Giorno: 8 luglio 2013

Gian Pietro Barbieri – Poesie da “Ininterrottamente”

di Gian Pietro Barbieri

STORMENDO

Alla partenza c’era l’Amore in sala d’attesa;
la locomotiva della lavatrice trascinava dietro sé
tutto il silenzio della casa nella lunga galleria
nera dell’universo

ad occhi chiusi vedevo la pioggia cadere
come lunghi capelli sulle spalle delle colline

ma sopra di noi e delle nuvole grigie
sopra in fondo lontano dove il buio chiude il suo balcone
oltre l’amore
c’era la cagnetta chiusa nell’astronave
senza amici, laica a sfiorare il divino
scodinzolando in attesa di una carezza –
appena partito, l’Amore è rimasto indietro e si è sparpagliato
si è camuffato
ad occhi chiusi, vedeva la Terra farsi vetro
farsi addio
farsi fredda Luna

anch’io, sentirmi in viaggio
perdermi a leggere gli infiniti anagrammi
degli stormi

andando
è un’onda il tempo
da cui sprofondo e riaffioro
in un angolo che mi argina

in un dove mi raduno
ed è una piccola festa
una piccola miseria

FRATELLI (D’ITALIA)

Pianeti, pollai
Fratelli:
fratture che fanno l’insieme
stelle luminose sorelle sole nel buio;
Fratelli,
paura come la mia
ma differita, pronunciata
in un’altra lingua –
ininterrotto fiume raccolto da un unico crepitio di foglie secche
graffia
la valle distratta, la colma di pitture rupestri
ed altre nostre povere ricchezze;
respiro della solitudo.

Fratelli d’Italia per noi solo i tramonti rimangono
per sentirci prossimi,
avvolti nella stessa luce che declina
ed illumina brillanti rovine

rimangono solo le botte dei sismi
i rigurgiti dei fiumi per sentirci prossimi,
chiusi dalle Alpi gravide di acumi
stese sul molle cuscino dei boschi,

scampati ai rastrellamenti dell’idiozia
ci restano i tramonti Fratelli per sentirci insieme
e sono di tutti e di nessuno come i gatti di Venezia
fratelli tramonti anche loro smarriti e soli
all’orizzonte, senza confini

Per voi scrivere
stilare mappe, téssere percorsi
rinvenire foto e lettere dal fondo dei torrenti –
Fratelli tramonti, fratelli fragile parola-uovo
isolati in quelle distanze infiammate
da materno pudore o vergogna –
perché è la Madre che ci ha uniti ad alberi e pietre
che ripudiamo viziati da visioni.

Piangono le pietre, si stringono insieme
nell’antica strada,
parlano di sé gli alberi al vento –
scodinzolano fiumi desiderosi di raccontare
i loro segreti,
nella fratellanza profonda delle cose

sussurra un passero un sogno:
da questi tramonti risorgere ad albe
che ci scovano pastori a vegliare
sul paesaggio

STATO D’INCOSCIENZA

Non li sentite, appena appena udibili?
Cra cra crepitano corvi, fuoco nero, fiamme nere
sopra la coda per la spesa sospesi
alle vene elettriche appesi ed i Tir annerano l’aria
e nei pozzi schiacciano la seppia della terra,
la notte che contiene la succhiano avidi
di tenebra

pétulano, cra cra come questi strambotti
in rumor di rami rotti

cra cra dei mitra, degli occhiali scuri
che non si veda l’anima,
tornano le notti nei giorni
torna l’impero tanto nero che non sembra vero
l’impero del nero di seppia, candida nelle polpe
libera vola nel mare dell’inconosciuto

dell’incantevole cielo sommerso
solo il nero hanno preso

cra cra di antri, di crateri, di buchi neri
mie carie, sorrisi a lutto
vietato mordere, solo baciare tutto tutti
tutto bene tutto bene

cave dov’erano paesaggi
cave, voragini di bombe lente
mollezze di vuoti, tremolanti pareti

cra cra cornacchie che almeno puliscono le nostre vie
dalla laida presenza delle carcasse
e nei loro nidi di filo spinato
nascondono l’ amore che abbiamo perduto
tutti i tesori perduti
e predano senza pietà i caldi nidi di paglia

cra cra chiudiamoci in casa, loro sono fuori
non li sentite in sottofondo continui contigui

cra cra crack cedimenti stupefacenti
per i silenzi perfetti
il crack si sente meglio, meglio si copre
con un niente, un click, un occhio strizzato

li vedo anche senza vederli
li sento – cra cra nel crepacuore
nell’irrisolto, nell’insoluto che torna
puntuale sui pennini dei corvi

che scrivono con l’inchiostro nero notte
le cronache dei nostri silenzi

cra cra vetri infranti,
crepe di piccole violenze che affluiscono
al cervello e fanno la violenza più grande
gonfiano il fiume

piano piano,
nero su nero
niente è più vero
più sincero

(IL SOLE)

sogna, lento
sogna
ad occhio spalancato, diffuso
costretto alla realtà, al mai-buio
Polifemo che respira idrogeno
presente sempre solo a te stesso
in accecante solitudine.
Sogna senza sogni né desideri
tuo malgrado scaldi e riveli
dal tuo ardore forse è nato in noi
il sogno dell’eternità

vorrei donarti la mia sera fresca
quando si vela appena di irrealtà e dura
come me, solo per qualche secondo

cosa nascondi dietro le tue spalle calde?
Quali altre solitudini e geli?

Dimmi la verità
e ti ubbidirò, parla Sole

talvolta ti scorgo nell’eclissi
nascosto dietro il proiettore che in fasci di luce
costruisci una Terra di ombre

*

Perché la brina?
…così brina – inconfutabilmente sigillata
nella sua perfetta omertà –
che noi chiamiamo bellezza?
Perché brina? Breve e leggera scossa
fugace leggenda del Gennaio
del paese con i comignoli fumanti
nel mattino impanato di brina

Istante che esitando s’incrosta;
farina per il pane del nuovo giorno
sofisma che, assopendosi,
stende il suo lenzuolo
“Brina” – parolina quasi slava, quasi schiava
della memoria bambina

Eterna signorina abbracciata ai prati,
al carapace delle auto sole nei parcheggi
alla solitudine del ragno ingioiellata

Perché “Brina” e non altro, e non
niente che ricopra l’altro niente?
Invece no: ecco la carta da regalo
umile, uniforme, avvolge il paesaggio
crea attesa, sorpresa
brina
altro dolce inganno,
mano tesa

IL PUNTO DI VISTA DELLA MALVA

Appartengono alla famiglia degli Inesprimibili
il fulgore dell’alba e la mia solitudine
che nessuno sente
le mie tinte rosa appartengono forse più
al tramonto che ad altro lemma

Vegeto anch’io linguaggio –
ma chi lo ascolta?
I bordi delle strade non hanno volto né memoria.
Io sono quello che dicono: “un fiore”
ma sono una parola falciata da un silenzio
ed arsa dal sole indifferente:
“Bastano poche nubi a fare un cielo immenso”,
ma nessuno mi sente

Viandante ama la malva
il lemma lilla che colora la scarpata riarsa
nel suo dolce apparire come sorella ginestra,
quasi batuffolo da cipria sopra il tavolo da toilette
presso la sponda della strada

Ama la malva che non sa di essere importante:
il suo fulgore servirà a qualcun altro

Tra il silenzio e le parole
noi siamo la bugia

ci salva la malva
col suo stellare silenzio
alzando i petali al cielo

puntino rosa, seno strisciante, occhio sereno
poca
immensa
cosa

CALICANTO

Quasi iroso,
ispirato dall’ira dell’inverno
sempre nuovo e uguale come un dispiacere
il calicanto ancora scala il cielo
col suo incenso apre una breccia
spalanca la porta di una stanza chiusa
e incanta tanti come me sorpresi
per strada dalla loro brevità
dal fetore di passato scaricato dalle auto

lo sguardo cinto d’assedio è offuscato

all’orizzonte sale un sole profumato

…ma è giusto seguire quel fiato vegetale?

Salire su di una scialuppa di vapore?

In un paracadute di petali confidare?

Ora, alla base della piramide odorosa
tremano le immagini delle cose –

quale direzione prendere per il nostro viaggio?

tremano
sfocate, sciolte, schiuse nel loro vuoto dall’aroma dolce
che azzera
e incanta:

quel profumo promana
diffuso
profuso
dal più intimo intrico di minerali e stagioni

è anima

COLLI BURLE
(A Combai ed ai resistenti combaioti)

fuggendo fermo immaginando un avvallamento
forte come la Terra sellato di boschi:
colline

noi (io) lo scollinare dalle vocali
dà frescura e veleggio
veleggiamo verso Sud
in un viaggio fermo
dove sento di essere qui
essere appena
un esserino un esseoesse
distratto dalle burle, dalle apparizioni e sparizioni delle “colline”
allineate allitterazioni balbuzie di bonzi
ebbri di sacralità
calligrafie vitivinicole che pettinano il crinale
per la festa del vento, apparenze
nascoste in brevi parentesi tonde,
vita snella, snellire snellendo valli e picchi
fuggendo amaro guardo a Voi
gestazioni non fratture, pupille non aghi
deglutite serenità e brio
di fragole e more lasciando scie di vini dorati
sussulto del nostro elettrocardiogramma piatto
braci sepolte, colli teste tra le nubi
onde di un canto che incanta migrando
immobile
cercarvi per disperdere menzogne e cercare verità di torrenti
rovistando tra i rovi

essere nulla ed andare ebbro
colli ancora affiorate identità di Nemo
mumble mumble dalle rocce sedentarie
enormi mani impietrite nell’atto di applaudire
enormità di tramonti o albe
ancora, colli accoliti della continuità
prossimi ad ogni prossimità e vuoto
fiere rotondità in passerella
mongolfiere

essere nulla andando fermo
sulla tolda del battello irsuto detto Montello
verso te, vero più del vero
lancio l’immobile veliero
che gonfia le vele del bosco del vento
che spettina i fili di fumo delle ciminiere
dalla garitta del Colmellere

colli, là, dove vedere è ancora respiro che rovista
e chiedendo come
chiede cosa sia esistere.

***

Sbuffi d’alberi, una donna col fazzoletto verde
avvolto intorno alla bella testa ed un’altra collina sul ventre
saluta
alza il braccio, sorride e saluta
le altre colline in cerchio e tutte le persone
che le compongono cerchio a cerchio
voce a voce
ma ora so,
sento chi siete
uomini anche voi , colli
prove di volo
colline e Voi, artigiani dei colli, folletti
rannicchiati, raccolti nelle conche
tra le mani giunte dei boschi
Voi, carbonari, gente che saluta di mattina presto
che dà il buongiorno guardandosi intorno
e cantate la notte, la notte celebrate nel canto
al nulla, al freddo intorno, alla paura
cantate nelle case fatte di libri di calcare
affastellati nel cemento
cantate raccolti e nascosti al mondo
come perle nelle valve
colli conchiglie da amare
esposti nel canto
allo strapiombo dell’universo.

L’INTERPRETE

Nel mattino la luce si fa lingua
l’ombra si fa forma
ma cosa dicono le foglie di sottile
di sussurrato a questo costato di betulle?

Quando eravamo uno era l’Acqua

essere acqua, lingua-plasma
che pensa disegna e tutto abita
come fantasma
dal silenzio – lingua lenta e cieca
lei colora
ed affaccia il volto alla finestra
ma cosa dice? Pronuncia
il senso scorre tra le dita
e lascia un paese di freschezza

annuncia
canta il rimescolìo col silenzio
traduce dal silenzio
la sua mente diffusa
la sua intelligenza femminile
dalla luce
crea.

Ti fai fiume per gli uomini, per farti capire
nuvola grigia per interpretare il domani

rugiada per rimanerci accanto
fino al nuovo mattino

“Poesie della fine del mondo” di Antonio Delfini: dentro l’apocalisse

di Luciano Mazziotta

Si potrebbe definire il 2013 un anno di sintesi ed al contempo di coscienza, anche da parte delle grandi case editrici, di fine del Novecento. Tale consapevolezza si ravvede nella scelta di ripubblicare autori che hanno operato perlopiù nel secolo passato e che ancora continuano ad esercitare la loro influenza sulle scritture nuove. È il caso, ad esempio, della pubblicazione di una scelta antologica dei testi di Nanni Balestrini e di Pierluigi Bacchini, tutti pubblicati per la Mondadori. antonio delfini poesie einaudi 2013Anche la Bianca Einaudi ha provveduto, ma da un altro punto di vista poetico, a colmare delle lacune, rieditando, a distanza di cinquantadue anni dalla prima edizione, le Poesie della fine del mondo di Antonio Delfini, ma includendo all’interno del volume anche degli inediti precedenti e posteriori al libro del 1961. antonio delfini poesie quodlibetQuesto libello era già stato ripubblicato, in realtà, qualche anno fa per la Quodlibet, con prefazione di Giorgio Agamben, ma una volta esaurito, è stato per anni di difficile reperibilità, nonostante si trattasse di un libro che, come riteneva lo stesso Agamben, era stato scritto “non per i lettori del presente, ma per i lettori del futuro”.
La poetica di Antonio Delfini è riassumibile tramite un verso di Giovenale, il quale apriva il libro di satire dichiarando: “Si natura negat, indignatio facit versum”, “qualora la natura di poeta nega la scrittura di una poesia, è l’indignazione a spingere alla poiesi”. Con questo verso, del resto, è possibile parafrasare svariati testi del nostro autore, ma più in particolare quello in cui sostiene che è suo dovere “scrivere malapoesia”, la cui funzione sarebbe quella di portare a uno dei suoi tanti bersagli, donne amate o borghesi pederasti, la malasorte.
Lo status di marchese decaduto del reazionario Antonio Delfini dà al poeta la possibilità di guardare con particolare acume il mondo, immergersi in questo, e proprio dall’interno disprezzarlo. L’aristocratico Delfini, dunque, descrive la realtà a partire dall’interno delle città che ha abitato, Modena, Roma, Livorno, ognuna delle quali si fa emblema dello scenario apocalittico in cui versa il mondo nel quale l’autore si cala del tutto. Un distico in cui si può notare tale atteggiamento di immersione preliminare alla condanna è: “Dante Aligheri parlerà poi dall’inferno:/ io mi attengo alle cose dall’interno”. Le Poesie della fine del mondo in questo modo possono essere concepite come “poesie PER la fine del mondo”. La fine di questo mondo ormai esangue è infatti non solo un auspicio ma un obiettivo che si prefigge l’autore, come se il suo scopo fosse accelerare questo risultato ineluttabile. Delfini vuole essere artefice e partecipe del processo di apocalisse. Non è un caso che i termini più ricorrenti dell’intero libro sono verbi come “uccidere, distruggere, scannare, sgozzare”, e proprio con “sgozzerò” si apre l’opera. L’auspicio di apocalissi, per esempio, si può ravvedere nel disprezzo verso i bambini che i buoni costumi borghesi hanno sempre considerato come il volto degli angeli. Delfini, al contrario, ci dice che vuole vedere “condannati i bambini”: i bambini infatti cresceranno e invecchieranno continuando ad alimentare un mondo che dovrebbe invece estinguersi quanto prima.
Altre due modalità scrittorie per mezzo delle quali risulta evidente l’atteggiamento sprezzante di Delfini sono l’uso dei nomignoli da una parte, e dall’altra la comparsa di un’umanità disagiata e viscida.
Se infatti dare i nomi è un mezzo per impossessarsi del mondo, e per renderselo familiare, dare i nomignoli è finalizzato ad allontanarsene con disprezzo. Dall’altra parte i protagonisti, i “soprannominati” sono banchieri, borghesi perversi, preti pederasti, donne borghesi con atteggiamenti da prostitute, la cui apoteosi è riassumibile in questo distico: “O sozzo! Sei trino di bassezza umana/ puzzolente coglione disonesto col cuore di puttana”.
L’altra grande tematica della poesia di Delfini è concentrata sul disprezzo nei confronti della sua donna amata dal quale l’autore non venne riamato, e la quale, probabilmente per interessi finanziari, finì per sposarsi con un ricco di provincia. Da questo punto di vista, però, l’atteggiamento del poeta è molto meno monolitico e più ambiguo. Si nota una contraddizione forte tra amore e odio, tra disperazione e disprezzo, tra gioia e sofferenza. In A Cesena, ad esempio, la donna è rappresentata sì con un netto senso di disgusto (“e senza saperlo, scema, dici la verità”, oppure “tu ne godi megera infausta malfottuta”), ma nelle righe conclusive l’autore rivela drammaticamente la sua ossessione amorosa: “Ora, sporco fantasma, vattene via!”.
Lentamente, mentre ci si avvicina alla conclusione del libro, Delfini persevera in questa ambiguità, ma ora la dialettica tra disprezzo e disperazione versa molto di più sul secondo elemento della dicotomia. In La vera poesia addirittura l’autore svela quanto sia difficile distinguere tra i due sentimenti contrastanti. Nelle righe conclusive, infatti, quando scrive “Quanta pena mi fai…quanto dolore..//Lo schifo il disprezzo che ho per te/…pur sempre amore…/si tramutò una sera a Montenero/ questa estate per il tuo pensiero/ in fervida preghiera. Mai fu così sincero!”, il verso, chiuso tra i puntini di sospensione, lascia intravedere quasi una balbuzie, un qualcosa che l’autore non vuole dichiarare a voce alta, ma a labbra strette, come un pensiero represso o una forma di resistenza.
La sovrapposizione totale tra disgusto e disperazione però si raggiunge solo in Sono stanco, laddove, dopo aver augurato la morte alla donna amata, l’autore conclude: “Da domani voglio riposare un po’/- ti giuro – e tornare andare a nuoto:/ quando proprio più non ne potrò/ farò il morto e…forse ti vedrò”.
Tanto nei confronti del mondo, dunque, quanto nei confronti della donna amata, ci troviamo di fronte ad una fine che viene continuamente rimandata, dolorosamente, ed alla quale l’autore vorrebbe, però, giungere, o quantomeno, goderne i frutti, specie nel vedere i bersagli e le cause del suo disprezzo e della sua angoscia ridotti in cenere. Questo “sogno” di distruzione, però, sembra non avverarsi neppure nell’ultimo testo, di tre soli versi, che lascia ampio spazio a qualsiasi interpretazione: “Han suonato alla porta./ Niente ordini per noi comandanti./ Niente ordini per noi del cielo.” In tal modo il libro resta  un’opera aperta. In questo “niente” anaforico è difficile, infatti, individuare se si tratti di un nulla già avvenuto, o di una condizione del soggetto titanico che attende, inutilmente, la chiamata per collaborare alla distruzione, chiamata che non arriva, mentre il mondo continua a dissanguarsi lentamente o peggio, tanto lentamente, che l’agonia sembra un suo statuto naturale.
Antonio Delfini, così, parla della condizione morente della provincia italica con una partecipazione ed un disprezzo che non può non coinvolgerci. La ristampa per l’Einaudi non può che essere un’ottima occasione per riflettere su quella che era la provincia italiana dei primi anni sessanta e di ciò che è adesso; di quello che era l’Emilia degli anni sessanta e della sua condizione attuale. Non ci resta che auspicare, dopo tante ripubblicazioni, una nuova edizione di un romanzo di un altro autore emiliano, Adriano Spatola, che con il suo L’Oblò proiettava il disgusto in un’ambientazione onirica ed al contempo anticipava l’anima discenditiva che caratterizzerà l’Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli.