Giorno: 28 luglio 2013

La Domenica (quando se li porta via) e Ugo Riccarelli

berlino 2011 - foto gm

Fate bene attenzione a quello che ora vi racconto. Così il signor Hrabal avrebbe cominciato una delle sue storie e allora voglio anch’io usare le stesse parole per raccontare la mia e voi ascoltatemi attentamente perché non sarà semplice capire tutto quanto. Inoltre non mi sembrate molto intelligenti, con quell’andare avanti e indietro, il capino grigio e lo sguardo fisso. Sembrate più interessati alle briciole di pane che alle chiacchiere di un uomo seduto sul davanzale di questo schifoso ospedale, ma non posso pretendere altro pubblico, perché quando si arriva alla fine di una storia quello che è stato è stato: il destino o la nostra stupidità o l’orgoglio, fa lo stesso. Insomma: è quello che abbiamo mangiato, digerito e sputato, solo questo fa la vita degli uomini. Il resto conta poco.

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Ugo Riccarelli – Stramonio (Piemme 2000 e Einaudi 2009)

Corrado Benigni – Tribunale della mente

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Corrado Benigni – Tribunale della mente – Interlinea 2012

«Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale.» Corrado Benigni pone in esergo a una delle poesie di Tribunale della mente, (a pag. 61), questa citazione, tratta dal capolavoro di Salvatore Satta Il giorno del giudizio (Adelphi 1979 e successive edizioni); a questa aggiungiamo un’altra citazione tratta dallo stesso libro «aveva trovato nella legge quella certezza che gli sfuggiva nella vita, e si sentiva naturalmente portato a scambiare la vita con la legge.» e proviamo a fare un ragionamento. Questo libro bello e tenace è composto da quattro elementi fondativi: Cervello, cuore, giustizia e testimonianza, tenuti insieme da un filo che è il metro ovvero la metrica. Benigni è poeta e avvocato, in apparenza sono queste le peculiarità che assemblate hanno portato alla scrittura di questi testi, ma c’è qualcosa prima. Prima c’è un senso di giustizia altissimo, c’è la prudenza del ragionamento, c’è, con ogni probabilità, un cuore che accelera e che sa scuotersi. Vengono, poi, il poeta e l’avvocato, entrambi sanno stare un gradino sotto la sommarietà, entrambi conoscono la sottile linea, il varco stretto che separa una condanna da un’assoluzione, un innocente da un colpevole. Il passo corto tra la virtù e la colpa, che mutano a seconda dei periodi storici. Le quattro sezioni sono estremamente dense, i versi rappresentano la battaglia tra la sapienza antica del cuore e la sapienza altra, quella delle regole e delle norme che appartiene al cervello. Le poesie di Benigni sono belle e sostenute da un rigore metrico mai fine a se stesso, ma naturale, usato da chi ha appreso la lezione del Novecento senza averne timore, da chi guarda a un Fortini, a  un Giudici, con un rispetto dal quale non fuggire. Il poeta usa un linguaggio tecnico e ne fa poesia. È il nostro tempo che viene raccontato con la precisione del dire e l’accortezza del levare. Il non detto, il giudizio sospeso, sono alcune delle chiavi di lettura di questo percorso. Gli imputati, i colpevoli, gli innocenti, i condannati per sbaglio, gli scampati alla Legge, i giudici, i testimoni, le prove e la loro mancanza, stanno lì sul palcoscenico e il teatro è la vita stessa. La posta in gioco che Benigni stabilisce è quella dell’onestà e, un gradino più sopra, il premio della pietà, della carveriana compassione. Tribunale della mente è una passeggiata bellissima ma in salita, si procede lentamente, si fanno delle soste, si arriva in cima e come panorama troviamo una domanda: Qual è il reato?

© Gianni Montieri

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Alcuni testi estratti dal libro

Siamo davvero la misura di una colpa
o la memoria di un silenzio che ci contiene?
Quale crimine consumiamo senza commetterlo?
Da quale morsa verrà l’assoluzione? Guarda
le parole diventare cenere, qualcosa, forse,
si ricompone tra chi resta  e chi muore,
tra l’innocente e il supplizio – una voce rappresa.
Giudica tu ora chi parla.

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Non c’è parola al di sopra
di ogni sospetto, non c’è impronta,
prigionieri di una legalità senza respiro.
Accelerate i passi,
c’è un termine ultimo da tenere in vita
cui rimettere questo caso.
Tutto è persuasione o preludio,
ma quel che si vede è difficile
da provare.

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LA DIFESA

Separa l’acqua dalla sabbia
distingui la colpa dal dolo,
non perdere di vista nulla
di queste parole irredente,
sussumi l’errore della verità.
Cosa spinge l’uomo al crimine?
Un desiderio di giustizia? Forse
c’è una difesa già scritta dentro un precedente,
come l’anello di un’unica catena
o la luce di ritorno delle stelle. Seguila,
da solo, nell’imminenza, fino all’ultima parola,
dove i fatti non hanno contorni esatti
e false piste disegnano la verità.
C’è una giustizia da tradurre
tra gli indizi e la ragione,
un destino non scritto.

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Siamo comunque l’attesa di un giudizio
che torni a riscrivere tutto
con poche parole esatte.
Intanto qui madri hanno mani insanguinate
e i ragazzi affondano coltelli.
La pioggia non è più pioggia ma domanda e sete,
sentenze grondano grida e non ricuciono niente
del silenzio che scava
senza indulto questo tempo.

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Trova tu la formula assolutoria
ma non ci sarà salvezza,
la giustizia non ha nome,
questo nome è la tua colpa.

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La morte ci sorveglia
nel suo cerchio di misura e legge.
Quale mano dà l’ordine?
È giusta la voce che sentenzia il nulla?
Tutti stiamo tra il sangue e la parola.

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Ognuno custodisce un male
sceglie un nome alle cose
e patteggia inconsapevole la sua pena,
perché
perché come una voce inquirente
la memoria ci insegue.