Mese: luglio 2013

F.I.L.I. 2013 “con MISERICORDIA/ con PASSIONE”: il 2-3 agosto a Salzano (VE)

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Con MISERICORDIA con PASSIONE.

Incontriamo gli “ultimi” o i “primi” che diventano ultimi, l’umanità che non si vede ma che lotta tutti i giorni per migliorare la propria condizione e quella degli altri; quell’umanità che opera con passione e che pratica i territori della misericordia. Alla filanda Romanin Jacur di Salzano (VE) il teatro accorre ancora a incontrare cuori aperti e menti che non vogliono addormentarsi.

L’undicesima edizione di F.I.L.I. – Filanda Idee Lavoro Identità sceglie un tema atipico, meno seducente del continuo bombardamento spettacolistico e dell’imbonimento festivaliero che l’industria dello spettacolo propina e che ci allontana quotidianamente dalla realtà così difficile da sopportare e così complicata da decifrare. Così incontriamo gli “ultimi” o i “primi” che diventano ultimi, l’umanità che non si vede ma che lotta tutti i giorni per migliorare la propria condizione e quella degli altri; quell’umanità che opera con passione e che pratica i territori della misericordia ……. Anche quando incontra il teatro e l’arte, anche quando  vive errori e tempi di segregazione, anche quando i figli e i padri sembrano non riuscire più ad incontrarsi, anche quando inventa nuovi percorsi di fede.

Alla Filanda Romanin-Jacur di Salzano (VE) il teatro accorre a incontrare cuori aperti e menti che non vogliono addormentarsi.

expertiUn programma particolare, una sfida al presente ed all’omologazione, incontrando e convocando artisti che scelgono l’impegno sociale e l’incontro con gli altri, con gli ultimi, con chi sta espiando le proprie colpe attraverso il teatro, con chi ci mette la passione e conosce il mistero della misericordia ben oltre i confini della consuetudine e del pregiudizio fideistico. Ecco allora il 2 agosto alle ore 21.00 “EXPERTI” il lavoro del Tam Teatromusica – Teatrocarcere che da anni fa un lavoro intenso con i detenuti-attori del carcere Due Palazzi di Padova e che quest’anno ha avuto un importante riconoscimento dalla Regione del Veneto; già il 1 agosto un gruppo di Operatori del carcere, con i detenuti-attori arriveranno a Salzano per fare le prove, per incontrare la comunità, gli amministratori, i giovani ed anziani, perché anche in questo caso l’arte si fa strumento di riabilitazione sociale.

dallaviaSempre il 2 agosto alle ore 22.30 circa, dopo il convivio, i Fratelli Dalla Via, Marta e Diego, con MIO FIGLIO ERA COME UN PADRE PER ME ci mostreranno il primo pezzo del loro lavoro vincitore pochi giorni fa del Premio Scenario 2013; storie di padri e figli, imprenditori assillati e completamente metabolizzati dalla competizione, frutto di interviste e ricerche fatti dai due artisti nel nostro nordest.

*

fisarmonicaIl 3 agosto, dalle ore 21.00, intera serata dedicata ad Antonino Bello vescovo di Molfetta morto a 58 anni; padre spirituale di tante battaglie, vicino agli “ultimi”, figura emblematica di quel cattolicesimo profetico che sa coniugare rigore evangelico ed anticonformismo laico. Ci parleranno di lui Gianni Novello di Pax Christi e Carlo Bruni, regista dello spettacolo vincitore del Festival del Sacro 2013 nel giugno scorso, CROCE E FISARMONICA in scena alle 21.45; animaattesaalle 23.00 circa, dopo il caffè della notte, L’ANIMA ATTESA,  il film dedicato a lui di Edoardo Winspeare, prodotto grazie al contributo materiale di centinaia di persone che hanno conosciuto Don Tonino Bello od incrociato la sua storia emblematica.

F.I.L.I. 2013 è promosso dal Comune di Salzano in Accordo di Programma A>UTOPIE 2013 con la Regione del Veneto, in partnership con la Fondazione di Comunità Riviera-Miranese, con la partecipazione della Provincia di Venezia – Reteventi, il sostegno di soggetti privati del territorio e la collaborazione di imprenditori

scarica il programma

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INFORMAZIONI

Echidna tel 041. 412500  info@echidnacultura.it  cell 340. 9446568 (i gg 2-3 /08 dalle ore 18)

www.echidnacultura.it |  www.comune.salzano.ve.it

Facebook: Echidna paesaggio culturale | evento Facebook

Anna Toscano – my camera journal 9

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Ce ne sono un centinaio in tutto il mondo, a Venezia due, una delle quali mi è molto cara. Qui a San Paolo mi ci sono subito imbattuta, e di certo non sono una persona che entra in tutte le chiese che incontra. Ero ancora scossa dalla Maria lettrice di Montevideo da non aver spazio per un’altra. Ma le cose accadono. E di colpo mi son venute in mente le altre a me care, nere o non nere, e i santi agli incroci delle strade, le sante amate in famiglia. Vado al piano sotto la chiesa il luogo per le candele, solo per le candele. Ripiani di acqua con centinaia di candele accese di tutte le dimensioni. Una donna porta tredici candele legate insieme e le accende, accanto, nel bordo dove non scorre acqua, ripone un pezzo grande di pane e un bicchiere di acqua, prega, riprende il suo bastone e se ne va. Un giovane arriva trafelato, appoggia la borsa da lavoro a terra e ne estrae una candela bassa e tozza, la accende ed esce. Mia sorella scrive i nomi di mamma e papà su due ceri cilindrici, li accende e va via. Arrivano due quasi ragazze, capelli platinati che incorniciano un po’ di barba laterale, portano ceri intagliati a forma di croce, li appoggiano senza accenderli ed escono. Anche santi e madonne, e pure dio, sono prêt-à-porter.

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© Testo e foto di Anna Toscano

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leggi il my camera journal 8

in-side stories #8 – Qualcosa sulle distanze

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In-side stories #8 – Qualcosa sulle distanze

 

La vecchia appoggiò la ciotola con il latte al solito posto, alla sinistra della porta d’entrata. Andò a sedersi sulla sedia a dondolo in fondo al patio, al riparo dalla luce artificiale della lampada posizionata sopra la porta. Aspettò. Dopo un paio di minuti i gatti arrivarono. Erano randagi, erano tre. Pensò che una puntualità del genere non era paragonabile alle rate d’affitto, che la voracità con cui trangugiavano il latte era pari a quelle delle sanguisughe bastarde, che aspettavano chiunque osasse avvicinarsi al vecchio stagno appena fuori dal paese. I gatti sapevano che si trovava lì nell’ombra e la guardavano di tanto in tanto. Non c’era gratitudine nei loro occhi e nemmeno sfida. Era paura, paura che il latte sparisse, che la volta dopo non ce ne fosse. Brutte bestiacce, pensò, quando se ne furono andate. Entrò in casa, si sedette al tavolo della cucina. La loro bella cucina, Bill l’aveva costruita pezzo per pezzo, giorno dopo giorno. Ci lavorava di sera quando tornava dal lavoro nei campi. Diceva che le avrebbe costruito la cucina più bella della contea, lei sorrideva, era certa che sarebbe andata così. Così come era sicura che nessuno avrebbe potuto controllare tutte le cucine della contea per stabilirne il primato. Sorrise a quel pensiero, al ricordo di Bill, si tenne per qualche istante il viso tra le mani, poi scosse la testa. Tra poco sarebbero passati vent’anni dalla sua morte, cadere da un albero, che assurdità. La vecchia scosse di nuovo la testa. Ci sono cose a cui non ci si può rassegnare. Bill diceva che quando il loro ragazzo sarebbe diventato grande avrebbero viaggiato. Diceva che sarebbero arrivati fino a Boston, gli avevano raccontato cose fantastiche di quel posto dove tutti si vestivano bene. Dove gli uomini si toglievano il cappello per salutare le signore. Lei lo prendeva in giro sul fatto che lui non portava il cappello. Poi però gli domandava quanta distanza ci fosse tra Boston e la loro piccola città, quanta ce ne fosse tra l’Arizona e Boston. Bill quelle volte abbassava la testa, poi rispondeva che no, non lo sapeva. Non sapeva nemmeno quanto fosse grande l’Arizona. Nessuno dei due si era mai mosso da lì. Buddy, il loro ragazzo, il loro unico figlio, quando compì sedici anni, li guardò in faccia – erano seduti a tavola – e disse che se ne sarebbe andato. Nessuno dei due rispose niente, quella notte a letto piansero entrambi. Tutti e due sapevano che era giusto così. Tutto stava cambiando e in quella terra arida non c’era più posto per i giovani in gamba. Non lo vide mai più, erano passati ventidue anni. Le scriveva una volta all’anno per Natale e un’altra volta scrisse per la morte del padre. Diceva che stava bene, aveva cambiato due o tre città lassù al nord. Lei le cercava sulla vecchia cartina che aveva in casa. Sopra quel foglio di carta ingiallito la distanza sembrava più breve e, comunque, non avrebbe saputo né calcolarla né immaginarla. Non si era sposato. Lei gli scriveva per i compleanni, lettere brevi, non era mai stata brava a scrivere. Prima di inviarle le faceva leggere a Pete giù all’ufficio postale. Poi le spediva. Si alzò e uscì di nuovo fuori, scese i gradini e dal giardino guardò verso la luna e poi le stelle. Le stelle le avevano sempre fatto paura, come se fossero state messe lì dal padreterno per controllare i loro comportamenti. Quando qualcuna spariva, o mandava una luce più opaca, era un brutto segno. Lassù non erano contenti. Quella sera erano talmente luminose da accecare, da spaccare il cuore. Pensò di essere la più stupida vecchia della contea e rientrò. Si preparò per andare a dormire. Prese in mano la cartina e toccò con un dito il Canada, poi aprì tutta la mano, tenne il pollice sull’Arizona e il mignolo sul Canada. In fondo Buddy era a un tiro di schioppo. Si mise a letto, quella notte sognò la neve.

© Gianni Montieri

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Grant Lee Buffalo – Happiness (album Mighty Joe Moon 1994)

Nevermind me ‘cause I’ve been dead
Out of my body been out of my head
Nevermind the songs they hum
Don’t want to sing along
There’s nothin’ that I said

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us

Nevermind the words that came
Out of my mouth when all that I could feel was pain
The difference in the two of us
Comes down to the way
You rise over things I just put down

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us
Rest of us

Ooh ooh ooh

Nevermind me ‘cause I’ve been dead
Out of my body been out of my head
Nevermind the curse I wore
Proud like a badge
Till it just don’t shine no more

That’ll bring you happiness happiness
Is hard to come by I confess
I’m bad at this thing happiness
If you find it share it with the rest of us
Rest of us

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Ascolta  il brano

“O Musiva Musa” 2013

“O Musiva Musa” 2013
Decima Edizione

1°-31 agosto; via Galla Placidia, Ravenna; ore 21
(direzione artistica: Franco Costantini)

Dieci serate di poesia,
per festeggiare la decima edizione della rassegna.
Ogni giovedì e ogni sabato di agosto;
nello splendido “teatro all’aperto”
allestito sul sagrato di Santa Maria Maggiore…

 

Giovedì 1° agosto

In BASSO i cuori!

Sotto il fango, il paradiso. Ovvero: “sub limo”, il sublime…

Con Alessandro Carrozzo (basso), Franco Costantini (narratore) e Bruno Tomasello (sax). E la partecipazione speciale del Quartetto Myricae (Elisabetta Agostini, Carla Milani, Mauro Medri, Claudio Rigotti).

Una giocosa esplorazione tra i vari “topoi” del “basso” in poesia: il “basso” come luogo fisico (l’abisso, l’inferno…), come luogo dell’anima (la depressione), come metafora dei sentimenti meno nobili (l’odio), e così via.

Con una tesi di fondo: il “basso” contiene sempre l’“alto”; o ne è preludio…

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Sabato 3 agosto

Il futuro è… Fosco!

Omaggio a Fosco Maraini nel 101° anniversario della nascita.

Con: Pierluigi Canestrari, Franco Costantini e Paolo Zanzi (voci); Stefano Calvano (percussioni); Matteo Maida (percussioni “estemporanee”).

Fosco Maraini è stato uno degli intellettuali più geniali e versatili del Novecento: scrittore, poeta, etnologo, orientalista, alpinista, fotografo… Lo si ricorderà attraverso una delle sue creazioni più originali: la “Gnosi delle fanfole”, sorprendente raccolta di “poesie meta-semantiche”.

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Giovedì 8 agosto

Bene. Bene?! (…) Bene!

Omaggio poetico-musicale a Carmelo Bene, a 11 anni dalla scomparsa.

Con Paolo Caruso (Percus-Suoni e Colori) e Franco Costantini (voce).

La connessione tra Carmelo Bene e la poesia non riguarda solo le sue celebri interpretazioni (ricordiamo Majakowski, Blok, Esenin, Pasternak; Dante; Campana) ma il suo stesso modo di essere attore e “pensatore”.

A 11 anni dalla scomparsa di Carmelo (11, come le sillabe metriche del più nobile dei versi), Paolo Caruso ha immaginato e realizzato uno spettacolo in suo onore.

Caruso (affiancato nell’occasione dalla voce di Costantini) è un percussionista versatile, affinatosi ai corsi della Drummers Collective di New York. Pur prediligendo i ritmi afro-cubani e brasiliani, sa spaziare dal jazz al pop. Ha suonato/collaborato, tra gli altri, con Luca Carboni, Vinicio Capossela, Gianni Morandi, Tosca, Paolo Rossi, Bruno Lauzi, Mietta, Spagna, Samuele Bersani… In coppia con Costantini ha realizzato (negli anni Novanta) due performance, per le rassegne “Musica in Gioco” e “CORPOsaMENTE”.

Dal 1997 dirige e coordina l’Accademia Do Ritmo AFROEIRA, una tra le prime e più importanti orchestre di percussioni afro-brasiliane d’Italia.

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Sabato 10 agosto

“Le voci chiuse”

Di Piergiorgio Viti e Luciano Benini Sforza.

Con Francesca Mazzoni, Franco Costantini, Luciano Titi (fisarmonica).

Luciano Benini Sforza (di Ravenna; autore tra l’altro di “Dopo questo inverno”, 2012) e Piergiorgio Viti (di Sulmona; residente a Monte Urano, nelle Marche; autore tra l’altro di “Accorgimenti”, 2011) hanno scritto a quattro mani una sorta di intenso “dialogo lirico”: “Le voci chiuse”, appunto.

Ad accompagnare i due interpreti di questo dialogo (Mazzoni e Costantini), i colori e le melodie del grande fisarmonicista Luciano Titi.

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Giovedì 15 agosto

Il libro è viaggiatore

Il poeta tra le pagine.

A cura di RavennaPoesia. Con Maria Giovanna Maioli, Sandra Costantini, Franco Costantini. Scelta testi: Galilea Maioli.

“Il libro è viaggiatore” è il titolo di una poesia di Roberto Roversi. Un titolo che bene illustra questa originale antologia: versi dedicati a quei fedeli “amici di carta” capaci di trasportarci ovunque; anche quando restiamo comodi in poltrona…

 

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Sabato 17 agosto

I due apostoli

Giovanni e Paolo (Strocchi e Pingani): predicatori del “verbo poetico”…

Con Paola Ravaglia, Franco Costantini, Maurizio Asero (percussioni).

Due poeti modernissimi, con robuste radici che affondano nel classico. In Strocchi, anche i toni più intimi svelano “l’universale” della condizione umana; in Pingani, il privato e il pubblico (il personale e il politico) si intrecciano come trama e ordito.

Ad offrire al pubblico la forza lirica e “civile” dei loro versi sarà il duo Ravaglia-Costantini, accompagnato dai colori e dai ritmi di Maurizio Asero.

 

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Giovedì 22 agosto

Lavorare stanca…

… ma cantare fa bene! (Canti del lavoro, dalla terra alla fabbrica).

Con Gianluigi Tartaull (chitarra, voce), Raimondo Raimondi (chitarra, mandolino), Valentina Campajola (voce, violino), Luca Vassura (fisarmonica).

Lavorare è duro. Ma anche l’assenza di lavoro è dura. Il tema, sempre attuale, è rivissuto attraverso una splendida antologia di melodie popolari, canzoni d’autore e versi poetici.

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Sabato 24 agosto

L’Angelo e il Re

Note dal silenzio.

Con Angelo Andreotti e Daniele Serafini. E la partecipazione di Antonio Cortesi (violoncello).

Angelo Andreotti (direttore dei Musei Civici d’Arte Antica di Ferrara, scrittore e poeta) incontra Daniele Serafini (anch’egli direttore di un museo, il “Francesco Baracca” di Lugo; anch’egli scrittore e poeta). Al violoncellista Antonio Cortesi (di Lugo) il compito di “sposare” armonia dei versi e armonia delle corde…

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Giovedì 29 agosto

Il VianDante, il RicorDante… e il DeborDante!

Omaggio al Vate. Special guest star: IVANO MARESCOTTI.

Con i ragazzi del seminario “Il VianDante”; e con Franco Costantini, Aurelio Lavatura, Raimondo Raimondi (corde).

Per il secondo anno consecutivo si è tenuto, nelle aule dell’Istituto Camillo Morigia (in via Marconi) un seminario interscolastico su Dante, la metrica, la recitazione poetica. Sotto la guida di Franco Costantini, vari studenti tra i 15 e i 18 anni (provenienti da tutte le scuole superiori di Ravenna) si sono cimentati in un percorso interdisciplinare che, attraverso la produzione di un piccolo spettacolo poetico, ha consentito loro di immergersi nella magia dell’endecasillabo dantesco, e di coglierne la straordinaria modernità culturale.

I suddetti ragazzi saranno impegnati anche sul palco di Via Galla Placidia. A fare loro simpaticamente da padrino ci sarà Ivano Marescotti, da sempre impegnato a coniugare “poesia” e “spettacolo” con una preziosa opera di divulgazione tanto dell’antico quanto del moderno (da Dante fino a Raffaello Baldini).

Quella del 29 agosto sarà pertanto una serata speciale, giacché gli aspetti spettacolari e culturali si fonderanno con quelli sociali, didattici, formativi, conviviali: nel nome di Dante e della poesia, ci sarà un vero e proprio “incontro tra generazioni”.

Sabato 31 agosto

Il viaggiatore è libro

Ulisse in mare aperto.

A cura di RavennaPoesia. Con Maria Giovanna Maioli, Franco Costantini, Maurizio Asero (percussioni). Scelta testi: Galilea Maioli.

Il “viaggiatore” per antonomasia (Ulisse, naturalmente) è “diventato libro” mille volte: tutti i grandi (da Omero a Joyce) hanno scritto di lui. RavennaPoesia propone un interessante viaggio tra i viaggi dedicati al Viaggiatore

Carmen Gallo – Quella gente non è vostra

Museo Rodin -Parigi – Foto Gianni Montieri

Qualche settimana fa ero in seduta di laurea a Napoli. A Napoli viene a studiare un sacco di gente dalla provincia, ma anche dalla Basilicata, dalla Calabria, dalla Puglia. Ho visto le facce dei genitori dei ragazzi che si laureavano. Gente che aveva scritto nel colore scuro della pelle, nell’insofferenza al colletto della camicia, nell’abito lungo della festa, tutta la loro differenza a quel luogo. E insieme lo scetticismo e la speranza in tutti i sacrifici fatti per far scalare ai figli la collina accanto, visto che sulla loro in pochi vogliono e possono restare. Gli uomini avevano mani grandissime, le donne si lamentavano per il caldo con un fare da bambine.

I ragazzi, loro, sospesi tra i due mondi, con quel tanto di rivalsa un po’ ingenua o di inerzia nell’assecondare il moto di massa comune.

Oggi nel vedere le facce delle persone coinvolte nell’incidente in Irpinia ho pensato a loro. Non perché temo che qualcuno sia coinvolto. Ma perché ho visto le stesse facce. Quelle facce che conosco bene perché per anni sono stati per me, come quelli sospesa, interlocutori bizzarri, compresi a metà, così familiari e poi lentamente estranei.

Oggi, a distanza di anni, vedo quelle facce e sento questa gente profondamente mia. L’ho capito quando ho sentito il bisogno di difenderla da voi. Di dirvi una volta e per tutte che le facce della nostra gente che muore non sono come le vostre. Potete scegliere l’angolo migliore della pagina, le parole più efficaci. Le facce della nostra gente che muore non potrete mai descriverle. Non vi appartengono, non sono come voi. Hanno nella fronte e nelle guance, nel collo e negli occhi tutte le storie che avete smesso di raccontare. Le storie di questo paese a sud delle vostre ambizioni, delle vostre ipocrisie. C’è un’altra verità più terribile in quelle facce, che quella del lutto e dell’interesse mediatico per la loro morte.

Ho la lucida consapevolezza che i miei genitori potevano essere su quell’autobus. Lo so perché il pellegrinaggio in autobus è a volte l’unico svago per persone con pensioni da fame o lavori occasionali, persone che non vi stanno dietro, né a voi né alla vostra televisione né alle statistiche su quanti libri leggete in un anno. Il Sud è all’ultimo posto, lo so. Immagino che la risposta implicita sia che siamo stupidi e ignoranti, pigri e dissipatori. Vorrei che qualcuno pubblicasse una statistica su quanti racconti orali si tramandano nelle famiglie del Sud ora. Solo nella mia famiglia ce ne sono decine. Con personaggi bizzarri, dai nomi improbabili, con storie folli e verosimili. Pasolini e De Martino hanno raccontato un mondo che è non finito. Siete solo voi che avete smesso di guardarlo, scegliendo di leggerlo nei libri così vi sembra più lontano. Voi fate sempre così.

Poi un giorno muoiono decine di persone di Pozzuoli e di Mugnano, il posto dove i miei sono andati a vivere quando non potevano permettersi una casa a Napoli, e muoiono in autostrada a Monteforte, dove da piccola mi portavano a prendere il fresco d’estate approfittando di un saluto alla Madonna. Sui giornali pubblicano le fototessere delle persone coinvolte nell’incidente. Io quelle foto non riesco a guardarle. Non so come fate voi. C’è una storia perfida e disperante in quelle facce, c’è una Storia che qualcuno dovrebbe ricominciare a raccontare al presente. E non m’interessa dei freni e del guardrail. M’interessa che sappiate che quella gente non è più la vostra.

***
© Carmen Gallo

Alcune poesie di Davide Valecchi da raccolte e antologie

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© RedMoon P h o t o g r a p h y 2012

da MAGARI IN UN’ORA DEL POMERIGGIO
(Fara Editore, 2011)

Una certa dolorosa chiarezza
del campo visivo restituisce
immagini inopportune all’ambito
delle parole, mentre ti allontani
lasciandomi in pegno frasi complesse
che mi dovrò far bastare per anni.

L’aspetto pomeridiano delle mura
che sostengono i campi in pochi giorni
decanta verso zone consuete:
l’avanzare dei licheni prosegue
inavvertito, cocci di terraglia
affiorano in zolle di terra smossa,
steli d’erba tagliente si confanno
alla spinta del vento.

*

Oggi ho indossato la tua mancanza
in ogni luogo che ho occupato:
un’intera giornata nel tuo segno
come se conoscessi il tuo sapore.

Esteso ad ogni frammento di senso
necessariamente: pericoloso
contraltare di ogni cosa, adesso
che la pioggia ha lavato via la polvere
e la gloria di un sole riemerso
delinea inesorabili confini.

*

Nel silenzio apparente delle foglie
si nasconde la trama dei tuoi passi.

Nessuno ha visitato questi luoghi
dopo di te: semplice immaginare
che da qualche parte qui si conservi
una tenue memoria vegetale
della tua esistenza, una sequenza
di immagini che senza fine
percorrono i sentieri della linfa,
invisibili ad ogni sguardo umano.

*

Questo vuoto che appena percepisci
e non ti spieghi ti riguarda appena:
si allarga nella mia gabbia toracica
nascosto ai tuoi occhi.

È la prosaica mancanza di fiato
che mi procurano certe tue note
feroci di grazia quando ti muovi
o quando getti in mezzo alle tue frasi
echi celesti inconsapevolmente.

*

L’intera litania dei desideri
si esaurisce in un lampo di fosforo
poco prima dell’arrivo del buio,
alla fine di un giorno che non entra
nel novero dei giorni luminosi.

Un misero numero di parole
è sufficiente a scrivere una formula
per questo tempo di belle macerie.

*

Siamo andati fino in fondo al sentiero
dove si fanno più fitte le impronte
degli animali notturni, fermandoci
come loro senza poter andare
oltre i nostri riconosciuti limiti.
Nel burrone soltanto i caprioli
si gettano con grazia silenziosa
proseguendo la corsa, scomparendo.
A noi e a tutte le altre creature
è dato solo di considerare
la possibilità di una discesa,
forse rinunciare,
tornare indietro,
sorvegliare la mente,
dimenticare l’abisso.

*

Se chiamo corpuscolare la luce
che cambia quando il tuo passaggio
attraverso uno spazio qualsiasi
libera quasi invisibili frammenti di fibre tessili
che restano in vista solo per frazioni di secondo
per poi perdersi fuori fuoco in alto o in basso
probabilmente non ho detto niente
dal momento che ovunque l’aria
è satura di piccoli corpi celesti
e di pulviscoli che si accendono
a intermittenza durante i giorni di sole
e la tua presenza da sola non basta
a determinare la qualità dei riflessi
e conferire alla luce l’attributo necessario
a poterla chiamare luce corpuscolare.

*

Non ho paura, anche se è già tardi
lungo l’arco delle stagioni perse
e un costante dileguarsi di nomi
sfibra i margini estremi della vista
dove la definizione di oggetti
quotidiani comincia a decadere:

i pochi confortevoli secondi
fissi nella veste di un pomeriggio
quasi eterno di ruggine e di sole
riescono a sostenere pensieri
non ancora oscuri.

*

da SCRIVERE PER IL FUTURO AI TEMPI DELLE NUVOLE INFORMATICHE
(Fara Editore, 2012)

Il tuo sguardo che comprendeva dune di galestro
e un orizzonte di asfalto in preda all’erosione
– oltre a minuscoli detriti di carta di giornale
rimasti alla base degli steli,
mai volati via –
fu l’innesco e non la cura,
dentro un pomeriggio quasi finito,
mai finito.

La disintegrazione continua ad avvenire senza soste
al livello più basso delle cose,
dove in fondo alla trama dei suoni
quasi inavvertito e fisso
un frammento di rumore bianco
non aumenta e non diminuisce:
rimane.

*

È sufficiente questa luce a credere scritto
qualcosa che non è mai accaduto:
per il modo in cui tutto appare agli occhi
mentre tenerli aperti è difficile
se anche il vento sottolinea distanze
non incolmabili e volano nell’aria,
come al solito,
oggetti così leggeri
da non posarsi mai a terra.

Luogo di parole è anche il salire verso l’alto
dei campi non più coltivati,
dove tonalità di verde e giallo vibrano non predette,
in comunione con qualcosa che mi sfugge solo in parte
e per il resto porta il tuo nome.

*

L’ultimo nostro coincidere forse
riposa fuori dalle traiettorie,
tra i nomi rimasti a sbiancare
sul cemento infiltrato dalle acque,
purificato per tutta l’estate
da un sole senza tregua.

L’avamposto sul ciglio del burrone
è il primo muro di un’idea mai nata:
accoglie i segni di cosmologie
accennate, coperti
di fioriture semplici
e piccolissime esistenze.

Da qui si può osservare
– ed essere osservati da lontano
come puntini neri in controluce –
il fondo della valle
dove scorrono i convogli
insieme a tutto il resto.

*

«È la salita che farà il lavoro»,
dici, «non conta niente tutto il resto.
La sfocatura non è un’apparenza
ma il volto delle cose non rimaste.»

Eppure salgono ancora bagliori
da punti esatti sotto la distesa
di castagni e si possono vedere
piccoli cocci che brillano quasi
fino al livello del mare, voltandosi.

*

da DI LÀ DAL BOSCO
(Le Voci Della Luna, 2012)

But I will not follow you to the sealine
(Steve Kilbey)

Non ho più intenzione di seguirti,
ora,
anche se non sei altro che la voce
di un primo sole bianco e remoto.

I percorsi attraverso le stagioni
non sono mai stati chiari o brevi
ma nel rumore di fondo
dove ti ho avvertito sempre
si apre un vuoto che non conoscevo.

*

da CHI SCRIVE HA FEDE?
(Fara Editore, 2013)

Questo giorno non andrà
nel novero dei giorni luminosi:
un cielo quasi plumbeo si è protratto
fino alla soglia della notte,
senza parole spese invano,
senza apologia di momenti
aperti e subito richiusi.

(1999)

*

Ogni mansione ha avuto notte
in giorni disseminati,
in laconici giorni
riassunti dalla formula di un’aria
che si deteriora lentamente:

una discesa nella contingenza
corporale, una caduta breve
e profonda, alimento il vuoto,
corona il bosco e l’alloro nel sole.

(2000)

*

La purificazione che nel cielo
si è compiuta per opera del vento
non porta conseguenze alla disfatta
dell’estate.

Il silenzio dei muri a retta è forte
e non basta il frusciare delle serpi
o delle foglie d’erba secca a entrare
nei ricordi.

Le voci dove mi trovavo allora
sono da qualche parte ad aspettare
il ritorno del suono del rimbalzo
del pallone.

(2011)

*

Ce ne vorrebbe di tempo
per tirare fuori i nomi
dal mucchio di oggetti da macero
cresciuto dietro la casa non finita.

Anche il periodo dell’anno
finisce per contare
con l’ora del giorno
la lunghezza delle ombre
i piani di esistenza
e i tappini di latta
dei succhi di frutta
ritrovati nell’erba.

Ma è il nome del riflesso
che cambia di continuo
e sotto tutto il resto
a ruota.

(2012)

Nota Biografica

Sono nato nel 1974 a Firenze. Ho molti interessi ma i principali sono senza dubbio la letteratura e la musica. Ho pubblicato la raccolta di poesie Magari in un’ora del pomeriggio (Fara Editore, 2011). Altre poesie sono presenti nelle antologie Scrivere per il futuro ai tempi delle nuvole informatiche (Fara Editore, 2012), Di là dal bosco (Le Voci Della Luna, 2012), Chi scrive ha fede? (Fara Editore, 2013) e in rete. Come musicista ho fatto parte di vari gruppi fin dall’adolescenza, spaziando tra rock, elettronica e sperimentazione e dedicandomi principalmente alla chitarra elettrica, ai sintetizzatori e ai sampler/sequencer. Attualmente sono impegnato con due gruppi: Video Diva (gothic rock) e Downward Design Research (elettronica). Con lo pseudonimo di aal (almost automatic landscapes), a partire dal 2001, ho intrapreso un percorso di ricerca sonora in campo elettro-acustico, concreto, elettronico e ambient, pubblicando lavori per varie etichette, anche in collaborazione (con Logoplasm, Adriano Zanni/Punck, Matteo Uggeri/Sparkle In Grey e altri). Dal 2011 i temi della ricerca del progetto aal sono stati spesso destinati alla sonorizzazione dal vivo di eventi performativi legati alla poesia.

Nel web:  http://davidevalecchi.blogspot.it/

Nur wer die Sehnsucht kennt…. il Lied romantico


Partitur_Sehnsucht

Nur wer die Sehnsucht kennt…. il Lied romantico*

Anna Maria Curci

 

Perché proprio il Lied romantico?

La scelta di imperniare questo contributo sul Lied romantico scaturisce dalla natura stessa di questo: splendido connubio, probabilmente mai ripetuto a così sublimi livelli, tra parola e musica, il Lied romantico mostra quali vette possa raggiungere la fusione tra Volkspoesie e Kunstpoesie, tra radici popolari, e dunque collettive, della cultura – nel nostro caso della cultura germanica – e creazione individuale dell’artista, del poeta, così come del compositore. Con le parole di Ladislao Mittner: «Soltanto il breve e pur compiuto Lied, frammento dell’anima, ma frammento di eternità, perché riflesso immediato dell’eterna mobilità dell’anima, costituisce una vera e sostanziale saldatura tra il romanticismo poetico e musicale. Con Schubert e poi con Schumann sembrò quasi che la musica volesse dire un’altra volta tutto quello che la poesia aveva già detto; e certo gran parte – la parte migliore – della poesia tedesca divenne proprietà del popolo tedesco soprattutto perché i compositori romantici avevano saputo esprimerne con geniale sensibilità i più profondi valori».

Goethe, Schubert e Schumann

Non mi soffermerò sulla biografia di colui che non a torto può essere considerato la divinità olimpica della letteratura tedesca, con i tratti apollinei che prevalgono, senza peraltro offuscarli, su quelli dionisiaci. Mi preme tuttavia chiarire in via preliminare che il nome di Goethe e, soprattutto, la sua presenza centrale in un contributo – per quanto breve e circoscritto possa essere – al Lied romantico non equivale in alcun modo ad annoverarlo nella schiera dei poeti romantici, con i quali fu sempre mantenuta una distanza evidente e sempre percettibile.  Altro discorso, invece, va fatto per la musica romantica che si manifesta nei Lieder che trasformano in partitura i suoi componimenti.

Con Erlkönig (Il re degli Elfi), Goethe si cimenta con un genere, la ballata, che affonda le sue radici nella cultura germanica, che ne simboleggia, per essere più precisi, lo spirito. Berchet notava, nella sua Lettera semiseria di Grisostomo del 1816, lettera che presentava al lettore italiano, tra l’altro, alcune ballate,  che queste sono fondate sul meraviglioso e sul terribile. Goethe inizia a comporre ballate sin dalla sua giovanile fase stürmeriana. Anche nel Re degli Elfi, che è del 1782, dunque di un periodo successivo alla fase Sturm und Drang del poeta, si avverte l’influenza di Herder. Il teorico, poeta e filosofo insieme, dello Sturm und Drang, infatti, aveva tradotto da un originale danese la ballata Erlkönigstochter (La figlia del re degli Elfi).

La struttura di Erlkönig riprende quella già sperimentata in un’altra ballata di Goethe, Der Fischer (Il pescatore). La quartina iniziale e quella finale hanno rispettivamente la funzione di introduzione e di epilogo narrativi. È nel corpo centrale che domina il ritmo mosso e vivace della ballata. Il padre cavalca, portando con sé il figlioletto gravemente ammalato, nella notte fitta di ombre, in un “paesaggio germanico di antica memoria”, come lo definisce Roberto Fertonani, al quale dobbiamo l’impeccabile traduzione. Qui, tra le nebbie e i salici, vive il re degli Elfi con le sue figlie. Il bambino sente la voce carezzevole del re degli Elfi che lo invita a entrare nel suo mondo fantastico. A nulla valgono gli sforzi del padre che cerca di riportare il fanciullo, oramai in pieno delirio, alla rassicurante realtà del mondo razionale. L’alternarsi delle voci, il ritmo incalzante, le frequenti onomatopee e allitterazioni, non potevano che suggestionare profondamente musicisti come Beethoven e Schubert. Fu proprio Schubert, nel 1815, a trasporre la ballata goethiana in un Lied per pianoforte e voce maschile.

Anche il celeberrimo Italienlied, il canto di Mignon, è una ballata, poi inserita nel romanzo di formazione per eccellenza, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister. Goethe la compose addirittura prima del suo viaggio in Italia. Chi è Mignon, questo misterioso personaggio che compare nel romanzo sin dalla sua primissima stesura, Die theatralische Sendung (La vocazione teatrale)? Il germanista Ladislao Mittner e lo storico della filosofia Vittorio Mathieu vedono in Mignon l’incarnazione dell’Urkind, del fanciullo primigenio. Nei brani Nur wer die Sehnsucht kennt e Kennst du das Land, …, Mignon dà voce alla Sehnsucht, concetto romantico per eccellenza che riunisce e dialetticamente supera i termini italiani di “nostalgia” e “anelito”.

La ballata di Mignon, che Goethe pubblicò anche separatamente, colpì in maniera feconda la fantasia di compositori, da Beethoven (1815), a Schubert (1821), Liszt (1842), Schumann (1849), Thomas (prima dell’opera Mignon: 1866)  e Wolf (1888), Čajkovskij.

Eichendorff e Schumann

Joseph Karl Benedict von Eichendorff nasce nel 1788 a Lubowitz (Slesia) e trascorre la sua infanzia nel castello paterno. Il tema della nobile dimora di famiglia esercita una profonda influenza sulla sua poesia, nella quale il castello paterno viene ad assumere il ruolo di centro di incontri ed esperienze vissute di carattere romantico. Nella sua produzione lirica, invece, a dominare è il modello del Volkslied, del componimento poetico popolare. Tuttavia, gli effetti di questa scelta si avvertono nel carattere melodico e in una certa semplicità della forma linguistica. È all’io lirico, moderno, espressione di una soggettività isolata, al viandante solitario, figura centrale nell’opera di Eichendorff, che dà voce anche la poesia Mondnacht (Notte di luna), composta nel 1837.

Il componimento, in tre quartine di giambi rima alternata, segue un andamento ben preciso: nella prima strofa l’io lirico ha l’impressione – come ben esprime l’uso prevalente della comparativa irreale – che cielo e terra si uniscano in uno slancio di attrazione reciproca; nella seconda strofa a dominare sono le percezioni raccolte da singoli dettagli del paesaggio circostante – si può parlare di un vero e proprio idillio della natura nella stagione della primavera inoltrata: la notte stellata, lo zefiro che fa ondeggiare lievemente le spighe, lo stormire delle foglie; nella terza e ultima strofa è di nuovo l’io lirico a prevalere, nel suo superare i limiti della fisicità e nel farsi una cosa sola con la natura percepita come beseelt, dunque “animata”.

La traduzione in un Lied per pianoforte e voce solista, ad opera di Robert Schumann, è del 1840.

Heine e Brahms

Heinrich Heine, che ebbe modo di far conoscere, con i suoi sapienti e spesso graffianti resoconti, la letteratura romantica tedesca ai lettori francesi dell’epoca di Luigi Filippo d’Orléans, fu lui stesso poeta, autore di Lieder che hanno fatto la storia di questo genere. Il suo oscillare tra l’adesione alla vivissima e composita materia romantica, così come al romantico sentire, e l’ironico distacco dal sentimentalismo, è percepibile nella sua raccolta del 1827 Buch der Lieder (Libro dei canti), in maniera tanto chiara, da consentire una precisa ricostruzione del percorso poetico dell’autore. La raccolta è composta di quattro parti, che costituiscono altrettanti cicli di poesia: 1) Junge Leiden (Giovani dolori); 2) Lyrisches Intermezzo (Intermezzo lirico); 3) Heimkehr (Ritorno a casa); 4) Nordsee (Mare del Nord).

Der Tod, das ist die kühle Nacht (La morte è la notte fresca) fa parte del ciclo di poesie Heimkehr.

Il Lied di Brahms, op. 96 nella sua raccolta Vier Lieder (Quattro Lieder) è stato composto nel 1884 e pubblicato per la prima volta nel 1886

Conclusioni

Il fecondissimo apporto della poesia romantica (post-romantica con Heine, ma con tutti i rapporti profondissimi  che questi intrattenne con il modello romantico) alla produzione liederistica non si esaurisce neanche con il tardo-romanticismo musicale di Brahms. A provare che la Sehnsucht romantica è in grado di esercitare potentissime suggestioni sulla creazione artistica legata al mondo dei suoni sono ancora, a partire dal 1888, i Lieder di Mahler dedicati alla raccolta di poesie popolari Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo) di Brentano e Arnim e, nell’universo dodecafonico, i Lieder giovanili (Jugendlieder) di Alban Berg, composti tra il 1904 e il 1908.

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* La scelta di pubblicare oggi, 29 luglio 2013, il breve contributo, tratto da una conferenza tenuta qualche anno fa presso l’Associazione Culturale Eur, è legata alla ricorrenza dell’anniversario della morte di Robert Schumann. I testi dei Lieder, nell’originale tedesco e in traduzione italiana, si possono leggere qui: Liedertexte.

© Anna Maria Curci

Milo De Angelis, Millimetri

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Quando ho aperto per la prima volta Millimetri mi si è spalancato un mondo incomprensibile, ma di quel mondo avevo memoria. Ero un neonato che si guardava attorno. C’era solo il dovere arcaico di entrare in quel mondo, così come per ogni neonato. Avevo sedici anni anni ed è stata l’esperienza più forte che la poesia mi ha regalato. Leggevo quelle parole oscure ma necessarie ad alta voce sul pullman, al mattino presto, andando al liceo. Altri ragazzi ascoltavano. Alcuni ridevano, altri scuotevano la testa, qualcuno restava ammutolito. Poi c’era chi ripeteva i versi che leggevo, diceva che erano pazzeschi, che la poesia è una cosa pazzesca. […]

“Ciò che è stato compreso non esiste più” ha scritto Paul Eluard. Millimetri di Milo De Angelis è un libro che non verrà mai capito del tutto e quindi esisterà sempre. Ma la sua compattezza ha delle crepe, e in quelle crepe il senso cade ed emerge di continuo e così il lettore, che procede per illuminazioni e oscurità simultanee, impossibili. Tanta poesia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta si è compiaciuta della propria oscurità. Qua non c’è nessun compiacimento. Il limite è estremo e reale, mette in gioco tutto. La poesia di Millimetri spinge oltre la poesia, come la Nottola di Minerva prende il volo e non si sa dove arriverà ma prende il volo e ci strappa da noi. […]

(dalla postfazione di Aldo Nove e Giuseppe Genna alla nuova edizione di Millimetri, ripubblicato da Il Saggiatore, nella collana “Le Silerchie”)

 

I bastoni
hanno frantumato l’ultimo secchio
e ora il villaggio fa
silenzio
nella corte marziale. Ecco
l’inchiostro, tra una moltitudine
di assetati in orario,
un cognome:
tutte le uova molli
giungeranno
per forza o per disprezzo
e quel
faraone darà la staffilata
che ancora oggi ferisce
e le fa terrestri.
Chi genera il tempo
ha il volto arato e con pazienza ripete
che noi ubbidiamo.

 

*
Ora c’è la disadorna
e si compiono gli anni, a manciate,
con ingegno di forbici e
una boria che accosta
al gas la bocca
dura fino alla sua spina
dove crede
oppure i morti arrancano verso un campo
che ha la testa cava
e le miriadi
si gettano nel battesimo
per un soffio.

 

*
Per voi che
chiudete questa voce
le spighe giungono, terribilmente presto,
e tutte hanno un collo
da poche lire sotto la cesoia,
una benedizione proprio a loro;
a loro e all’universo. Solenni,
fracassati in ogni muscolo,
lanciano il trattore, l’enorme triangolo
dove agosto si accampa
e vive di fichi
e tutti sono in preda,
stretti fino al proprio ferro: una
calma tropicale, una vigilia.

 

*
Quando le mani, a mezzaluna,
ricevono un calendario in
sangue di cicogne,
ogni uomo sparge sul fazzoletto
spazio e ferro: spuntano
dal battesimo i tiratori scelti
per una fame che non vuole pezzetti
e noi a valle con una pietra in pugno
alzati di scatto e mortali.

 

*
La testa cade a piombo
e si slaccia
nel pomeriggio strappato
al pensiero
ogni maniglia si aprì, fece silenzio.
Noi fermiamo lì una guerra
con navi serene e gelide.

 

*
Ma il pane nelle fermate
del terremoto non basta più
e il ladro ha
una scarpa sola.
Così sia. Nella testa
sbranata da una primavera
porge il latte a chi
l’ha posseduto e l’ha rotto.
Con tutti i denari, soffiando pari o dispari,
un capogiro tornerà
tra i ferri vecchi. Allora
noi donne lo daremo, alla luce.

 

*
I camion in punta di secolo,
con un chilometro
della loro stessa radice
stanno per
essere certi, per scendere quello
che si spezza è una
voce bollente
di calendari e risaie
murate nella brocca
quando un mirino allaga il maschio.
Ma quei due squilli
portatori di polline,
quel velo!

 

© Milo De Angelis

 

La Domenica (quando se li porta via) e Ugo Riccarelli

berlino 2011 - foto gm

Fate bene attenzione a quello che ora vi racconto. Così il signor Hrabal avrebbe cominciato una delle sue storie e allora voglio anch’io usare le stesse parole per raccontare la mia e voi ascoltatemi attentamente perché non sarà semplice capire tutto quanto. Inoltre non mi sembrate molto intelligenti, con quell’andare avanti e indietro, il capino grigio e lo sguardo fisso. Sembrate più interessati alle briciole di pane che alle chiacchiere di un uomo seduto sul davanzale di questo schifoso ospedale, ma non posso pretendere altro pubblico, perché quando si arriva alla fine di una storia quello che è stato è stato: il destino o la nostra stupidità o l’orgoglio, fa lo stesso. Insomma: è quello che abbiamo mangiato, digerito e sputato, solo questo fa la vita degli uomini. Il resto conta poco.

***
Ugo Riccarelli – Stramonio (Piemme 2000 e Einaudi 2009)

Corrado Benigni – Tribunale della mente

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Corrado Benigni – Tribunale della mente – Interlinea 2012

«Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale.» Corrado Benigni pone in esergo a una delle poesie di Tribunale della mente, (a pag. 61), questa citazione, tratta dal capolavoro di Salvatore Satta Il giorno del giudizio (Adelphi 1979 e successive edizioni); a questa aggiungiamo un’altra citazione tratta dallo stesso libro «aveva trovato nella legge quella certezza che gli sfuggiva nella vita, e si sentiva naturalmente portato a scambiare la vita con la legge.» e proviamo a fare un ragionamento. Questo libro bello e tenace è composto da quattro elementi fondativi: Cervello, cuore, giustizia e testimonianza, tenuti insieme da un filo che è il metro ovvero la metrica. Benigni è poeta e avvocato, in apparenza sono queste le peculiarità che assemblate hanno portato alla scrittura di questi testi, ma c’è qualcosa prima. Prima c’è un senso di giustizia altissimo, c’è la prudenza del ragionamento, c’è, con ogni probabilità, un cuore che accelera e che sa scuotersi. Vengono, poi, il poeta e l’avvocato, entrambi sanno stare un gradino sotto la sommarietà, entrambi conoscono la sottile linea, il varco stretto che separa una condanna da un’assoluzione, un innocente da un colpevole. Il passo corto tra la virtù e la colpa, che mutano a seconda dei periodi storici. Le quattro sezioni sono estremamente dense, i versi rappresentano la battaglia tra la sapienza antica del cuore e la sapienza altra, quella delle regole e delle norme che appartiene al cervello. Le poesie di Benigni sono belle e sostenute da un rigore metrico mai fine a se stesso, ma naturale, usato da chi ha appreso la lezione del Novecento senza averne timore, da chi guarda a un Fortini, a  un Giudici, con un rispetto dal quale non fuggire. Il poeta usa un linguaggio tecnico e ne fa poesia. È il nostro tempo che viene raccontato con la precisione del dire e l’accortezza del levare. Il non detto, il giudizio sospeso, sono alcune delle chiavi di lettura di questo percorso. Gli imputati, i colpevoli, gli innocenti, i condannati per sbaglio, gli scampati alla Legge, i giudici, i testimoni, le prove e la loro mancanza, stanno lì sul palcoscenico e il teatro è la vita stessa. La posta in gioco che Benigni stabilisce è quella dell’onestà e, un gradino più sopra, il premio della pietà, della carveriana compassione. Tribunale della mente è una passeggiata bellissima ma in salita, si procede lentamente, si fanno delle soste, si arriva in cima e come panorama troviamo una domanda: Qual è il reato?

© Gianni Montieri

***
Alcuni testi estratti dal libro

Siamo davvero la misura di una colpa
o la memoria di un silenzio che ci contiene?
Quale crimine consumiamo senza commetterlo?
Da quale morsa verrà l’assoluzione? Guarda
le parole diventare cenere, qualcosa, forse,
si ricompone tra chi resta  e chi muore,
tra l’innocente e il supplizio – una voce rappresa.
Giudica tu ora chi parla.

***

Non c’è parola al di sopra
di ogni sospetto, non c’è impronta,
prigionieri di una legalità senza respiro.
Accelerate i passi,
c’è un termine ultimo da tenere in vita
cui rimettere questo caso.
Tutto è persuasione o preludio,
ma quel che si vede è difficile
da provare.

***
LA DIFESA

Separa l’acqua dalla sabbia
distingui la colpa dal dolo,
non perdere di vista nulla
di queste parole irredente,
sussumi l’errore della verità.
Cosa spinge l’uomo al crimine?
Un desiderio di giustizia? Forse
c’è una difesa già scritta dentro un precedente,
come l’anello di un’unica catena
o la luce di ritorno delle stelle. Seguila,
da solo, nell’imminenza, fino all’ultima parola,
dove i fatti non hanno contorni esatti
e false piste disegnano la verità.
C’è una giustizia da tradurre
tra gli indizi e la ragione,
un destino non scritto.

***

Siamo comunque l’attesa di un giudizio
che torni a riscrivere tutto
con poche parole esatte.
Intanto qui madri hanno mani insanguinate
e i ragazzi affondano coltelli.
La pioggia non è più pioggia ma domanda e sete,
sentenze grondano grida e non ricuciono niente
del silenzio che scava
senza indulto questo tempo.

***

Trova tu la formula assolutoria
ma non ci sarà salvezza,
la giustizia non ha nome,
questo nome è la tua colpa.

***

La morte ci sorveglia
nel suo cerchio di misura e legge.
Quale mano dà l’ordine?
È giusta la voce che sentenzia il nulla?
Tutti stiamo tra il sangue e la parola.

***

Ognuno custodisce un male
sceglie un nome alle cose
e patteggia inconsapevole la sua pena,
perché
perché come una voce inquirente
la memoria ci insegue.

Anna Toscano – my camera journal 8

2013-07-22-22-27-58

A Sampa vivo in un palazzo di 7 piani, piccolo viste le proporzioni che ci sono qui. Il palazzo dà su un largo: vi vendono fiori, c’è qualche statua e i proprietari di cani fanno defecare le bestiole in fretta e poi li riportano subito in casa. Da venerdì pomeriggio a lunedì all’alba la geografia umana, già fortemente contraddistinta, muta con l’arrivo di persone da tutta la megalopoli. L’ottanta per cento delle persone che incontro in quelle circa sessanta ore hanno corpo di donna e testa di uomo, a volte corpo di ragazzina con testa di ragazzino. Non c’è genere classicamente inteso che tenga, non c’è voce che non tradisca, non c’è abbigliamento che copra. Per lo più a gruppetti, o sparse sotto i muri, o a mano di qualcuno vagano. Vanno in discoteca qualche civico più in là, anche di domenica mattina sono ancora in fila con la musica che pompa a tutte le finestre del vicinato. Verso la domenica sera non c’è alcool o sostanza che tenga, tutto diventa vortice e chi vomita chi corre a seno nudo in mezzo alla strada. Il lunedì mattina la normalità alla cassa del supermercato, i vestiti coprono corpi in trasformazione, la barba in ricrescita non più nascosta dal cerone. Rimangono voci di paperino che sforzano acuti da soprano. Anche l’identità è prêt-à-porter.

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© Testo e Foto di Anna Toscano

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leggi il my camera journal 7

La forma del dolore: sperimentazioni linguistiche nella poesia di Maurizio Landini. di Martina Daraio

Pubblichiamo oggi il secondo dei due interventi di Martina Daraio, dottoranda in Scienze linguistiche filologiche e letterarie presso l’Università degli Studi di Padova. Il suo ambito di ricerca è quello della poesia contemporanea marchigiana, terra in cui è nata**, ambito d’indagine cui fanno riferimento anche questi articoli.
Il post riporta la presentazione del poeta Maurizio Landini, che è stata fatta di recente in occasione dell’VIII edizione del festival di poesia “La punta della lingua” di Ancona, con una selezione di testi.

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Maurizio Landini è nato ad Ancona, dove vive, nel 1972.

La scrittura poetica lo accompagna sin da giovanissimo ma la scelta di pubblicare nasce solo in seguito la morte del padre. Il titolo della sua ultima opera è un esplicito riferimento a questo evento: la raccolta, edita nel 2012 dall’editore Marco Saya, si intitola infatti Lo zinco, Lozinco-MaurizioLandini_zps078b8aaee nella dedica leggiamo subito il perché: dice: “mio padre e la cenere li separava lo zinco”. Come spiega l’autore nel suo blog, “di zinco è realizzato l’involucro che ricopre la bara di mio padre, a un anno dalla sua morte, durante il trasporto verso il cimitero di San Benedetto del Tronto, dove si trova il forno per la cremazione. Obbligatorio per legge, esso impedisce una possibile fuoriuscita di sostanze tossiche derivate dalla decomposizione. (…) Lo zinco ci separa dal marcio, dal miasma ma non può nulla contro il dolore del lutto.” Lo zinco è dunque il materiale della cassa in cui è trasportato il corpo senza vita del padre, lo zinco è ciò che divide la vita dalla morte, quello che vediamo da quello che non possiamo vedere, il prima dal dopo, ma che in questo suo potere di separare spazi e tempi non arriva ad impermeabilizzare il dolore.

La raccolta è allora costruita interamente attorno a questo tentativo di avvicinarsi al dolore col solo strumento possibile: la poesia. “Si va con la poesia / incontro alla morte”, recita infatti il primo testo. Con questo obiettivo di comunicare l’ “indicibile” l’operazione compiuta da Landini si configura innanzitutto come ricerca sul linguaggio. Particolarmente interessante proprio per l’alto livello di sperimentazione è la seconda sezione della raccolta, intitolata –sonnia : –sonnia, spiega ancora l’autore nel suo blog, è “la radice sonnolenta dell’insonnia”, è la condizione di attesa del sonno e insieme di arrendimento al dolore. Una condizione di intorpidimento della razionalità in cui a prevalere è l’aspetto percettivo e sensoriale che vive di istanti e squarci piuttosto che di condizioni o situazioni: le dimensioni temporali e spaziali, infatti, nelle poesie di Landini sono pressoché assenti o comunque limitate in stati puntiformi.

Questo tentativo di rappresentare nel testo poetico una sensazione pre-razionale o pre-consapevole rappresenta il fulcro dell’interesse descrittivo di Landini sia a livello tematico che a livello formale ed è, come vedremo, anche l’aspetto più attuale della sua scrittura. Gli anni che stiamo vivendo infatti, e che sono stati definiti iper-modernità, sono da poco succeduti ad un altro periodo, chiamato post-modernità, che per tutti gli anni Ottanta e Novanta ha regnato incontrastato nell’Italia di Craxi e del crescente spirito neoliberista: in anni, cioè, in cui i “padri” erano stati simbolicamente uccisi dalle rivolte sessantottine, le ideologie politiche erano ormai finite o fallite, e il dialogo col passato sembrava possibile solo in forme parodiche. Gli psicanalisti ci parlano della società odierna come di una società caratterizzata dall’ “eclissi dei padri”, dalla mancanza di punti di riferimento univoci e solidi, che ha provocato forte senso di spaesamento e di attesa molto simile alla condizione di –sonnia descritta da Landini. Alla figura del padre si è sostituita quella che provocatoriamente potremmo dire del papi, che è una specie di giovanilistico cugino o fratello maggiore come esemplifica Landini in un suo testo quando scrive: “I padri che vedo sono giovani; / i figli sulle spalle vestono uguali / ai padri”.

L’arrivo dei media, inoltre, ha attivato il processo di virtualizzazione e spettacolarizzazione di ogni evento trasformando anche le tragedie umane in una sorta di show: basti pensare a tutte le guerre che abbiamo “combattuto” davanti alla tv a cominciare da quella Golfo fino all’indimenticabile attentato delle Torri Gemelle, in cui più che all’effettiva devastazione di corpi e di vite sembrava di assistere ad un film. Dagli anni Ottanta e Novanta la finzionalità ha così iniziato a pervadere ogni ambito dell’esistenza (dai discorsi della politica alla retorica del marketing e della pubblicità) producendo un’ipertrofizzazione del discorso e la conseguente impressione che nulla si potesse più dire o fare di veramente autentico. La parola stessa appariva esaurita in un contesto in cui tutto sembrava già stato detto e già stato svuotato di senso. Per dire “ti amo”, spiegava Umberto Eco, ormai era necessario dire “come direbbe Liala, ti amo disperatamente”.

Alla luce di queste premesse si può quindi comprendere perché la contemporaneità, o iper-modernità, per uscire da questa fase di impasse e di torpore debba attivare un processo di ricostruzione che parta dal ridefinire le fondamenta dell’uomo e tra esse, come fa Landini, c’è la ricerca di un nuovo linguaggio. Per spiegare questo aspetto, che è quello cruciale, mi avvarrò anche della lettura del testo ancora inedito di Landini che uscirà a novembre sempre per Marco Saya editore col titolo Dorsale: in questa raccolta, ancora più che in –sonnia, Landini cerca di solidificare la percezione di spaesamento e lo fa innanzitutto ricercando il primordiale, ricorrendo all’archetipo. In Dorsale il vuoto diventa piombo o ferro, antico e rugginoso. Ma non solo: si parla di danza, nascita, morte, proprio in una riscoperta dell’esistenza delle sue componenti più elementari, dalla tavola degli elementi.

All’interno di questo processo di riscrittura delle origini dell’uomo e della poesia si inserisce poi un secondo archetipo che caratterizza la scrittura di Landini e di molti autori contemporanei, e che è quello dell’oralità: la poesia rinasce per essere letta, percepita dai sensi, performata, il poeta stesso rinasce a sua volta nella sua funzione pubblica e ridiventa un cantore, proprio come accadeva secoli e secoli fa agli esordi del genere poetico. Assume allora una grandissima importanza il lavoro prosodico, sui suoni e sui ritmi, attraverso il quale rendere sperimentabile il senso della mancanza come qualcosa di fisico. Nella realtà di una parola mutilata, ad esempio, si rivive l’esperienza disorientante di una perdita, del senso di vuoto. Il silenzio della pagina e gli spazi bianchi vanno quindi in misura sempre maggiore ad insinuarsi all’interno del verso o della parola stessa (con espressioni come “chi-amano”, “mi-dolgo spinale”, “fai come dio, sanguimi” invece se seguimi) producendo un senso di straniamento attraverso il quale dare forma al sentimento della mancanza. Una mancanza, o distanza, che però non riguarda più solo le persone scomparse ma anche quelle presenti: si tratta infatti di un’inautenticità dei rapporti, un’impossibilità di incontro umano che è tutta postmoderna e dalla quale si vuole uscire.

Per concludere, tornando al nesso tra la scrittura di Landini e la perdita del padre, vale la pena domandarsi all’interno di questa rinascita dell’uomo come si costruisca il rapporto coi padri in senso lato: quali siano i modelli a cui l’autore si ispira. Nel corso del periodo postmoderno si sono infatti perse delle figure solide di riferimento anche dal punto di vista storico-letterario. Alla tradizione storiografia desanctisiana si è sostituito un orizzonte polifonico e relativista. Non c’è una sola scuola, non c’è una sola tradizione in cui inserirsi, ma anche grazie ad internet ciascuno è libero di leggere quello che vuole di scegliere i suoi “padri” e costruirsi un percorso personale. È stato infatti significativo che quando io ho chiesto a Landini poeticamente quali fossero le sue “radici” lui in un primo momento mi abbia risposto parlando di “influenze” citando autori presenti, passati, italiani e stranieri il cui unico punto di contatto era l’interesse di Landini nei loro confronti e quindi, in particolare, nei confronti delle loro scelte linguistiche. Questo, che in un primo momento può apparire un limite disorientante e difficile per chi volesse tentare di costruire correnti e criteri di incasellamento degli autori, è però il punto di forza della poesia contemporanea che proprio grazie a questa libertà nella scelta dei modelli e dei percorsi può fornire solide basi ad ogni tentativo di riscrittura creativa, e sostanziale, dell’uomo e della società.

© Martina Daraio

[*]

Si va con la poesia
incontro alla morte, a giorni,
a brani, uno per pollice
gli acini dei rosari.

I

L’attimo prima
del taglio è il rumore

di carne che cede
l’urlo che taglia il lume degli occhi.

III

Cuci mia labbra luminanza
gracile luce la gialla

sbiadisce l’attesa   fila nero
la sutura del giorno.

IV

Occhi calcari mi chiamano
all’ordine de la polvere

le penombre
chi amano indietro i mattini.

da Lo zinco, Marco Saya Edizioni, Milano, 2012.

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Maurizio Landini è nato ad Ancona nel 1972. Ha scritto le sue prime poesie nel 1986, ispirandosi a un disco di Jean Michel Jarre. Poi si è appassionato a un sacco di cose come la musica elettronica, la fantascienza, i soldatini e l’antropologia culturale, senza rinunciare alla mania di scrivere. La sua prima silloge, Permanenze Lontane (Edizioni della Sera), è del 2011. Nello stesso anno ha creato il progetto di poesia e immagine VersigrafìeEsacerbo (Maldoror Press) è invece un e-book pubblicato nel 2012; nello stesso anno, per Marco Saya Edizioni, esce Lo zinco. Il suo blog si trova qui.

**Martina Daraio è nata a Ancona nel 1987. Dopo aver conseguito la maturità scientifica si è iscritta a Lettere Moderne (indirizzo Storico-artistico) presso l’Università di Bologna, dove si è laureata nel 2009 con una tesi sulla letteratura italiana di migrazione. Nel 2007 ha vinto la Summer Undergraduate Research Fellowship presso il Caltech di Pasadena (Los Angeles) effettuando una ricerca sulla produzione letteraria da luoghi di reclusione nel XVI secolo. Nel 2011 ha conseguito la laurea in Filologia Moderna (indirizzo Teoria e critica della letteratura) presso l’Università di Padova con una tesi sull’attualità di Calvino. Nel 2013 ha iniziato il Dottorato di Ricerca presso l’Università di Padova occupandosi del rapporto tra poesia e territorialità attraverso l’analisi geocritica e geopoetica del caso marchigiano contemporaneo.