Giorno: 25 luglio 2013

Nel bianco totale. “Malaspina” di Maurizio Cucchi

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Titolo: Malaspina

Autore: Maurizio Cucchi

Editore: Mondadori, 2013

Malaspina, il nuovo libro di Maurizio Cucchi, è il nuovo tassello che si aggiunge all’opera ormai pluridecennale dell’autore; è un progredire nell’ignoto, nel soggetto stesso, ricercato costantemente attraverso maschere e figure fittizie, personaggi alterati da spazi e ricordi.
Negli ultimi dieci anni Maurizio Cucchi ha spaziato fra poesia e prosa con libri singoli, che nella loro completezza intrinseca, riportano tutti ad un’opera più ampia, di grande respiro.
Cardine e punto centrale nell’opera di Cucchi è l’alienazione del soggetto, fin dai tempi de Il Disperso dove il tema, la base della narrazione era proprio la dispersione del soggetto poetante stesso, e l’impossibilità ormai di proporre una memoria reale, pulita, vera, e l’espressone di un io instabile che non sapeva più relazionarsi al mondo in maniera reale e oggettiva.
Ora Malaspina riparte da una scrittura riassorbita, in un’atmosfera di ricordi, di memoria remota da dover continuamente svelare e slacciare: una memoria che cancella e ricrea.

Il primo capitolo Berretto a sonagli introduce tematiche e umori, la prospettiva di un mondo che assorbe costantemente materia: “Ho imparato a esprimere gli umori-/ anche gli umori forti- senza camuffarli./ Senza infingimenti./ Mi godo brevi soste felici/ di sospensione e improvvisa/ adesione. Mi oriento/ verso un mondo più affabile/ e poroso”. Qui il poeta esplora le zone ignote, del non detto, la parte invisibile del mondo: “Mi muovo verso strati/ sempre più occulti, come/ un archeologo, o un operaio/ che manovra, nell’ignoranza/ senza fine delle tenebre,/ verso residui fossili, e rivoli/ nascosti, mentre trabocca/ la sua realtà geografica/ di intrecci collettivi, emblemi/ o approssimazioni di altri/ molteplici intrecci sconosciuti”. In maniera fagocitante la memoria ripercorre, consuma ogni cosa in maniera totale, non lascia spazi a fantasie o ricordi, a dati perfetti e ordinati, la memoria resta un luogo oscuro, marcio, che cade a pezzi: “La mia memoria, infatti, è una cantina/ e nell’umido dei suoi muri marci,/ sgretolati, sento l’impronta strana,/ invisibile dei defunti, delle loro mani,/ come nei sordidi recessi nascosti/ albergano funghi, mucillaggini e insetti,/ topi che guizzano e acute muffe”.

In Malaspina, si trovano delle brevi prose – una per capitolo – che rendono la discorsività della narrazione ancora più ferma e decisa, muovendo il lettore verso sconosciuti territori di intrecci fra ricordi e desideri di avventura, di altro da sé. Ogni cosa rimane oltre, in un presente che si scioglie giornalmente nella quotidianità, che vorrebbe cancellare in autonomia ogni traccia, ogni verità dal percorso di ognuno, ma resta la storia, puro elemento di noi: “Eppure, oltre la pelle del presente (come se fosse totale, presente totale che cancella il suo cammino), oltre questa pellicola di superficie, smorta o ingannevolmente illustre, che di regola appare o viene esposta, quasi mai ci inoltriamo perdendo consistenza, verità, normale storia che ci ha portato qui.”

Nel cortile delle giovani mamme è il paragrafo più “familiare”, legato a ricordi dell’infanzia, a luoghi, oggetti simbolo. In maniera maniacale i particolari di ogni scena si infittiscono, ne escono ingranditi o rimpiccioliti, sciolti, depositati in una terra che rimuove e rilascia tutto: “La macchina raspa indifferente,/ scava a terra la benna in una nube/ di polvere nera. Raspa mossa/ da qualcosa che non so, guidata/ va sotto e sommuove la terra,/ i suoi strati, i depositi, gli insetti/ enormi del sudore notturno”.
Il luogo stesso del ricordo propone una dimensione deformata, ma intatta nella sua perfezione e violenza, nel suo ibernato tratteggio: “Ma che cos’è Malaspina? Una voce,/ una strana parola, il laghetto/ che passava fresco nella stanza buia,/ per il ristoro verde di una gita aerea./ Lo rivedo adesso nel gelo, nel bianco/ totale, in un estremo paesaggio ghiacciato,/ siberiano, alla fantasia, che si compiace/ di un’escursione che il tempo ha già ibernato”. L’emozione e il ricordo, vengono popolati da personaggi conosciuti, da voci, luoghi. Gli odori si fanno ancora più forti, gli oggetti e la materia attraggono l’autore stesso in un mondo ormai scomparso, remoto, un mondo della mente che perlustra gli spazi e le ombre come può in un comune ricordo, in una continua relazione con il passato, che è l’altra faccia del presente, il suo rimando continuo, la sua sintesi più vera: “L’odore di acido fenico/ mi stordiva, mi respingeva./ Aveva un gran bel nome, lei: Anita/ Bellingieri e si vantava/ dei suoi forse fittizi quarti/ nobiliari. I suoi cassetti/ traboccavano di dannunziani/ fazzolettini in seta, bigiotteria,/ borsette e caramelle. La vedevo stupito/ e a disagio, quasi un ranocchio/ nel finale, nel letto alla Baggina,/ incartapecorita e tutta grinze”.

Paragrafo centrale di Malaspina è Macchine movimento terra: qui Maurizio Cucchi smuove del tutto la materia, la memoria inesplorata, e lo sguardo si posa sul lavoro delle macchine, sulla terra percepita come fonte di sapere ed esperienza, dove vivono ancora residui di masse e sostanze da interrogare fra cumuli e macerie. Il tempo non rimane che l’unica illusione, la svolta non può essere che la fine del soggetto, il suo inespresso destino: “Nel tempo che invece non esiste/ che è un’illusione o solo svolgersi/ ordinario di un sé fino a maturazione/ e fine, sbando definitivo e arresto/ per lo spin del misero soggetto/ nel paradosso semplice del mondo,/ giacciono strati, subsidenze, depositi/ di inesplorata materia remotissima”.
Solo il nostro oggi, il nostro presente ci contiene. Non esiste né passato né futuro. I pensieri si traducono in fitti frammenti, intatti, richiamano la luce, una sospensione: “Perciò io adoro il presente/ perché solo il presente contiene/ tutto quello che è stato/ ma il presente sospeso, la luce,/ questo blocco di terra pressato”.
Il mascheramento del soggetto, la stabilità dell’autore, vengono trasportati in un immaginario letterario d’invenzione. È schermo, una cornice di belle promesse, di speranze inascoltate, fra avventurieri ed esploratori; lo stesso professor Lidenbrock di Jules Verne, che apre spiragli, come figura e fantasia, sul mondo dell’infanzia, non luogo per eccellenza della poesia di Maurizio Cucchi. L’illusione riproposta è di essere altro, di muoversi in maniera circoscritta e precisa verso territori dalla doppia realtà, riposti con estrema cura nelle fantasie, nei cassetti pieni di rimandi e relazioni dell’autore. “Lezioni d’abisso….Anch’io/ me ne intendevo, quel poco, e sarei sceso/ con l’altero, irascibile professor/ Lidenbrock giù fino al profondo/ esplorato dall’islandese, Arno/ Saknussemm, tra crosta e mantello/ viscoso, penetrando nelle caverne/ interne, negli oceani, nelle vaste/ foreste di alte muffe a ombrello,/ dove alberga, chissà, il fenotipo/ indefinibile e cieco, trasparente/ e strisciante, lo speleotipo onirico,/ fino ben oltre fino alla discontinuità/ di Gutenberg, naturalmente, e poi/ respinto fuori dal cratere a Stromboli/ o forse proprio fino all’Etna”.

Il penultimo paragrafo Abbandoni prova come l’azione fisica rappresenti l’unico strumento di conoscenza e contatto con il mondo, come l’immagine determini l’avvio del pensiero e tenda in maniera fissa e simmetrica all’abbandono, alla perdita. La natura umana è schiava di questo, è desiderosa di questo, di sequenze infinite, di conquiste misurate, attese: “ Un cappello chiaro, un panama/ elegante appeso su una giacca/ stropicciata di lino beige/ è il primo avvio, l’immagine/ primaria di un felice abbandono./ Felice?/ Segue, poi, nel giardino dei gatti,/ la sedia a dondolo di vimini/ consunta, scolorita, sbucciata,/ in mezzo all’erba e alle lumache./ Sedile solitario e appoggio/ rapido per merli e tortore./ E’ bene che ogni cosa venga a noi/ nella pienezza fisica della sua natura/ come lenta conquista frugale./ Come conquista frugale.”

Ultimo capitolo di Malaspina è Console o capitano, dove l’autore riesce nella difficile sovrapposizione di vari strati di pensiero, di personaggi unici e irripetibili, come il console di Sotto il vulcano, capolavoro assoluto di Malcolm Lowry , o il capitano, personaggio di pura invenzione, amico di Gadda e di Guido Keller. L’identità stessa vacilla e non rimane altro da fare che sconfinare in aree sempre più sconosciute, realtà umana di pose e uniformi: “Eppure lui, il capitano, uscendo/ dalla terra rovistata a fondo/ negli strati, lo ritrovo in mia vece,/ gli occhi sbarrati, spiritati, mi ritrovo/ in quella foto, appunto, del già militare,/ folle, come dicono concordi./ Militare, per sempre militare. Lontani/ i tempi del suo compagno austero/ e goffo, adorabile, altissimo,/ e come lui infelice, e burocratico,/ nel suo fiero decoro. Ed è così/ che sono scivolato in lui”.
La piena coscienza del pensiero è rifuggire da un io autoriale, ingombrante, assurdamente biografico e fermo, mentre la relazione al mondo chiede una saggezza di pensiero, una capacità continua di metamorfosi e osmosi.
Cucchi riesce in questo, sporcando la sostanza stessa della poesia, dell’unica condizione umana: vivere in estrema corporalità e materia in piena apertura alla vita.
L’ultima scena devia nel finale visionario e catastrofico di Sotto il vulcano: “Ormai precipitava nel vulcano/ della sua terra e aveva nelle orecchie/ quel rumore di lava che trabocca/ orribile in eruzione, o forse/ era il mondo stesso in esplosione/ definitiva. E lui cadeva, dentro/ una foresta, cadeva….Urlò,/ a un tratto, come se gli alberi/ si avvicinassero a stringerlo,/ chinati su di lui, pietosi./ E a questo punto qualcuno,/ con un’enorme risata oscena,/ gli tirò dietro, giù in fondo al burrone,/ un cane morto”.

Malaspina è un libro in cui calarsi nell’esperienza del pensiero permeabile, completo. Una risposta già esaustiva, una totalità del pensiero, una poesia totale.