in-side stories #7 – Le voci

berlino 2011 - gm

in-side stories #7 – Le voci

Aveva detto che sentiva le voci nella testa. E che dicevano le voci nella testa, le avevano chiesto. Aveva detto loro che le voci nella testa dicevano che aveva i diavoli nel sangue e che per mandarli via doveva tirarsi il sangue con le siringhe. Così l’aveva trovata Luigi, suo marito, per tre volte, che si tirava il sangue con una siringa da prelievo. Così l’avevano trovata i figli: due volte Antonio, il maggiore, di tredici anni e una volta Michele, il secondo, di sette anni. Antonio si spaventò, Michele pensò che sua madre giocasse. Perché Lucia così gli disse, che era per scherzo, era per gioco. Lucia e Luigi andarono da specialisti, psicologi e neurologi. Lucia ripeteva questa cosa delle voci nella testa. Ripeteva dei diavoli che si erano impossessati delle sue vene. «Se le sono pigliate dottò, se le sono pigliate». Diceva ai medici. I medici ascoltavano, stabilivano ricoveri, terapie. Consigliavano pastiglie. Antidepressivi e colloqui, colloqui frequenti. Le dicevano che le voci così come erano venute se ne sarebbero andate. Certe altre volte le dicevano che le voci non c’erano. Lucia si arrabbiava, i medici non la capivano, diceva che voleva andare a confessarsi, voleva andare da Padre Eugenio che la conosceva da piccola, lui avrebbe capito. Ma Padre Eugenio non capiva, le rispondeva come i medici, le diceva di seguire le cure, le diceva di pensare a suo marito e ai figli. Le diceva di pregare. E Lucia pregava, come le avevano insegnato da piccola, pregava mattina e sera. Pregava tutto il giorno ma le voci erano sempre lì nella testa. Luigi la sera la teneva tra le braccia e le diceva che le voci se ne sarebbero andate, lei rispondeva che lo sapeva che se ne sarebbero andate ma stavano sempre lì, ogni mattina si svegliava e le ritrovava, poi lo baciava. Non voleva più fare l’amore perché le voci sarebbero passate anche a lui e allora ai bambini chi avrebbe pensato. Quando Luigi la trovò in bagno di nuovo con la siringa nel braccio, decisero di accettare il consiglio del neurologo e Lucia venne ricoverata. Luigi e i figli potevano andare a trovarla solo di domenica. La trovavano bene, sorridente. Lucia diceva che le cure la facevano sentire meglio, che le voci ogni tanto le sentiva ancora, ma come ovattate, una specie di rumore di sottofondo. Abbracciava forte Antonio e Michele quando le chiedevano quando sarebbe tornata a casa, e rispondeva che sarebbe tornata molto presto. Quando loro andavano via, Lucia si metteva a piangere e pregava che le voci se ne andassero davvero, pregava di avere il silenzio dentro la testa. Una domenica di marzo fu una domenica bellissima, Lucia sarebbe stata dimessa il mercoledì, erano contenti. Il dottore aveva detto che c’erano stati grandi miglioramenti e che la cura con gli antidepressivi poteva proseguire a casa. Disse a Luigi di stare tranquillo, che ne erano quasi fuori. Lucia tornò a casa, ripeteva di sentirsi meglio, era sorridente, la mattina preparava la colazione, accompagnava Michele a scuola. Aveva detto a Luigi che avrebbe provato a ritornare a lavoro, mancava in ufficio da un anno, era davvero troppo. A poco a poco la vita sembrò ritornare normale, Lucia e Luigi avevano ricominciato a fare l’amore, anche se non così spesso come Luigi avrebbe voluto. Lucia gli sembrava di nuovo bellissima. Ogni tanto Lucia si chiudeva a chiave in camera e a Luigi prendeva il panico, ma poi lei usciva tutta sorridente e gli diceva che era il suo modo di cercare la tranquillità, di raccogliere i pensieri. Andarono al mare per due settimane in luglio. Ai ragazzi parve una vacanza bellissima, Lucia prendeva in giro Antonio perché guardava le ragazzine e poi arrossiva. Lucia si impiccò in bagno una sera dell’ottobre successivo. La trovarono così quando tornarono a casa. Luigi era passato a prendere i ragazzi in piscina, era giovedì, quella sera era la serata pizza. Nessuno urlò, nessuno riuscì nemmeno a piangere. Antonio raccolse un biglietto appoggiato sul lavandino e lo passò al padre.

© Gianni Montieri

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TUTTO FA UN PO’ MALE – AFTERHOURS (Album Non è per sempre 1999)

Sai che la fortuna
è una religione
tu ci credi oppure no?
lo capiremo prima o poi
che non c’è modo di rinascere
senza peccare
ma tu hai voglia di rinascere
o è solo che non sai come finire?

beh, forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male . . .

quello che sognavi ti fa ridere
da quando sai che non lo puoi più avere
ma l’odio è un carburante nobile
e hai scoperto che non è così male
tradirsi con rispetto
perchè vivere è reale
ma vivere così
non somiglia a morire?

e forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male .

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10 comments

  1. Ci sono gesti in questa storia che la rendono indimenticabile. Non sono gesti ad effetto, sono gesti che attraversano tutte le distanze imperscrutabili e i confini sottilissimi tra speranza e disperazione. Qualcuno potrebbe definirli piccoli al cospetto della tragedia, durissima. “Pietas” è ciò che leggo in quei gesti.

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  2. Un brano pregno di decoro, quello che spesso dimentichiamo e che scoprirlo passo, passo ancora in altri cuori (e menti) fa bene e restituisce fiducia nell’umano intento.
    Grazie, Gianni.
    c.

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  3. certe canzoni, lette nero su bianco, separate dalla musica, esternano nude tutta la loro banalità. l’in-side nella banalità imbarazza, fa quasi tenerezza.
    cose prevedibili, orecchiabili, come il refrain degli after

    e forse fa un po’ male
    forse fa un po’ male
    ma tutto fa un po’ male
    tutto fa
    tutto fa un po’ male .

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  4. e’ il mistero del vivere. del senso che s’insegue. le voci non sono che questo.
    grazie per aver messo a fuoco l’assenza. per questo non c’è cura. semmai, solo vicinanza, vicinanza.

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