Giorno: 30 giugno 2013

Festa di poesia 2013, Pordenone

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Anche quest’anno a Pordenone si svolgeranno due giornate dedicate interamente alla poesia: i poeti invitati per le serate saranno chiamati a leggere i loro testi nel piacevole contesto del Chiostro della Biblioteca Civica, alle ore 21.00 di Lunedì 1 luglio e Lunedì 8 luglio.
Qui di seguito riportiamo i nomi dei sedici poeti invitati a leggere. Pordenone è un centro molto attivo nel Nord Italia per quanto riguarda la poesia e la sua condivisione, si preannunciano due serate interessanti, di scambio, ascolto e riflessione.

Pordenone, Chiostro della Biblioteca Civica

LUNEDÌ 1 LUGLIO ore 21.00

Alberto Cellotto | Roberta Durante | Rita Gusso | Andrea Longega | Maddalena Lotter | Luigi Natale | Giulia Rusconi | Giovanni Turra |

LUNEDÌ 8 LUGLIO ore 21.00

Andrea Breda Minello | Vincenzo Della Mea | Fabio Franzin | Sebastiano Gatto | Francesco Indrigo | Marco Scarpa | Francesco Targhetta | Antonio Turolo |

La Festa di Poesia 2013 è promossa da

PORDENONELEGGE

BIBLIOTECA CIVICA

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Giuseppe Genna – Fine impero (doppia nota di lettura)

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Giuseppe Genna – Fine Impero – Minimum fax 2013

“Nel tempo in cui nulla più è sacro”

Fine impero è in libreria per i tipi di Minimum Fax, e attorno a lui già gravita tutto ciò che potete trovare qui. Perché il lavoro di Giuseppe Genna è organismo vivente offerto in libera consultazione. Genna sa che la nostra scrittura è molto più consapevole di noi: la sua officina di riflessioni è sempre aperta, scritti compiuti assumono versioni 3.0,  nomi e sintagmi rimbombano da un libro all’altro, brani si rivelano denti di ingranaggi successivi. Ogni opera è pulsazione di un cosmo che prende in prestito, per essere detto, un genere consolidato per poi portarlo alla deflagrazione, e chi rinfocola questo cosmo (senza avere la pretesa di dominarlo né l’illusione di arrivare a chiuderlo) ha ben chiaro il proprio sguardo e la propria intenzione: perché tra gli autori che assolvono il compito di fissare il tempo cui apparteniamo c’è lui, Genna, e questo grazie alla sua abilità ad affiancare questo tempo a un battito più ampio, e coglierne lo scarto. È tale scarto a fare del tempo in cui viviamo il tempo nostro.
Fine impero, dunque, ultima scossa del cosmo-Genna in ordine di tempo, si apre con l’inspiegabile morte di una bambina; inspiegabile in quanto morte in culla, inspiegabile come qualsiasi dolore tocchi in sorte ai bambini. Non abbiamo alcun agnello (capro?), ma una dimensione di lutto privata. È perdita assoluta: lo sguardo di chi ha perso un figlio è concavo all’inverosimile, e abbraccia lateralmente, cogliendola ma senza aderirle, la realtà presente e passata in cui è immerso. Raggiunge quello che in Dies Irae veniva chiamato «lo sguardo gelido che suppone di essere testimoniale e non lo è». Il perché non lo sia è uno dei cuori profondi del libro: Fine impero è osservazione di un tempo che ha perso la pietà, brillamento della tragedia. Essa non viene né erogata né richiesta: «Il mio dolore», afferma il narrante durante la sua discesa nella Milano dello show-business rantolante, «alberga ovunque negli eoni, ha posto il cuore del suo impero nel centro del suo cuore. Tutelare il segreto della mia espulsione dalla vita era un imperativo che non riuscivo neanche ad avvertire come immorale». Nulla integra chi parla nella comunità, né c’è, del resto, comunità in cui sia possibile integrarsi: il tempo presente svuota di sacro ogni patto o rito che possa tutelarne la salute. L’albedo che ci spetta è il passaggio dalle quinte alla passerella in una sfilata d’alta moda («Fenditura di luce assoluta, da qui si esce, dal nero al bianco, dal buio cieco all’abbaglio accecante»). Il pasto sacro che ha dato inizio a tutto è una confezione di würstel contesa a gomitate in uno studio televisivo:

[…] si alzano in piedi tutti, la gente, ululano che vogliono i wurstel, la carne carcere dell’anima, le vallette afferrano confezioni di questi wurstel enormi famosi, li lanciano tra il pubblico che sgomita, la gente si lancia ad afferrare al volo la confezione, la gente apre la plastica sottovuoto della confezione, estrae i wurstel crudi, ecco la carne che comanda l’anima in tutto e per tutto […]. Lanciavano wurstel tra la gente che si azzuffava per mangiarli crudi dove cominciò tutto, lì.

Resta l’idea di uno sfascio, di un tempo incapace di aggancio, in cui perfino gli occhi di una tartaruga bastano a sentirci giudicati e minimi, e «il padre abbandonato diviene la figura patetica che fa da capo espiatorio per la città e si porta in esilio la peste che la devastava. Oppure diventa un profeta, ma non è questa un’epoca della profezia, questa non è un’era, non esistono più ere oggi e nell’immediato qui».

© Giovanna Amato

Titolo e citazioni, dove non altrimenti specificato, sono tratte da G. Genna, Fine Impero, Minimum Fax 2013.

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Il vuoto e il respiro

Siamo nel primo capitolo. Immaginate l’aria quando manca e poi, subito dopo, immaginate il respiro, quando torna e quanto sia ampio e vitale. Immaginate quando l’aria manca e quando torna. Quando si ferma il cuore per un attimo  e poi torna a battere, prima lentamente e poi più velocemente. Pensate a una storia e poi alla scrittura della storia. Ricordate: siamo nel primo capitolo. C’è questa scena iniziale del primo capitolo, c’è questo funerale, questa desolazione. Ci sono queste macchine parcheggiate fuori dal cimitero. Queste poche persone. Si sentono pochi passi. Ci sono  un uomo e una donna che stanno davanti agli altri. Una piccola bara bianca in mezzo a questo silenzio. Lei è la madre e lui e il padre. Qui manca l’aria. Avete finito il primo pezzo del primo capitolo, vi manca l’aria, avete voglia di ritornare indietro, a rileggere. Ed ecco la scelta delle parole, come si vanno a formare le frasi, la cupezza e la luminosità – il contrasto – delle descrizioni. La sintassi, i periodi, i punti al posto giusto. Qui torna il respiro. L’aria che manca, il respiro che torna, questo è Giuseppe Genna. “Nessuno sapeva niente di me tranne che ero nessuno: uno che scrive, uno normale, uno poco noto.” Il protagonista e voce narrante del libro, il padre dell’incipit, è uno scrittore. Uno scrittore che non scrive, che per vivere –anzi per sopravvivere – scrive per riviste di moda. Fine Impero racconta un dolore personale, la perdita di ogni cosa da parte di uomo. Genna parte dal  (e usa il ) dolore privato per scavare nella delirante desolazione collettiva in cui è precipitato questo paese. Il crollo dell’Impero viene ripreso da una telecamera che gira vorticosamente tra sfilate di moda, feste in casa di uomini di potere, droga, modelle giovanissime e strafatte, ragazzi che sognano la televisione, il reality, la televisione che li brama. Si passa dalla casa dello Zio Bubba,  l’uomo che accompagna “il padre” in questa discesa agli inferi, casa che è lusso, che è televisori al plasma appesi al soffitto, che è ragazzini che giocano a Wi, altri che scopano, altri che giacciono strafatti, altri che stanno male. Gli occhi di tutti sono vuoti. Nessuno dorme,  nemmeno chi lo fa, ebeti che vegetano, che ridono. L’orgia di corpi, del nulla, prosegue in un capannone fuori città dove si cercano altri corpi da mettere davanti a una telecamera. Würstel/Wrestler. Pubblicità/regresso. Suv che si muovono verso la Brianza, uno dei luoghi più produttivi d’Europa. Ville stratosferiche, dentro una di queste: la festa. Luogo della fine di tutto, del non festeggiamento. Corpi che ballano, corpi in piscina, nudi, vestiti, camere occupate da piccole orge, droga. Baratro. Il protagonista sembra muoversi come dentro una bolla e la bolla si buca ed entra un po’ d’aria biondo cenere. Perdersi in un corpo e ritrovarsi per un attimo. Questa è la fine dell’impero: un mondo perduto e fottuto costruito sul vuoto. Un vuoto che è un orribile palazzo in periferia o una sfilata di moda. Giuseppe Genna non lascia scampo, segue le tracce della fine di un’epoca e la cattura con una prosa cattiva, bellissima. L’equazione che regge il vuoto, risolve la sua incognita nei passi di un uomo che cammina, privo di tutto, verso Milano.

© Gianni Montieri

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