Giorno: 12 luglio 2013

Can you feel the spirit? (Una notte con Bruce Springsteen – Roma, 11 luglio 2013)

boss

di Martino Baldi

Avvertimento: questa non è una nota di critica musicale ma uno scritto religioso. Perdonerete il proselitismo.

* * *

Can you feel  the spirit?

Siamo tanti, tantissimi. In piedi in mezzo alla polvere, alle bottiglie di birra vuote, ai piccoli gruppi che resistono ancora seduti e assediati dopo sei ore di attesa, un arcipelago di strappi di scottex e briciole di panini sul mare verde dell’ippodromo delle Capannelle. Il sole sta concludendo la sua discesa, i tecnici hanno concluso la loro arrampicata sulle torri dei fari e sulla graticcia.

Can you feel the spirit?

La Fender di Bruce ha le rughe.  Vedi le fosse scavate nella cassa dalle inquadrature strettissime sui maxischermi. Sembra la faccia di Richard Farnsworth in quel film di Lynch in cui l’ultrasettantenne Alvin Straight attraversa due interi stati americani a bordo di un tosaerba, quattrocento chilometri a passo d’uomo per andare a riconciliarsi col fratello prima di morire.  Anche la voce di Bruce ha le rughe; il tempo e l’uso l’hanno barriccata e resa unica, affaticata e profonda come un whiskey delle Highlands. Negli occhi la luce è quella di sempre; i tramonti d’estate non invecchiano, quelli no, sono gli stessi da sempre.

Can you feel the spirit?

Cazzo, se lo sento lo spirit, amico. Dove eravamo rimasti? Sono 26 anni che non ci vediamo e lo sento ancora, lo spirit. Eppure me ne rendo conto soltanto adesso. C’era bisogno che tu me lo chiedessi. Mi sento come Alvin Straight quando arriva finalmente dal fratello Lyle, in una baracca sperduta in un bosco del Wisconsin. “Hai fatto molta strada con quel coso per venire da me?” “Sì, Lyle”.  Silenzio. Stelle. Rock’n’roll.

Quanto dura Spirit in the night? Cinque minuti? Dieci minuti? O forse, più realisticamente, dura quarant’anni. Il concerto parte da lì, dal 1973, dall’inizio di tutto. I genitori di alcune adolescenti che adesso si strappano i capelli urlando sotto il palco forse non erano ancora nati, o piagnucolavano appena in un asilo nido della Garbatella, o di Bucarest, o di Stoccolma, o di Siviglia. C’è gente da tutto il mondo qui. E di tutte le età. Sedicenni accanto a ultrasessantenni, con le stesse magliette e le stesse camicie sudate dal pomeriggio. Ripartire da lì, dalle radici, è un modo per tenere tutti insieme. Il rock’n’roll non dimentica nessuno, non lascia nessuno per strada. Le cartoline da Asbury Park arrivano sempre puntuali a tutti coloro che ne hanno bisogno.

Quello che succede nelle tre ore e mezzo di concerto non si può raccontare. Solo chi ha assistito a un concerto di Springsteen (grazie al cielo – il cielo di Alvin Straight – è il mio quarto, seppure di tempo ne è passato molto dall’ultimo) sa cosa significa. Verrebbe da dire che il mondo si divide tra coloro per cui il rock è una religione e quelli che non hanno mai visto Springsteen dal vivo.  La scaletta è unica, come sempre. I motori sono messi a punto e il pubblico è scaldato con, tra le altre, una Badlans di altri tempi, una endovena millesimata da veri amatori come Roulette e una Lucky town in cui Bruce mostra come sia stato di capace di infondere la brillantezza lentamente ceduta dalla voce alla propria chitarra; quell’ormai mitologico ibrido, anch’esso unico, tra una Telecaster e un’Esquire è ormai un vulcano lirico che riversa brividi. Non lo ricordavo così: Bruce in questi anni è diventato un gigante anche come chitarrista. Intanto si getta tra il pubblico, stringe mani, distribuisce baci, sorrisi e saluti “proprio a te, sì proprio a te”. You’re the one.

Comincia presto il gioco del juke box. I cartelli alzati con le richieste sono centinaia.  Blues e rock’n’roll la fanno da padrone. Bruce fa pure i sondaggi: volete Candy’s room o Brilliant disguise? Con la prima imposta dai pretoriani dello zoccolo duro per acclamazione. Segue un dovuto omaggio quasi integrale a The wild, the innocent and the E street shuffle, giustamente rivalutato come una delle pietre miliari della storia del rock, un grand guignol metropolitano di miserie, sogni e passioni. Quattro pezzi per i quaranta minuti e oltre più incredibili della musica dal vivo della mia vita. Kitty’s back (con la E Street Band che si infiamma in un susseguirsi di assoli da far venir giù anche i voli della Ryanair che da Ciampino continuano a solcare il cielo) , Incident on 57th street, Rosalita (Rosalita, cazzo! Al primo accordo si sono messi a ballare anche i cavalli delle scuderie dell’ippodromo) e infine una sorpresa: la super richiesta New York City Serenade, eseguita in prima mondiale con l’accompagnamento degli archi dell’Orchestra Roma Sinfonietta. Il tempo sospeso nel lungo prologo iniziale al pianoforte, le incrinature urbane e notturne della chitarra, il sussurro della voce di Bruce “Billy, he’s down by the railroad tracks…” Siamo tutti senza fiato quando le luci si accendono sugli archi a incoronare la storia di Billy e Diamond Jackie. Un pezzo infinito che arriva al cielo. Scriverne soltanto fa accapponare la pelle.  Penso a tutte le mie Jackie, alle mie storie andate a male, alle mie fughe da me stesso, in macchina , di notte, quando anche la Toscana può essere il New Jersey perché gli occhi guardano il cielo e il cielo – il cielo di Alvin Straight e di Springsteen – è lo stesso sotto ogni latitudine. Caro Kant, a volte non c’è spazio per nessuna legge morale;  certe notti è cielo stellato dappertutto, sopra di noi, dentro di noi, ovunque. Solo cielo, buono per amare o disperarsi, confortarsi o piangere, correre o restare. Ci vuole una serenata allora, play me your serenade, ti prego, suonala ancora, man. Anche Bruce si commuove e alla fine saluta uno a uno per nome e con un abbraccio gli orchestrali, grato di una gratitudine vera. Grato per la bellezza. Non sarà lei – lo abbiamo sempre detto – a salvarci?

Il concerto sembra quasi sul punto di spirare, di spengersi nel nulla del cielo, dissolversi in stelle come ogni cosa dovrebbe fare a un certo punto della notte. Invece la temperatura sale di nuovo. Dopo la malinconia c’è da ballare. È la lezione del rock’n’roll.  Si vola veloci, veloci, veloci sulle note di Darlington County, di Bobby Jean, di Waiting on a sunny day. Per poi precipitare nel crogiuolo torrido dei bis, in cui tutti siamo fusi in un’anima sola che canta all’unisono. Da Born in the USA a Born to run, da Dancing in the dark Tenth Avenue Freeze Out, con un commovente omaggio al grande Clarence Clemmons, perché il rock non dimentica, non può dimenticare, altrimenti non è rock. Il resto – scriverebbe un nostro grande poeta – è “roba da panchine, abbracciamenti”.

Intanto il Boss continua anche con i suoi numeri da saloon. Si getta tra la folla, fa salire sul palco un bambino preso dal pubblico e lo fa cantare sussurrandogli il testo nelle orecchie, fa imbracciare la chitarra a due improvvisate sparring partner in lacrime dall’emozione, balla a due con una fan e impone al suo boyfriend di inginocchiarsi e chiederla in sposa davanti al mondo, sul palco del Wrecking Ball Tour! Questo è Springsteen, anche nel suo cabaret, necessario come la birra del sabato sera per un irlandese. Perché se c’è qualcosa di straordinariamente unico in quarant’anni di questo mostro sacro è che nemmeno per un secondo si ha mai l’impressione di vedere il professionista impeccabile che comunque è, ma sempre e soltanto un uomo innamorato, innamorato del suo lavoro, della sua missione, dei suoi compagni di strada, del suo pubblico. Innamorato, illuminato e desideroso di condividere il suo amore e la sua luce. Innamorato soprattutto della musica e della comunione tra uomini che sa creare. Perché il rock – questa è la grande lezione che in quarant’anni non è venuta mai meno neanche un secondo – è una cerimonia ma non è cerimoniale; il rock è la voglia e la possibilità, è il bisogno e la volontà, la mancanza e la forza. Il rock è una religione perché ci offre una strada praticabile per vivere insieme ogni momento della nostra vita, piangere insieme, correre insieme, ridere insieme, combattere insieme e alla fine, sempre e comunque, qualunque cosa accada, ballare e ballare e ballare insieme. Qualche volta anche da soli.

Springsteen è allo stremo. Sembra di nuovo finita e invece partono due rock’n’roll filati da adrenalina pura in compresse da 1000mg. Twist and shout Shout  non finiscono mai, perché niente veramente finisce. Mai. Due, tre, quattro, cinque volte scende il silenzio e ogni volta riparte l’urlo. Siamo insieme, gente, siamo una cosa sola. La stessa amarezza e la stessa stanchezza, ma anche la stessa voglia di vincerla e non arrendersi , la stessa voglia di ballare fino all’ultima stilla di energia, anche oltre. Toccatemi tutto ma non la mia speranza, toccatemi tutto ma state lontani dalle mie scarpe di camoscio blu. C’è ancora nel cuore di Springsteen un piccolo grande Elvis che non muore mai, come in quel bambino di sette anni che chiese ai genitori una chitarra dopo aver visto Presley in televisione e in sella a quella chitarra si è gettato a capofitto nelle strade del destino ed è diventato una leggenda del rock, il più grande artista americano degli ultimi cinquant’anni, un classico che come nessun altro – nessun altro! – ha saputo raccontare l’anima più dolente e orgogliosa del mondo, la sue campagne e le sue metropoli, i suoi sogni e i suoi amori falliti, la voglia di farcela e la paura anche solo di provarci, l’anima di chi ce la fa e di chi non ce la fa. C’è la verità di tutti nelle sue canzoni, c’è onore per tutti, come deve essere.

Saluti e buio. La E Street Band lascia il palco, tutti benedetti, uno a uno, dagli applausi di un pubblico in delirio (ma si può ancora parlare di “pubblico” per un concerto del genere?) Saluti e buio. Ma lo sappiamo che il nostro angelo custode è lì da qualche parte nel buio. Ed eccolo riemergere come l’eroe dei film, quello che non muore finché non ha dato tutto, un amico che non ti lascia mai solo, con in braccio la chitarra acustica e, per la prima volta nella serata, la fedele armonica. Le note finali sono per Thunder road  in una versione lentissima e praticamente corale in cui ognuno mette dentro qualcosa, la strofa preferita, il verso tatuato nel cuore, le ultime lacrime della notte in cui gli sono scorsi dentro tutti i maledetti e benedetti anni della propria vita, tutti i propri errori e tutte le proprie scintille.

Adesso è il silenzio davvero e ce ne andiamo alla spicciolata tra le lunghe staccionate dell’ippodromo trasformate nell’argine di un fiume umano, un fiume silenzioso e denso, scuro, inebetito e incredulo. Tutti certi, come sempre di aver fatto parte – di fare parte! – di qualcosa di unico, di un amore che non finisce mai.

Quando tornerete alle vostre case, stanotte, date una carezza ai vostri bambini. E dite loro che è la carezza di Bruce Springsteen.

(Roma, 12 luglio 2013)

© Martino Baldi

Flashback 135 – Cicles

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Giulia, fin da piccola, ha preso l’abitudine di non camminare sulle grate; ci gira sempre intorno. Ha paura che si possano aprire sotto i piedi, facendola sprofondare negli inferi di questa città. Cammina contando i passi e masticando un chewingum. Lei, a dire il vero, li chiama cicles (come a Torino) e a volte cingomma. Ha una teoria tutta sua sulla creazione dell’universo. Nessuna esplosione e niente Dio. Tutta colpa degli extraterrestri. Loro, dice, hanno creato tutto questo per fare degli esperimenti, per vedere a che livello può abbassarsi un essere semplicemente terrestre. Quando lo dice, ha un leggero difetto di pronuncia e un sorriso di vantaggio. Usa sempre vestiti più larghi, di almeno due taglie; dentro, è solita dire, mi nasce un figlio al giorno. Il nome è sempre lo stesso; il padre, chissà.

@ Marco Annicchiarico

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Un’agile guida per un viaggio che dura da sette secoli. Marco Santagata, “Guida all’Inferno”

coverGuastato da una fascia di color giallo che informa il lettore che il libro contiene “Quello che dovete sapere per entrare nel mondo del nuovo thriller di Dan Brown”, in realtà questa Guida all’Inferno di Marco Santagata è una buona scorciatoia per entrare nell’unico mondo che merita di essere visitato: l’aldilà visionario di Dante Alighieri.
Questo agile e facile libro di Santagata, di certo non l’ultimo arrivato a parlar di Dante,(1) dopo però, è bene ricordare, avere reso accessibile ai più il buon Petrarca, è davvero una guida che accompagna il lettore (lo stesso lettore più volte apostrofato da Dante poeta) nella discesa agli inferi.
I personaggi sono ben introdotti come pure la poesia di Dante; un sapiente gioco tra tondo e corsivo consente di distinguere la parafrasi al canto dal commento storico-letterario di Santagata.
Certo, non figurano i canti per esteso, si dirà! ma non è questo il compito di una guida. Che forse il Bignami dei Promessi Sposi conteneva il romanzo per intero? no di sicuro!
Perché allora dovrebbe farlo la Guida all’Inferno?
51x4ecggwwl-_sl500_aa240_Va anche detto che a questo nuovo libro che si aggiunge alla sterminata bibliografia dantesca in generale, e di Santagata in particolare, giunge dopo lo studio ben più corposo della biografia dell’illustre fiorentino, pubblicata appena un anno fa. Lavoro di tutt’altro respiro al quale forse manca proprio il respiro di questa guida.
Compito di questo libro è rendere accessibile il poema fondamentale e fondante delle patrie lettere; invitando poi il buon lettore ad approfondire eventualmente la conoscenza del poema attraverso un’accurata scelta di edizioni commentate (e non celo lo stupore di vedere nel breve elenco, il volume introdotto canto per canto da Vittorio Sermonti: opera che io ho sempre amato e che so essere sempre stata denigrata dagli accademici, malgrado la supervisione di Contini).
Farà (e fa) storcere il naso l’immagine un po’ da ‘paraculo’ (in un contesto non accademico mi prendo la libertà di appellare in tal ‘guisa’ il Sommo) che ne esce di Dante: fine calcolatore di ogni opportunità pur di accattivarsi le grazie di chi realmente gli potesse permettere se non il rientro agognato a Firenze, almeno di continuare a campare decorosamente (e ben sappiamo quanto presto Dante scoprì quanto ardue fossero alcune scale e quanto salato il pane fuor di Toscana, ma soprattutto fuor delle mura di Firenze: eterno termine di paragone, micro universo sul quale misurare l’universo esteso).
Ne esce pure confermato il ritratto di un’Italia dilaniata da continue lotte intestine  e dagli equilibri fragili; ritratto che continua a distanza di secoli a ribadire la sconvolgente attualità del poema dantesco: un affresco satirico di ogni male in grado di corrodere la moralità dell’uomo (e proprio su questo aspetto sono illuminanti le pagine preliminari che avanzano pure un’ipotesi sulla natura del titolo del poema e del genere).(2) Il tutto condotto con leggerezza ma non superficialità, coniugando una competenza mai messa in discussione con una vocazione a narrare Dante che ho incontrato, personalmente, poche volte.

Sicché alla fine Dan Brown, forse, avrebbe fatto bene a giovarsi di questa guida e a lasciar apporre al suo ennesimo romanzo una fascia con su scritto “Tutto ciò che non troverete mai nel poema di Dante”. Sperare in altre due guide come questa può suonare come un buon augurio. Di contro, altri due romanzi suonerebbero come una minaccia o una condanna infernale.

© Fabio Michieli

coverMarco Santagata
Guida all’Inferno
Mondadori, 2013

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1) Non è questa la sede indicata per dare conto della sterminata bibliografia di Marco Santagata; ritengo però sia giusto ricordare che attualmente è sotto la sua direzione che Mondadori sta conducendo la pubblicazione delle Opere di Dante nella collana “I Meridiani”; mentre risale al 2011 la pubblicazione per il Mulino del saggio, molto ben riuscito, L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante, seguito l’anno scorso dal  saggio biografico Dante. Il romanzo della sua vita (Mondadori).

2) Scrive Santagata nella Guida, ma lo diceva vent’anni e più fa Giorgio Padoan: «Cosa significhi il titolo Commedia è oggetto di molte discussioni: addirittura manca la certezza che esso sia di Dante. Tra le tante ipotesi, la più suggestiva è che il termine non si riferisca al genere teatrale tradizionalmente contrapposto alla “tragedia”, ma a quello della satira, che i latini consideravano un sottogenere della commedia e alla quale il poema dantesco si apparenterebbe perché anch’esso, di chiara ispirazione profetica, fustiga i vizi e i costumi corrotti dei contemporanei e giudica e critica aspramente il degrado morale e politico della società» (p. VII). Perciò si tratta non di un approdo alla satira classicamente intesa, bensì a una riduzione satireggiante dove trovano asilo sia il dileggio sia il risentimento personale (che Dante certo non cela). La questione è davvero una delle più spinose tra quelle affrontate dagli esegeti sin dalla primissima ora, ed è perciò impossibile darne conto ora in una nota che rischierebbe d’essere più lunga della breve lettura proposta e allo stesso tempo puramente compilativa non essendo io un dantista. Però sento di poter appoggiare l’ipotesi nuovamente proposta da Santagata, ossia che la Commedia o Comedìa, come amava chiamarla Giorgio Padoan, più che al genere puramente comico possa essere ricondotta a una mistione tra il comico e il satirico, conforme anche ai continui cambi di registri, di stili e al noto plurilinguismo dantesco.