Giorno: 27 giugno 2013

Vita vera

violaParlare di Beppe Viola, vuole dire inevitabilmente fare i conti con una miscela esplosiva di sport, TV, parole, storie, canzoni, personaggi, avvenimenti che hanno caratterizzato e reso unica e irripetibile la vita e la cultura meneghina tra gli anni 60 e 80. Beppe Viola è un’intervista a Gianni Rivera sul tram, Beppe Viola è il commento del derby, è “Vincenzina davanti alla fabbrica”, Beppe Viola è quindi Enzo Jannacci, il Derby, Cochi e Renato; è Vite vere su Linus, Beppe Viola è soprattutto la Milano di Viale Argonne, quella stessa Milano che mi ha visto crescere e il cui accento e il cui respiro fanno inevitabilmente parte del mio DNA (sarà che anche mia madre fa Viola di cognome…). Beppe Viola è anche essenzialmente un uomo, un marito, un padre che domenica 17 ottobre del 1982, dopo aver fatto la doccia, la colazione con le figlie, i saluti; esce di casa per non farne più ritorno. Il libro di Marina Viola: Mio padre è stato anche Beppe Viola – ed. Feltrinelli, parte da qui, parte da quei (più) non detti, quella quotidianità affettiva interrotta che si intreccia col personaggio, ma che è rimasta patrimonio intimo e che ora si disvela in un tentativo quasi catartico di digerire un lutto masticato a lungo e a fatica (e come non potrebbe?).Ma la reale catarsi non si sviluppa nel seppellire, anzi sembra scatenare la rivelazione di una serie di eventi che in realtà vogliono fare giustizia di quel ruolo, che il lutto di un personaggio viola jannaccifamoso arriva sempre a celare. In questa sorta di disincantata famigliografia, gli aneddoti, i racconti, le memorie, non hanno l’ambizione banale e scontata di raccontare un altro Beppe Viola o di svelarne gli aspetti inediti. Il pregio del libro di Marina sta nell’umiltà di raccogliere quei pezzi mancanti, quelle visioni, quegli sguardi da figlia, per provare a completare un’esistenza che inevitabilmente manca. Come nel documentario di Alina Marazzi (Un’ora sola ti vorrei), il cui obiettivo era puntato su una storia di dolore, sfuggita alla memoria immatura e acerba di una bambina di 4 anni, anche in questo caso, dove però il lutto avviene improvviso in piena consapevolezza, la ricostruzione si attua scavando nella storia di famiglia, nell’album di ricordi, ma anche attraverso i racconti di chi ha incrociato e partecipato alla vita famigliare di casa Viola. Il merito del libro è quindi quello di decostruire un personaggio, ricondurlo alla sua domestica quotidianità, riportando allo stesso livello, alle stesse dinamiche i suoi rapporti professionali. Raccontare il pianto di Enzo Jannacci, amico ma anche medico personale di Viola, chiuso nel bagno, è anche questo una traccia di quel giornalismo onesto, pulito, che non si inchinava asservito all’intangibilità demagogica dell’evento ma che lo racconta, lo apre, lo approfondisce nel suo essere assolutamente terreno. Marina Viola, mantiene quindi vivo questo insegnamento e lo fa mettendo a nudo lo stesso insegnante. Devo anche dire che il mio incontro con Marina e il suo libro avviene nell’ambito del biografilm festival di Bologna e dopo aver assistito alla proiezione di due film che vedono protagonista Hunter S. Thompson e il suo giornalismo; pur con i dovuti distinguo, non mi pare così eretico assimilare (ma non pBeppe-Viola-riveraokosso non citare anche il mio mito di sempre, mr. Lester Bangs) la loro missione verso un reporting privo di alcuna remora o pudore nel rendere nudo qualsiasi Re. Marina Viola opera allo stesso modo e il fatto che questo libro esca contemporaneamente alla morte dell’amico di famiglia, Enzo Jannacci, non fa che rendere ancora più necessaria questa storia, che altro non è che la narrazione di una vita vera (e non esclude le nostre).

Poesie di Bernardo Pacini da “Cos’è il rosso” (Edizioni della Meridiana, Firenze 2013)

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da “Cos’è il rosso”

Séma-phoròs

La mia fortuna è che so sterzare d’istinto

Starnazzo al pedone:
«Idiota ma lo sai cos’è il rosso?»
e riparto paonazzo
non prima
però
di sentire lieve
ma distinto:

«E tu
lo sai
cos’è il rosso?»

.

La fortezza è uno scatolone Chiquita

«Le città invisibili di Calvino?
Mai sentito, non è mai stato ristampato…»
– mi risponde, ma pensa a sua madre morta
l’anima lasciata ad asciugare sul filo
a Napoli –

(E intanto la Fortezza è uno scatolone chiquita:
un ossuto titillare di polpastrelli
su una balena di ceramica
o su una maschera Bwa
intarsiata da Olaitan o da suo nonno Sou
ma destinata all’avv. dott. Arena

I venditori di poche parole
attori bugiardi
riparati dietro paraventi rabberciati
commerciano pezzi minimi del loro corpo
tempestati di chiodi storti di armadi

foto di «donne-fidanzati-fiori-donne-donne-fidanzati»
una forchetta l’unica nella miriade di miriadi
con ancora una crosta di pomodoro
il dattiloscritto quello originale famoso
che recita All work and no play makes Jack a dull boy
una pipa che non fuma più
un Bodini spiegazzato
Plutotostapane
lo scialle della regina Elisabetta)

«… però ne ho molti altri di Calvino
tutti a prezzo economico, non andartene ti prego
non lasciarmi qua da solo…»

.

da “Il sangue nelle mura”

La radio dice che
………………………………………………………………………………………a mia madre

La radio dice che
nelle vene non corre sangue
ma oro finissimo
ributtante materia fusa:
mia madre ora è meno madre
ma più infermiera perché
una volta che ero piccolo e mite
a vedere il suo oro
sgorgare dalle ciglia
svenne esangue
La radio dice che
una nuova genìa di cercatori
s’inerpica sulle stalagmiti:
grumi di sangue
di piccole-medie dimensioni
rarissimi coccoli rossi
si rovesciano
dalle loro tasche gonfie

Confusamente anch’ io
– che stabilisco la gerarchia
dei gesti
fino a togliervi significato
per darlo ai miei testi –
soffoco la cena
con il ketchup per renderla
più viva e dolciastra
E la notte diventa
in un semitono
un murales dove Dio
ruffianamente detta
due o tre comandamenti
a uno studente di chimica
che posato lo spray rosso
mi struscia le mani
con una spugna
imbevuta di mercurio
Il cavo delle mie ossa
è un canyon
dove imperversa il torrente
sangue e whiskey
dei miei ossimori

.

Trans-locum: avevano detto che era la fine

E invece no

Da qui si sente a ogni ora
il suono delle campane
qui non ci si corrode di lontananze
non si morde la coda il cane
il cane della mia solitudine
strada macchine marmitte
gas
forse morte ma tra qualche anno
con dignità

Qui alle sette
odore di pane e di libri usati
il fioraio che mette fuori i prezzi
la chiesa aperta a mezzo battente
un amico dietro il portone
che gioca a scacchi con

Le mura della casa
imbiancate di fresco
coprono i buchi dei chiodi
ma sotto scorre ancora
(e ancora) il sangue di Cristo
dentro le fondamenta
di ogni nuova
vecchia vita
(e addio alle fotografie
alle staccionate e ai quadri fantasma
di quella casetta a Padule che forse
non è mai esistita
se non dentro l’impasto
di patate ricordi pomodori sudore
vene vuote rughe scatoloni senza gatti
quella carriola dove a un tratto
sotto un gazebo
ho capito cosa vuol dire
stancarsi e poi morire)

Qua tutto ciò che conosco
sarà irriconoscibile
tutti quelli che non mi conoscono
sapranno chi sono

Rimani tu
dietro lo Statuto
a versare due lacrime per me
davanti a un’orchidea
che non ho coltivato io

.

da “Il dentro delle case”

Al giorno d’oggi, dietro ai cancelli si sospettano le banche private.
Non si sospettano giardini e nemmeno se ne sospettano i
custodi. C’era un racconto che parlava di un custode: lo scrisse
Kafka; ma allora aveva senso parlare di queste cose.

I

Vorrei essere custode del mio sguardo
il teschio
dove incastonare
i miei occhi di alabastro
con cui raschio i pomeriggi

Ho detto questo
e ancora altro
un giorno in un cortile
a una vecchia
che (si dice) muova
un passo in un anno
Mi ha risposto che deve decidere
dove andare a morire:
sulla sedia di vimini
o sotto il pergolato
all’ombra dei vitigni

Le ho farfugliato l’accompagno
si senta libera di morire dove vuole
ho pure una macchina
va a gas è tutto un guadagno

Ma nel suo assurdo pallore
lei ha taciuto
e fissando
rosso il pallone
appeso al reticolato:
«Non ti illudere
di vedere le cose
senza sprofondarci»

Ho saputo solo anni dopo
da una suora:
«Era la custode
del dentro delle case»

II
………………………………………………………………………..a Luigi F. e a suo padre
Il dentro delle case di campagna
è il seme che si spia
dal buco nella mela
fatto col cavatappi

Il dentro delle case di mare
è abitato solo
da crocifissi estivi
i costati di plastica
trafitti dalle zanzare

Il dentro delle case di montagna
è ispido buiore
sgualcito da lucciole chiuse
in un vasetto di miele

Il dentro delle case
è il tuorlo d’uovo
del cui esserci
per fantasmagoria
per familiarità
per fame
siamo certi all’ora di cena

Non esiste cosa o animale
che più del dentro delle case
meriti la sua custode

III

……………………………………………………Tra il faro e il mare c’è di mezzo il dire
Solo una volta
ho visto il dentro delle case
e fu nell’estate di Fiesole
quando le vibrisse della sera
sfiorarono la mano
che tenevo stretta a Clarissa

Tra la malerba e i nidi di geco
in uno spazio di muro
qualche donna lasciò aperta una finestra
e dietro la grata ho visto
la grattugia appesa al camino
la foto di Papagiovannipaolosecondo
un piccolo congresso di diverse luci e un’ombra
di vaso

Nel tempo di un passo si stabilì in me
la fibra pulsante di quella casa
scosse le fondamenta del torace
provocò una faglia
lo pervase di possibilità

Mi voltai e il viso di Clarissa
fu chiave del mondo:
potei guardarlo per un attimo
come in apnea
come se arpionato con le dita allo scoglio
avessi visto in una fessura
la rosa di mare
metronomo della corrente

Allora seppi tutto
del dentro delle case
è assassinio delle cose provare a dirle
senza sprofondarci

.

da “Le ciliegie”

Paradosso nuziale

La cosa più pura del matrimonio
è lo strascico della sposa
sporco di terra del sagrato

non è la compostezza dei parenti
non i fiori affacciati al matroneo
messi e rimossi nel giro di un’ora

La cosa più pura del matrimonio
è lo strascico della sposa
sporco di terra del sagrato

.

da “Ode porica”

Torno a casa
ma non è tornare a casa
se non ci divide qualcosa:
un corteo antifascista
uno strano obeso sulla strada
o un mar tirreno

Bernardo coi baffi
dovrebbe farti rivalutare
i baffi e non Bernardo

e quindi

la tua punizione sta
dentro un ultimo bacio?
echeggia nei miei singhiozzi
da Oltrarno fino a qua

Sarò costretto all’immobilità
imparerò dalle felci a strusciare
il naso con i cocci di vetro

Ironia di Spagna maledetta
non fai ridere
ma t’amo più di questa
poesia cagna

.