esistenza che ti potrei parlare,
della sua vaghezza,
ma oggi non me la sento, non così

non con questa distanza
che nuovamente
senza sorriso metti tra te e te.

***

2

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

io ci terrei che il lavoro
quando riuscissi a trovarlo
(entrando all’improvviso con il foglio
di giornale ripiegato
magicamente sotto il braccio
e le parole dell’annuncio
tutte evidenziate, azzurre)

io vorrei che il lavoro stesso
trovasse me
e nella più agile e audace delle posizioni
di una prontezza spontanea
completamente sincera

io ci terrei che il lavoro
una volta trovato
trovasse intorno a me
quanto non può mancare
intorno al lavoro: una donna
– ad esempio – piuttosto giovane
con la quale io potessi spingermi a parlare

se io fossi in grado
di trovare una donna per parlare
per spingermi fin dove le parole
possano confonderci – lei e me –
oltre a tutto il lavoro

in modo che il lavoro
sia dalle parole interrotto
lavorando fino a smettere per poter
soltanto parlare
ben oltre tutto il lavoro possibile
e oltre il sonno il cibo i soldi
fino alle parole che io sarò in grado di dire
a lei soltanto – alla donna piuttosto giovane –
in questa scoperta del linguaggio

dopo il lavoro ci sarà un linguaggio
attraverso cui il lavoro stesso
non sarà più riconoscibile
e noi non saremo distrutti ma più belli

più confusi l’uno nell’altra
come gli ultimi parlanti

***

3

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

non è possibile proseguimento,

tu stessa

non lo sopporteresti, (ti immagino

vestita e seduta, o che ti siedi
e ti vesti: prima l’uno,
infilarti i vestiti, forse una gonna,
poi l’altro, finalmente,
senza esitare,
sederti,
– non da sola, certo,

no, purtroppo, non sola)

molte delle cose che avremmo potuto dirci,
molte di quelle cose,
al riparo dal tuo e dal mio dire,
durano.

(Per esempio, quelle
balaustre di ferro e il prefabbricato,
con sul tetto,

sul tetto,

la bandierina.)

***

12

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

che tu sia muta, e lo sia di circostanza,
come se fosse questo
un riguardo nei miei confronti, un modo
preoccupato, quasi apprensivo,
di accogliermi, di farmi tuo ospite,
con un piacevole senso di privilegio,
di compimento, non so, non credo,
è quanto dovrebbe risultare
da un’analisi benevola dei fatti,
ma non posso, in tutta sincerità,
abbandonarmi a questa benevolenza.

Che tu sia muta, è un fatto
il perché tu lo sia è il fatto
che tu vorresti sottintendere,
se così io lo capisco, se ti capisco bene, io,
nel tuo silenzio, ma sono
i tuoi mutismi
che io contesto,
il loro succedersi e organizzarsi
in sistema, una massa
progressivamente percepibile,
e che sfugge alla determinazione
dei tuoi sottintesi.

questi mutismi, malgrado il tuo silenzio,
fanno dottrina,
la fanno qui,
ogni volta,
di fronte a me.

Come se la mia voce da sola,
e le lettere che la sostengono, e portano
avanti nello spazio,
come se questo sforzo,
fosse vano, come se il segnale
non fosse mai partito,
nulla di fatto, di costruito, di sottratto.

Io nel mio pieno. Nell’irriconoscibile pieno.

Non mio, di nessuno, adesso.

***

13

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

è venuto il momento di partire,
se fossi partito

(non partirò, non stavolta)

se alla fine, avendolo previsto,
o semplicemente così,
perché lo sentivo, fossi
partito, e sarebbe stato
il momento giusto,

io ti avrei preparato, ti avrei detto,
delle frasi, ma preparate appunto,
non cose artificiali,
o troppo pensate, sì, sì,
evidentemente
le avrei pensate anche a lungo,
e permutandole, e permettendomi
degli effetti di stile, un’ironia
che avrei immaginato
ti sarebbe piaciuta
un’ironia, diciamo,
che piacesse

e il tutto alla fine come se le avessi dette
sul momento (e poche, quelle frasi)

ma non è così,

perché lo avrai notato, per altro,
quando si parte, non è mai
il momento giusto,

è prima, magari appena,
appena prima
o appena dopo
che si dovrebbe davvero partire

e non perché, preparandolo, il momento
della partenza
divenga così un momento sbagliato,
o ingiusto,

è sempre quando si resta,

che è il buon momento di partire.

****

© Andrea Inglese – selezione di testi estratti da Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato – Italic Pequod, 2013 (collana La punta della Lingua)

Alessandro Bertante – Estate crudele

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Alessandro Bertante – Estate Crudele –Rizzoli 2013 – euro 17,00 – ebook 11,99

 

L’estate del 2003 è stata una delle più calde degli ultimi anni. Per Milano fu un’estate soffocante, l’aria sembrava fosse stata trasportata da un’altra parte. Il respiro era diventato qualcosa che con il capoluogo lombardo non aveva più niente a che fare. Dentro quell’estate, in uno dei quartieri più popolari di Milano, quello a nord di Piazzale Loreto (Turro, Viale Monza, Via dei Transiti, Viale Padova, Via Crespi), Alessandro Bertante ha ambientato il suo nuovo, importante e decisivo, romanzo. Milano è una città  involuta, diventata ormai l’ombra di se stessa. La periferia non è altro che uno degli specchi di questo nulla. Bertante sceglie il caldo per raccontare il disagio, le rovine di un luogo e di un tempo. Il caldo è più funzionale della pioggia, perché il caldo fa sentire meglio la puzza. La puzza di fogna. Alessio Slaviero, il protagonista, ha studiato da antropologo, il suo spessore culturale è elevato. Slaviero spaccia droga. Consuma benzodiazepine e molto alcol. Vive qui, nelle vie dove tra casa e topaia non c’è alcuna differenza. Il quartiere una volta è stato luogo di botteghe, di artigiani, di piccole fabbriche. Zona di non trascurabile rilevanza storica. Fuori i nativi dentro i meridionali, via i meridionali dentro i sudamericani, gli arabi, gli africani, i cinesi. Nessuno è destinato a lasciare traccia, in queste stradine si consuma una disperata lotta di sopravvivenza. Ma è una sopravvivere tra morti. Il calore terribile si abbassa  denso e in quella densità cupa e putrida non c’è speranza, non c’è più alcuna ragione che giustifichi l’esistenza di qualcuno. Alessio si aggira stanco, disilluso, arrabbiato. Porta addosso un peso che è la propria vita. Si muove squallido tra personaggi squallidi. Lui lo squallore lo cerca, se lo infligge. Non scappa da nulla, è la rappresentazione dell’uomo che una volta affondato scava la sabbia per sparire ancora più giù. C’è qualcosa di vivo che torna però, uno sguardo al balcone di fronte, la debolezza di una carezza. “Il sangue, a vederlo da vicino, è sempre più scuro di quanto s’immagini.” Una frase chiave. Bertante guarda da vicino: gli uomini, il declino, sono osservati con la lente di ingrandimento. Raccontati mentre la loro fine accade. Estate Crudele è un bellissimo romanzo, di lucida potenza. La scrittura di Bertante è ricca, colta, mai banale, incisiva, brillante e devastante. Il romanzo si legge molto rapidamente ma costringe a ritornare su alcune pagine come se lasciasse addosso la voglia di cercare, il desiderio di capire di più. Alessandro Bertante ha più o meno l’età del protagonista (Slaviero è un quarantenne), chi sono questi uomini nati tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta? Quali sono gli accadimenti politici, sociali che ne hanno condizionato le esistenze e poi la scrittura. Cosa non è accaduto? Questo libro tira i fili di un inesorabile declino, quello di un tessuto urbano che fagocita tutto in un’unica voragine di indifferenza e solitudine. “Io sono solo, sconfitto, imprigionato e ingannato tutti i giorni di questa estate rovente. Non vuole finire. La finestra spalancata cerca l’aria ma nella stanza entra solo il frastuono della strada. Gente che grida coprendo il basso continuo dei tubi di scappamento, dei motorini eccitati, delle utilitarie bloccate nel traffico.” Cruel Summer è la canzone beffarda che accompagna le giornate di Alessio, ma anche in un’estate così terribile a un certo punto piove, il momento in cui la puzza diventa odore.

© Gianni Montieri

***
recensione uscita per la rivista QuiLibri (numero 18 – luglio/agosto 2013)

La domenica (certe case) e Silvina Ocampo

 

Era la casa della mia zia più anziana, dove mi portavano in visita tutti i sabati. Sopra l’atrio con il soffitto a lucernario c’era un’altra casa misteriosa, dove si vedeva vivere attraverso i vetri una famiglia dai piedi aureolati come santi. Lievi ombre salivano sul resto dei corpi proprietari di quei piedi, ombre appiattite come le mani viste attraverso l’acqua del bagno. C’erano due piedi piccoli e tre paia di piedi grandi, due con tacchi alti e sottili dai passi brevi. Viaggiavano bauli con rumore di temporale, ma la famiglia non viaggiava mai e continuava a star seduta nella stessa stanza spoglia, dispiegando giornali al suoni di musiche che sgorgavano incessanti da una pianola che si impuntava sempre sulla stessa nota.

Desideravo spesso scendere dalla nave e inoltrarmi in quella misteriosa distesa dove non c’erano erba medica, né grano, né girasoli, né lino, né fango, né terra arata, né creta, né alberi, né uccelli, né bovini, né greggi, ma solo acqua azzurra, acqua verde, acqua nera e spumosa.

***

Silvina Ocampo – Un’innocente crudeltà – La nuova frontiera – traduzione di Francesca Lazzarato

Davide Zizza: frammenti (inediti)

Capocolonna1

vista dal promontorio di Capocolonna (foto dell’autore)

1.

Sembra un concerto questo giorno
di luglio; sazio di sole e di rumori naturali,
mi avvicino e mi affaccio
ad un silenzio, provo a cercarmi
nei meandri di una parola o di uno sguardo –
e tu sei qui, mnemosine delle ore
in solitudine: le ore rallentano,
tutto sembra rivelare qualcosa.

2.

Il poema del giorno conclude il suo verso
avanzando un’ipotesi,
una verità, una lucertola assolata
al muro, un odore di stoppie,
un rossore di cielo prima
della sera. Memore delle mie
incertezze, mi riduco
a semplice bagnante
nelle increspature del mare.

3.

Un giorno è una prosa,
un mese un capitolo.
Un anno diventa un volume
di pagine in cui trovare un odore
che riveli il segreto
dell’acqua in cui traluce il greto.

4.

da questo eremo
scrivo i sinonimi del silenzio;
vivo fra deserto e mare,
fra arsura e acqua:
con un vocabolario minimo sulle labbra
il sospiro dell’estate
mi ferisce;
e rimango isolato –
non villa o giardino,
solo un cortile
in cui ogni parola guadagna
il suo ordine,
come anni fa quando sentendo
i sonagli del sole
cercavo l’uso delle parole corrette

5.

Il mio sguardo va sui cortili,
sui posti meno curati o su quelli dove
l’interesse per il fiore o la cancellata da giardino
è osservazione per pochi.
Là trova il pensiero la sua forma,
il simbolo di una vita normale, anche noiosa,
con andamento in prosa in cerca di poesia.

6.

Estate sul balcone:
come ai vecchi tempi, c’è sempre qualcuno
in canottiera, con un giornale come
ventaglio, che inizia – due sorsi di caffè –
un cruciverba.

© Davide Zizza