Giorno: 11 luglio 2013

Cartoline persiane#5

hopper

Edward Hopper, Nighthawks (1942)

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Caro Rhédi,

se c’è una cosa che ho imparato durante i miei innumerevoli viaggi, è che gli studenti di filosofia si combattono lasciandoli parlare. Quello che ho incontrato stavolta sul treno mi raccontava di uno strano concetto che da qualche anno sembra andare molto di moda in Occidente: il “non luogo”. Cos’è un non luogo? Se ho capito bene, potrebbe essere ad esempio quello in cui mi trovo adesso, un anonimo bar notturno davanti al porto di Livorno, dove aspetto la mia nave che partirà all’alba.

Il non luogo è un posto che trovi ovunque e che rimane sostanzialmente uguale in ogni sua occorrenza, è uno spazio da cui si passa senza fermarsi, in cui sai già cosa aspettarti, e non chiedi nulla di più. Il mio studente si domandava se questo dovesse rassicurarci o angosciarci, ma in realtà si lasciava sfuggire una conseguenza logica ancora più vertiginosa, e cioè questa: ogni gesto che si compie in un non luogo, dal più grave al più insignificante, è in realtà una non azione, qualcosa che avviene senza però avvenire, un atto mancato pur essendo accaduto. Ecco la terribile giurisdizione del non luogo, una non legge che governa in un non spazio.

Sono le quattro di notte, nel bar siamo soltanto io e l’anziano barista. Potrei aspettare che mi dia le spalle, e andare da lui con i passi felpati di una tigre ircana, stringendo tra le mani un laccio teso. Servirebbe un primo gesto deciso per cingergli il collo, poi durante una breve lotta ascolterei i suoi versi strozzati, immaginerei senza vederli gli occhi esorbitanti, guarderei cambiare in porpora il colore delle orecchie, infine sentirei una specie di “crack” sommerso e il tonfo del corpo sul pavimento. Così me ne andrei e niente sarebbe stato, riassorbito nel non rumore di questo non luogo.

Ecco, il momento sembra propizio. Il vecchio è girato da qualche secondo, armeggia convulsamente davanti all’apparecchio del caffè. Mi alzo senza sbattere la sedia, respiro con lentezza, allontano i pensieri, gli sono vicino, ancora pochi passi e… fuori! Adesso ho di nuovo davanti a me il mare e la notte, e il vento sulla faccia. Capito, Rhédi? Sono uscito senza pagare la mia consumazione, un succo di frutta, e un pessimo caffè italiano. Tutto è come se non fosse mai stato in quel non luogo dove nulla avviene. Una notte sono scappato senza pagare da un bar uguale a mille altri, e lo sapremo soltanto io, tu, e un vecchio barista vivo per miracolo.

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@Andrea Accardi

Marco Iacampo: il certo e l’incerto (intervista)

Valetudo

I meno distratti di voi sanno già chi è Marco Iacampo (Mestre, 1976). Vuoi perché l’hanno ascoltato grazie al progetto Goodmorningboy, vuoi perché l’hanno conosciuto con il brano Che bella carovana nella compilation Il Paese è reale, realizzata nel 2009 dagli Aftherhours.

Ai premi vinti negli anni novanta con il gruppo Elle (Ritmi Globali, Arezzo Wave) ha fatto seguito negli anni zero il progetto solista Goodmorningboy, che l’ha portato a suonare anche all’estero. Molte le collaborazioni tra cui Alessandro “Asso” Stefana (Capossela, Marco Parente), Andrea Franchi (Paolo Benvegnù) e Lorenzo Corti (Cristina Donà, Cesare Basile). Nel 2010 il primo disco firmato Marco Iacampo e il ritorno all’italiano. Nel novembre 2012 il nuovo disco, coprodotto con Michele Bitossi e la sua The Prisoner Records e la Urtovox. Un disco che è un piccolo gioiello.

Dopo gli Elle e Goodmorningboy tre anni fa ti sei presentato per la prima volta come Marco Iacampo. Cosa ti ha spinto a chiudere un progetto che aveva avuto buoni riscontri e a ripartire usando il tuo nome? Solo la voglia di cantare in italiano?
Goodmorningboy era una maschera, ben congegnata, ma una maschera. Ed a un certo punto ho deciso che non volevo più indossarla, con tutte le conseguenze del caso. A farmi iniziare a scrivere in italiano, forse, è stato il destino.

In che senso?
In realtà sono stato spinto, in qualche modo. Ero in una sorta di stallo creativo ed esistenziale. Mi ero trasferito a Milano per cercare l’oro… Una sera, uscito di casa, incontro Manuel Agnelli che mi chiede cosa sto facendo di nuovo. Lui, visto il mio stato di evidente confusione, mi ha consigliato di prendere uno dei miei talenti e direzionarlo verso la gente. Sono andato a letto con questo pensiero e al risveglio ho pensato che avrei provato a scrivere qualcosa in Italiano. Ho preso una canzone di JJ. Cale, “Magnolia”, e l’ho tradotta e adattata. Da quel momento scrivo solo in italiano.

Pochi mesi fa è uscito Valetudo, un disco acustico dotato di un’elettricità interiore, con canzoni scritte come se fossero delle favole e a volte come se fossero delle filastrocche (penso a Trecento). Com’è nato?
È nato dalla voglia di semplicità e di provare a fare qualcosa con le mie capacità di musicista. Qualcosa che fosse, nel contempo, piccolo e grande, forse da guardare con la lente, come le cartine geografiche.

Perché hai voluto inserire due brani strumentali?
Ho sempre scritto brani strumentali, era giunto il momento di cominciare a inciderli. La mia compagna mi ha dato l’ultima spinta.
Valetudo è il nome del disco ed è uno strumentale. È una magia riuscire a dire delle cose senza le parole.
É quello che cerco di fare anche quando ci metto la voce.
La musica è una cosa superiore.

foto di Federico Favaron

foto di Federico Favaron

Trovo che Valetudo sia stato uno dei dischi migliori usciti nel 2012. Com’è stato accolto dal pubblico?
Grazie. Finora molto bene, i concerti sono sempre più seguiti. Auguro a Valetudo una lunga vita.

Hai sempre avuto delle collaborazioni per i tuoi lavori. Penso a Asso Stefana e Andrea Franchi per il progetto Goodmorningboy e a Enrico Gabrielli e Airin per il precedente lavoro. Ammetto che non mi aspettavo né di trovarti in versione acustica né di trovare il tuo vecchio compagno di viaggio Nicola Mestriner (ex Elle).
É un disco intimo non intimista. Perchè è nato nell’intimità di un’amicizia, quella con Nicola. Non poteva essere altrimenti.

I disegni all’interno del libretto fanno parte di un progetto più ampio o è una mia impressione?
Disegno spesso ultimamente, invece che dipingere. Vorrei parlarti di un progetto più ampio ma per ora sono solo una serie di disegni.

Come nascono le tue canzoni?
Le migliori nascono da parole che hanno in se stesse la musica e il ritmo. Mondonuovo per esempio è nata così, parole e accordi. Mentre facevo altro con la chitarra in mano, “aaaah è questo il mondo ma che voce haaaa” etc.

Hai iniziato a suonare quasi vent’anni fa, prima con i Lex Nigra e poi con gli Elle. Cos’è cambiato da allora?
Molto. Tutto. Il gioco si è fatto duro…eheh…
Ma non ho mai cambiato il mio obiettivo, quello di scrivere una buona melodia da cantare.

Ho conosciuto cantanti che ascoltano solo musica e altri che invece non ascoltano molti dischi ma leggono tantissimo. Tu, da che parte stai? Qual è il tuo rapporto con i libri?
La musica è sempre un territorio di scoperta ed esplorazione ma posso dire che seguo delle personalissime rotte, che non son quelle delle ultime uscite discografiche. Per quanto riguarda i libri, ultimamente ho un rapporto difficile. Da quando è nata mia figlia lettura e pittura son diventate qualcosa che devo ricreare. La musica riesce a trovare il suo spazio, il resto va cercato un po’ di più. Ho comunque prediletto sempre certe cose antiche. Dai testi sacri a vecchie storie di popolazioni sconosciute. Mi affascina il mistero, anche quando si tratta di esplorare la storia della cultura musicale, che molte volte diamo per scontata.
Ci sono periodicamente delle opere dell’uomo che lasciano il segno, che danno inizio a qualcosa o che rappresentano il culmine di un processo. Mi interessa questo. E di solito in queste opere c’è parola e c’è vita e c’è musica.
Come nei proverbi.

mostra_iacampo

C’è un libro che reputi fondamentale?
Diciamo che non c’è niente di fondamentale, a prescindere; e dipende anche da cosa te ne fai di quello che leggi. Uno dei miei libri fondamentali è stato “Il manuale del giovane esploratore” di Sara Guiotto.
Mi ha fatto capire sin da piccolo quanto era importante l’idea che in ogni luogo e in ogni storia c’è tutto da scoprire e niente di scontato.
Ma non so con chi potrei condividerlo.

Nel brano “mondonuovo” hai scritto “cerco un canto che ha un suono bellissimo”; pensi di averlo trovato?
Spero di no. Finirebbe la mia ricerca. Ma diciamo che ci son cose che canto che mi soddisfano parecchio.

Hai qualche progetto in mente da realizzare da qui a breve?
Si, suonare molto ancora queste canzoni. Poi per settembre è pronto un video live in uno studio di Genova con una bella e diversa versione di Trecento. Sto inoltre registrando delle canzoni, vecchie cose di Elle, di Goodmorningboy e un paio di cover; dovrebbero uscire scaricabili a settembre.

Questo è quello che di certo posso dire.
Sull’incerto sto impiegando tutte le mie capacità realizzative.

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Questo sotto è il video del concerto di presentazione del disco Valetudo tenuto insieme al violoncellista Enrico Milani in data 8/3/2013 a Manduria.