Giorno: 17 luglio 2013

Anna Toscano – my camera journal 5

2013-07-25-12-49-53

Mi lascio alle spalle Buenos Aires che dorme ancora avvolta in un buio che inizia a vacillare. E vado verso l’altra riva, da dove sta affiorando il sole, verso Montevideo. Guardo i passeggeri che si abbandonano al sonno ben chiusi nelle loro giacche, i piedi sulle valige, i più fortunati stesi su due sedili. Solo il motore e le tazzine del bar fanno da sottofondo. All’apparire delle prime sagome lontane della città inizia un brusio intenso ma sommesso, quasi ovattato, accompagnato da un rumore di stoviglie. Molti dormono ancora, alcuni guardano attraverso l’oblò, nessuno parla. Da dove viene il brusio, forse dalla prima classe al piano superiore? Subito interi pezzi di frasi diventano chiarissimi “Lei è parente di Edmundo Budiño?” “Mi dica, Ocampo, in tutta sincerità, le sembro timida?” “Augustín, ci vedono”. Sono loro sì, fermi nella mia mente da quando li lessi, i quindici uruguaiani attorno a un tavolo del Tequila Restaurant di Broadway. Aspetto di scendere e incontrare la loro “ filosofia da tango. Le femmine, la mamma, il mate, il calcio, l’alcol, il vecchio Barrio Sur, e molta melensaggine”.

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© testo e foto di Anna Toscano

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in-side stories #6 – Limba

biennale arte 2011 - foto gm

in-side stories #6  – -Limba

(ad Andrea Parodi, in memoria, e a Bruno Lai)

C’era questa cosa della Sardegna e dei sardi. C’era questa cosa di cui aveva sentito parlare, qualcuno glielo aveva raccontato. Questa cosa ricordava da molto vicino un luogo comune, eppure sembrava non esserlo. Questa cosa diceva, più o meno, che i sardi (specie quelli delle zone interne) sono riservati, silenziosi, solitari. Diceva che i sardi ci mettono molto a concederti fiducia e quindi la loro amicizia, ma che quando questo accade poi è per sempre. Sapeva questa cosa della Sardegna e, poi, che fosse una terra di rara e selvaggia bellezza. Quando gli proposero il trasferimento a Orosei, in provincia di Nuoro, per coordinare l’apertura di una nuova filiale della banca per cui lavorava, sapeva quelle due cose della Sardegna e che aveva una gran voglia di andar via da Roma. Gli sembrò sufficiente e (ci mise ventiquattr’ore a rispondere) accettò. Le informazioni minime che riuscì a reperire gli dicevano che Orosei era a un paio di chilometri dal mare. e che le spiagge presenti nel suo territorio erano bellissime. Il conforto del mare gli sembrò la cosa decisiva da conoscere sul territorio. Due mesi dopo partì. Passarono i primi sei, forse sette, mesi in cui i suoi rapporti con altre persone si limitarono soprattutto a quelli lavorativi o di sopravvivenza: la spesa, l’acquisto dei giornali, la colazione al bar. Il tempo libero lo trascorreva a leggere, o a fare lunghe passeggiate sulla spiaggia, era inverno, e gli andava bene così. C’era un uomo della sua stessa età con il quale si incrociava ogni tanto al bar, si salutavano e basta. Aveva notato che l’uomo portava sempre un libro con sé, leggeva seduto a un tavolino del bar. Alcuni li aveva letti anche lui, ma fu un libro che lo convinse a rivolgergli la parola e a fargli pensare che potessero diventare amici. L’uomo stava leggendo Bambini nel tempo di Ian Mc Ewan, un libro doloroso, che aveva molto amato. Si avvicinò, gli parlò del libro, l’uomo, Pietro si chiamava, gli rispose, scambiarono qualche parola e si salutarono. La loro amicizia cominciò così, chiacchiere da un paio di minuti, soprattutto sui libri, sulle letture del momento di entrambi. Decise di andarci cauto, ricordava della cosa che sapeva sui sardi. Intanto aveva aggiunto i Tazenda ai suoi ascolti musicali, trovava che il sardo fosse una lingua molto musicale e che la loro musica non fosse affatto banale. Il cantante, poi, aveva una voce meravigliosa. Chiese a Pietro se avesse voglia di aiutarlo con la traduzione dei testi.  Pietro sorrise, un sorriso sincero, aperto e disse: <<Il sardo non si traduce ma se vuoi posso aiutarti a comprenderlo. Ricorda, però, che per comprenderlo devi imparare ad amarlo.>> Presero a vedersi di sera a casa dell’uno o dell’altro. Pietro era molto organizzato, aveva libri in lingua logodurese, poesie in lingua. Soprattutto aveva le proprie origini e storie da raccontare. Presero a confidarsi, erano due solitudini di origine diversa, quella di Pietro era quasi naturale, la sua, invece, era indotta. La scelta della Sardegna era semplicemente l’unica possibilità di sopravvivere che gli era rimasta. Facevano qualche passeggiata in spiaggia anche se Pietro non amava il mare e giravano spesso in paese e in qualcuno di quelli più piccoli della zona. Pietro diceva che per imparare la lingua di quella terra, avrebbe dovuto imparare la gente, avrebbe dovuto ascoltare le loro storie. Pietro gli domandava di Roma, la capitale del continente, la chiamava così, diceva che un giorno avrebbe voluto andarci, per via della bellezza, e poi a Milano che lì suonavano il jazz. Lui, invece, cominciava a sentirsi a casa in quei luoghi del silenzio, in quella vitalità aspra e respingente. Una sera a cena, il giorno dopo essere stati al Carassecare , ancora euforici per aver visto le maschere, gli antichi riti della Barbagia, Pietro disse che entro pochi giorni sarebbe partito per Londra, aveva un fratello che viveva lì da molti anni e che aveva problemi di salute, si sarebbe fermato da lui per un po’. La notizia fu pesante da digerire ma fece finta di niente, continuò a mangiare e a bere vino come se niente fosse., facendo brindisi e augurando a Pietro qualunque cosa. Mentre facevano due passi verso casa, e si promettevano di scriversi, Pietro mise la mano nella tasca del giaccone e tirò fuori un libro, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. <<Per quando sarò via.>> E aggiunse mentre glielo porgeva: <<Qui dentro c’è tutta la Sardegna che ti serve, ma non solo. Qui dentro c’è tutto.>> Pietro partì due giorni dopo, non si rividero mai più. Si scrivevano, Pietro aveva deciso di restare a Londra: si era innamorato di una donna tedesca che stava lì. Si promettevano visite che poi all’ultimo momento nessuno dei due portava a compimento. Dopo un po’ non si scrissero più, perché così vanno le cose. Ma non si dimenticarono mai l’uno dell’altro, proprio come fanno i sardi. Non si mosse più dalla Sardegna, aveva imparato l’alba sulla Marina di Orosei, aveva imparato la gente.

Nota al testo: Limba in logodurese significa: lingua

© Gianni Montieri

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Tazenda – Carassecare (album Tazenda 1988 – di P. Marras e L. Marielli)

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Deus, ses in s’aera?
Deus fattu a bisera
Cras a mandzanu bo’ lasso sa vida e micch’ando
Cras a mandzanu su mundu affanculu che mando

Deus, bessi dae domo
Fachemi morrere como
Chi morza biende
Sos anzoneddos brinchende

Balla chi commo benit carrasecare
A nos iscutulare sa vida
Tando tue podes fintzas irmenticare
Tottu s’affannu mannu ‘e sa chida
E su coro no, no s’ispantada
E sa morte no, no chi no b’intrada
E sa notte fraga’ ‘e bentu de beranu
Ses cuntentu?

Deus, a mala ‘odza
Soe solu che foza
Chito su entu a mandzanu at a benner cantende
Amus a facher muttetos in paris riende
Deus bessi dae domo
Fachemi morrere como
Chi morza biende
Sos anzoneddos brinchende
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TRADUZIONE IN ITALIANO

—— Carnevale ——

Dio, sei nell’aria?
Dio reso ridicolo
Domani mattina vi lascio la vita e me ne vado
Domani mattina mando il mondo affanculo

Dio, esci di casa
Fammi morire adesso
Che muoia guardando
Gli agnellini saltare

Balla che adesso viene il carnevale
A scuoterci la vita
Allora potrai anche dimenticare
Le grandi preoccupazioni della settimana
E il cuore no, non si stupisce
E la morte no, non c’entra
E la notte sarà invasa dal vento della primavera
Sei contento?

Dio, per forza
Sono solo come una foglia
Di mattina presto verrà il vento cantando
Canteremo insieme ridendo
Dio esci di casa
Fammi morire adesso
Che muoia vedendo
Gli agnellini saltare

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