Giorno: 2 luglio 2013

Anna Toscano – my camera journal 1

“…emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa”
(José Saramago, Viaggio in Portogallo)

questo è il viaggio, una volta affidati i fiori (e il cane) a chi vi sa badare (at)

2013-07-25-12-39-24

È inutile, quando si vola si torna un po’ bambini: paure speranze timori immagini prendono per un poco il sopravvento. Quando un aereo prende quota e vedo le nuvole bianche sotto di me la mia memoria torna a quando ero piccola e alla morte di qualcuno mi dicevano “è salito in cielo, due angeli sono venuti a prenderlo ed è salito in cielo”.  Se il cielo sopra di me ha le nuvole, quando sono in aereo le nuvole sono sotto di me dunque il cielo è sotto di me, fila come ragionamento. Allora mi immagino le troppe persone a me care salite in cielo su quelle nuvole: mio nonno ad esempio va in bicicletta sorridente e fa drindrin col campanello, mia nonna di certo si sta provando un cappotto nuovo, la Maria, ah la Maria, si toglie il cappello dalla testa e tenendolo in mano, fiera con la sua Lido Blu tra le labbra, mi fa ciao col braccio. È per questo che amavo i voli che servivano il pranzo: li maledicevo perché interrompevano queste lunghe visioni, ma li amavo perché mi riportavano qui tra i vivi. Benché sopra al cielo.

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©testo e foto di Anna Toscano

Marianna Garofalo – L’anno in cui mia madre non c’era

Milano -  foto gianni montieri

L’anno in cui mia madre non c’era

Quell’anno mia madre non si prese troppa cura di me. Ancora oggi non saprei spiegare il perché, visto che a scuola ero la migliore. Forse doveva lavorare tanto e quindi era più saggio che imparassi a sbrigarmela da sola. Ma non mi annoiavo. Cinque ore le trascorrevo all’istituto Manzoni e nel frattempo ero riuscita ad escogitare un sistema per impiegarne tre nel fare i compiti. Scrivevo una parola ogni due minuti (un numero, nel caso della matematica) e alle sei del pomeriggio ero di nuovo libera. A quel punto non avevo degli amici immaginari. Qualche volta ho provato a litigare con qualcuno inventato da me, ma la ragione era necessariamente dalla mia parte e mi annoiavo. Quindi smettevo.

Per un periodo mia madre aveva avuto la brillante idea di far venire a casa la nonna e quello fu davvero un incubo. Mia nonna non era cattiva, aveva un brutto odore e come obiettivo nella vita quello di rimpinzarmi di cibo fino a farmi esplodere. Non parlava tanto, aveva solo voglia di ficcarmi qualcosa in bocca. A casa sua non c’erano mai medicine perché qualsiasi problema di salute poteva essere risolto da un alimento. La nouvelle omeopatie di mia nonna – che col tempo andò complicandosi -, prevedeva: formaggio per i denti, il pane per lo stomaco, il riso per la pancia, le noci per la circolazione, il latte per l’acidità, la carne per la pressione.

Se la dottoressa oggi le dicesse che parte dei miei disturbi alimentari sono causa sua lei la guarderebbe con tanta compassione e le preparerebbe subito una fetta di pane e Nutella. Nel giro di qualche mese riuscii a liberarmi di mia nonna con l’aiuto di un ictus che la costrinse a letto e di una infermiera che doveva starle sempre vicino. Così nemmeno lei poteva più occuparsi di me.

Non avevo tante amiche. Le mie compagne di classe non volevano avere troppo a che fare con me, sia perché ero la prima della mia sezione, sia perché portavo i capelli corti (che era il solo modo con cui mia madre si assicurava che non andassi a scuola in modo scombinato facendole fare brutta figura). Avevo solo un amico, il mio vicino di casa, Paolo, che voleva fare il poliziotto e mi obbligava al ruolo di ladro ogni volta che giocavamo insieme. La dottoressa una volta mi chiese se per caso riconducevo a Paolo qualche esperienza particolarmente significativa, traumatica o se mi ritornava alla mente un particolare. Io ricordo solo che Paolo era un bambino che voleva diventare poliziotto, che fingeva di inseguirmi e che urlava per provare a spaventarmi. Poi ricordo che quando eravamo in giardino a giocare facevamo pipì insieme a patto che nessuno spiasse l’altro. Non mi dava fastidio fare pipì nel cortile, solo qualche volta era difficile mantenersi in equilibrio senza bagnarsi. Sarà stato per questo che Paolo non mi guardava mai.

La dottoressa però crede che il fatto che io sia cresciuta con una personalità di tipo maschile (Paolo lo chiama così), abbastanza violenta e prevaricatrice (perché non mi lasciava mai fare il poliziotto) sia il motivo per cui mi piacciono ragazzi con caratteri forti e autoritari. Mi chiedo se tutti questi ragazzi forti e autoritari volessero fare i poliziotti da piccoli con un ramo come manganello e una pistola finta. Un giorno a Paolo regalarono un cane, un bassotto di cui non so più il nome, ma solo il colore, marrone chiarissimo e tante grinze tra le orecchie e la testa. Io avevo paura dei cani perché  non ero abituata a relazionarmi con le persone, figuriamoci con gli animali.

Un pomeriggio andai a casa di Paolo e il piccolo bassotto mi venne incontro. Io scappai perché non capivo cosa volesse da me e lui prese a inseguirmi. Alla fine mi scorticai il ginocchio con dei sassi e mi feci male. Dovettero portarmi al pronto soccorso perché necessitavo di punti. Due. Mi accompagnò la madre di Paolo, che provò a farmi ridere per tutto il tragitto fino all’ospedale e ripeteva in continuazione che non mi ero fatta niente. Mia madre la sera venne, mi abbracciò e disse che dovevo smetterla di giocare con i cani.

Non sapeva che era la prima volta e che a me gli animali non piacevano per niente.

Questa storia la dottoressa non l’ha mai saputa e nemmeno che odio i cani, perché le ho già detto che odio troppe cose e di questa un po’ me ne vergogno. La gente ti guarda sempre male quando le dici che non ti piacciono i cani.

Non scesi più in giardino e Paolo non sembrò avvertire troppo la mia mancanza, perché il bassotto mi sostituì molto dignitosamente (e negli inseguimenti devo dire che era di gran lunga superiore).

“Le cose strane” – così le chiamavano tutti – cominciarono dopo l’episodio del bassotto. In quel periodo provavo un profondo fastidio per il silenzio, una cosa che in teoria, per la sua essenza più propria, non ha mai ferito nessuno. Io lo trovavo un lungo nulla di niente che da un orecchio si protendeva all’altro e che mi provocava un dolore terrificante. Quando lo spiegai alla maestra lei mi guardò un po’ e disse che senz’altro era un tappo di cerume. Io non credo fosse un tappo, perché altrimenti non avrei dovuto sentire niente e invece il silenzio lo sentivo proprio e non aveva un bel suono. Fu un pomeriggio che mi faceva particolarmente male che decisi di coprirlo con qualcos’altro. Accesi lo stereo nel salotto e la televisione ad altissimo volume e mi misi a sedere sul divano. Per un po’ le cose andarono meglio, ma poi il silenzio tornò con una violenza che non saprei descrivere e allora afferrai il vaso sul tavolino accanto a me e lo gettai a terra con tutta la forza che avevo nelle braccia. Poi lo feci con tutti gli oggetti del salotto, della cucina, del bagno e della casa intera. La dottoressa mi chiese durante le prime sedute che sensazione mi avesse dato rompere tutti quegli oggetti. Io le risposi solo che a me facevano molto male le orecchie e che questo dolore era colpa del silenzio. Allora mi chiese se non avessi pensato a mia madre e alla reazione che la scena avrebbe potuto procurarle. Io le raccontai che mia madre non c’entrava niente con le cose strane e che io avevo solo cercato una soluzione per sentirmi meglio. Mia madre invece quando tornò non disse una parola, mi guardò, si mise a scuotermi piangendo e mi domandò se fossero entrati i ladri e se mi avessero fatto del male. Era la prima volta che vedevo mia madre piangere. Pensai fosse una cosa buona e allora le dissi di sì.

Dopo quel giorno decisi di abituarmi al silenzio e così cessò il dolore al timpano.

Mi ci abituai talmente tanto che non parlai più. Se parlavo lo coprivo, se lo coprivo non lo sentivo, se non lo sentivo ero sola. Dalla dottoressa all’inizio rispondevo scrivendo o su un foglio o su una lavagna. Io dicevo “dire” ma nel mio caso significava scrivere.

Mia madre mi tolse dalla scuola e assieme alla mia insegnante mi portò in un edificio per persone evidentemente disturbate. Sembrava molto più vecchio visto da fuori, con dei muri grigi e gialli, pieni di crepe e sporchi di pedate. Anche mia madre iniziò ad andare ai colloqui con la dottoressa. Le mie compagne di classe erano meglio delle persone disturbate, ma dissero che per un periodo sarei dovuta stare lì qualche ora al giorno e poi tornare a casa.

Dopo sei anni sono uscita dalla scuola per persone disturbate, perché ho terminato il mio percorso e  quindi basta che continui a prendere qualche medicina e che vada dalla dottoressa ogni settimana. Mi fa piacere perché la dottoressa è una brava signora e credo si sia affezionata a me. A volte la trovo solo un po’ ingiusta, per esempio quando dice che Paolo è una personalità violenta e prevaricatrice o quando dice che mia nonna è parte in causa dei miei disturbi alimentari. Io credo solo che mia nonna avesse fame, perché è cresciuta quando c’era la guerra e Paolo volesse giocare al poliziotto perché suo padre è un poliziotto. Cioè io credo che a volte le cose siano solo come sono e non come non sono perché altrimenti lo sarebbero. Credo. La dottoressa questo non lo crede mai.

Ricominciai a parlare a 11 anni e tre mesi, due anni dopo essere entrata nella scuola per persone disturbate e più precisamente il giorno in cui morì mia nonna. Mia madre mi venne a prendere e andammo a trovarla a casa, dove c’erano tutti i miei parenti che piangevano attorno al suo letto. Le tapparelle erano abbassate e la porta d’ingresso doveva restare sempre aperta, così la gente poteva entrare a salutarla senza dover bussare. Girò appena la testa e mi disse: – almeno adesso che sto morendo mi vuoi dire una parolina? –

Io mi guardai un po’ in giro e le chiesi a bassa voce: – Nonna, cosa si mangia per non morire? –

Mia madre scoppiò a ridere. Era la prima volta che la vedevo ridere.

Pensai fosse una cosa buona.

di Marianna Garofalo

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Nota: il racconto è stato pubblicato nell’Antologia Si sente la voce – CartaCanta editore