Giorno: 13 luglio 2013

Anna Toscano – my camera journal 4

2013-07-25-00-16-58

Quando mi hanno detto che mi avrebbero portata qui ne ero felice. L’eternità in un luogo così bello, calmo, silenzioso. La Basílica Nuestra Señora Del Pilar lì in fondo la vedevo bene: lì mi sono sposata, lì ho battezzato il figlio che ora tengo tra braccia, lì i miei e i suoi funerali. Allora c’era così poca gente qui. Tra nove anni questo luogo compirà due secoli, è sovraffollato, non ci sta più nessuno, molte cappelle sono abbandonate con casse a vista sui vivi ed erbacce che crescono fin sui tetti. Non sono i turisti con il loro vociare che mi danno noia, coi loro cellulari che suonano, con le loro risate piene di vita, con i loro flash in pieno giorno, anche se da quando hanno portato qui Evita sono sempre più numerosi. Una volta c’era la pace del calar della sera. Poi, poi hanno costruito qui attorno, ovunque, vicinissimi condomini alberghi ci sovrastano. E quando chiudono i cancelli è lì che le luci si accendono piano per piano stanza dopo stanza ed ecco le figure alle finestre, le loro voci, la musica, gli odori che escono dalle cucine, a  rendere tutta quella vita insopportabile a noi che siamo così eterni.

***
Testo e foto di Anna Toscano

***

il link per leggere il my camera journal 3

Marianna Garofalo – Polvere

biennale arte 2011 - foto gm

Marianna Garofalo

Polvere

 

 

 

Credo che con il tempo capirai. Magari all’inizio ti piomberà addosso come un enorme macigno, di quelli che si vedono nelle pubblicità televisive, quelli che schiacciano la macchina parcheggiata sul marciapiede. Con il tempo capirai. L’enorme macigno comincerà a disgregarsi in tante parti sempre più piccole e che invece di ferirti come faceva quando era un enorme macigno tutto intero ti colpirà in più punti e sembrerà farti meno male. Poi le parti si assottiglieranno ancora e diventeranno particelle infinitesimali che somiglieranno a sabbia o a polvere e a quel punto ti daranno solo fastidio. Le brutte notizie sono così. All’inizio sono un enorme macigno. Con il tempo diventano polvere o sabbia che ti dà fastidio solo se te ne ricordi perché ormai ti sei abituato ad avercela negli occhi e per tutto il corpo. Diventano parte di te, come la polvere. E tu ti abitui. Ci si abitua a tutto, me lo ripetevi sempre. Anche alle brutte notizie. Anche all’apparecchio per i denti.

Speriamo. Speriamo vada così, perché non so proprio come dirtelo. Potrei dirti che l’ho fatto per una serie di motivi ma nessuno di questi motivi arriverebbe a giustificarmi. Allora non ti do nessuna motivazione, nessuna spiegazione, perché credo che tu lo preferisca.

Hai visto quanti congiuntivi ho usato? Ti piaceva tanto sentirli, mi dicevi sempre che la gente pensa che l’italiano abbia solo due tempi, il presente e l’imperfetto. Io allora prendevo il sussidiario e mi mettevo a studiare i verbi, per non deluderti. Però c’erano tanti tempi e tanti modi, c’erano i verbi irregolari e quelli riflessivi, era così facile sbagliare quale fosse il più corretto, per questo spesso preferivo starmene zitta o limitarmi a indicare le cose con le mani. Tu ti arrabbiavi perché non stava bene che una signorina gesticolasse tanto e a quel punto preferivo non indicare e rimanevo in silenzio a disegnare. A volte scrivevo, ma niente di interessante.

Non so cosa mi succede ma è almeno un mese che mi sveglio di cattivo umore e con dei terribili mal di testa. Mi sveglio con la sensazione di un vuoto forte che mi prende allo stomaco e si estende fino alle tempie. Ho lasciato Luca, non perché abbia fatto qualcosa di male, ma perché sentivo di non avere più niente da dargli. Questo vuoto ha occupato tutto lo spazio possibile, dalla mia anima al mio colon, quindi per Luca non c’era proprio niente da fare, neanche un angoletto libero. Mi dispiace, ancora oggi mi telefona per raccontarmi cosa fa, ma a me non interessa. Ma tu sai quanto è lungo un colon? Può essere anche un metro e mezzo, quindi se consideri che sono un metro e sessantacinque mi resta troppo poco spazio per amare. Ho solo quindici centimetri che mi impediscono di essere un colon. Ma al colon non viene chiesto di trovare le giuste parole da dire a qualcuno che non ami più. Al colon non viene chiesto di amare. Deve solo stare lì, piegare su sé stesso il suo metro e mezzo, e io lo invidio tanto, perché vorrei poter fare come lui, piegare su me stessa il mio metro e sessantacinque. E per quindici centimetri non posso farlo.

Forse ti starai chiedendo com’è che ne so tanto di colon. Ma io e te ci vediamo troppo raramente, quindi non sai che da quando papà si è ammalato io mi sono messa a leggere tutta l’enciclopedia medica che raccogliesti in fascicoli dal quotidiano. Poi ho preso anche un dizionario medico in libreria e adesso compro pure il giornale con l’inserto sulla salute. Ogni sera leggo una malattia diversa. Ce ne sono talmente tante che questa lettura rischia di accompagnarmi per sempre. Potrebbe essere l’unica cosa certa che mi accompagnerà per tutta la vita.

Sono sicura che l’avresti fatto anche tu se fossi stata a casa con me. Solo che sei andata via poco prima che succedesse, quindi vedendolo una volta ogni tanto non puoi sapere com’è viverci insieme. Ecco, ora ne approfitto per dirti che la gente (la signora Gaudiero, quella bionda del piano di sopra, la moglie del proprietario del minimarket e la nonna) dice che papà si è ammalato proprio perché tu te ne sei andata via. Anche per questo mi sono comprata il dizionario medico e ho letto l’enciclopedia tutta d’un fiato. Volevo vedere se da qualche parte ci fosse scritta una cosa del genere. Ma non c’è. Il cancro ai polmoni ti viene perché fumi, perché respiri aria cattiva, insomma per l’inquinamento e non perché vieni lasciato dalla moglie. Non sta scritto da nessuna parte. Mi sono sentita rassicurata e ho lasciato Luca. Certo papà era molto triste, sia nell’ultimo periodo in cui stavi a casa e non facevate che litigare sia quando ti sei trasferita da quell’uomo. Che poi sembra una barzelletta dato che lui fa il medico e papà è il malato. La signora Gaudiero e la nonna dicono anche che sei andata a vivere da lui perché è molto ricco, mentre papà no. Non lo so se questa cosa è vera, ma viste tutte le malattie che sto memorizzando in questo periodo, se potessi, verrei anch’io a vivere lì. Se non ci sono voluta venire è perché volevo stare con papà. Papà aveva bisogno di me.

Voglio rassicurarti. Ci si abitua a tutto. Avevo undici anni quando mi hai fatto mettere il baffo e mi costringevi ad andare a scuola con quell’affare. È vero che l’apparecchio a scuola ce l’avevano in molti, però il baffo non è come una normale macchinetta per i denti. Il baffo esce fuori sulla faccia con tutto il metallo, dietro la testa hai la striscia di stoffa che lo regge e lo tiene in tensione, una lamina sotto il palato e due pezzi di ferro che lo fermano dentro la bocca, incastrati nei due molari. E poi il cemento che ti mettono sui denti per fissare i ferretti puzza. Puzza da fare schifo.

I molari ti fanno sempre male, la pezza di stoffa invece ti fa sudare dietro la nuca. Il dentista aveva detto che dovevo tenerlo più tempo possibile per correggere la sporgenza degli incisivi, per questo me lo mettevo anche a scuola. Poi però ti abitui. Al ferro, al dolore ai denti, ai compagni di classe che ti prendono in giro, a quelli che non lo fanno ma ti guardano storto. Succede qualcosa di strano. Anche i tuoi compagni di scuola si abituano e non ti prendono più in giro. Come se a partire da un determinato momento loro avessero il baffo proprio come te.

Tutti si abituano a tutto, avevi ragione tu.

Mi hanno convinto le urla. Ti abitui a tutto, ma ci sono cose a cui non vuoi abituarti. Non ce la facevo più a sentirlo urlare, e vederlo così magro con quella faccia disperata mentre piangeva mi faceva impazzire. Allora ho preso un cuscino e gliel’ho premuto forte sul viso per un tempo infinito. Papà ha provato a ribellarsi, ma non ce l’ha fatta perché era troppo debole. Pensa, io che sono alta quasi come un colon, sono più forte di lui. Sono rimasta così sei ore di fila, le ho contate, e non ho avuto il coraggio di levare il cuscino. Mi sono solo allontanata per telefonare all’infermiera e dirle di non venire. Le ho mentito, ho detto che papà voleva riposare e le medicine gliele aveva date zia.

Mi sento molto meglio ora. Come se quel vuoto avesse cominciato a trasformarsi in una specie di vento che mi permette di camminare con passo più leggero. Tanto sarebbe morto lo stesso, a meno di un miracolo. Lo so, tu credi nei miracoli, me l’hai raccontata mille volte la storia di Padre Pio mentre mi accompagnavi a catechismo o a messa, ma io non ci credo e nemmeno papà ci credeva più.

In realtà qualche settimana fa ho fatto un po’ di ricerche sull’eutanasia, perché a scuola ne abbiamo parlato in vista dell’esame di maturità. Si può fare solo in Olanda, qui no. Ma non vale. In Olanda puoi anche drogarti per strada e comprare le donne dentro le vetrine. Mi fanno male le braccia perché ho spinto fortissimo, ma mi sento molto meglio, come quando sei andata via e come quando la sera memorizzo una nuova malattia.

Tre anni fa, il giorno del tuo compleanno, ricordo che vicino alle candeline tu e papà vi deste un bacio sulla bocca un po’ più lungo del solito e io mi vergognai da morire, come il primo giorno a scuola con il baffo. Forse se aveste continuato a farlo, magari tutti i giorni, vi sareste abituati e mi sarei abituata anche io a vedervi. Così non avrei avuto più vergogna e magari tu non te ne saresti andata via.

Non so più cosa pensare ma nel frattempo ho già preparato tutto in salotto. Ho legato la corda alla ringhiera della scala. È lì che mi troverai. Il sangue mi fa impressione.

Forse all’inizio ti sembrerà come se un macigno ti stia piombando addosso, ma quel macigno andrà disgregandosi e ti colpirà in più punti, poi si assottiglierà e alla fine diventerò tanti granelli, mamma. Con il tempo diventerò qualcosa che ti resterà sempre addosso e te ne accorgerai solo ogni tanto perché ormai sarà parte di te.

Come il baffo. Come la polvere.

© Marianna Garofalo

***
racconto precedetemente pubblicato dalla rivista Watt (numero 1 anno 2011)