Giorno: 24 giugno 2013

Poesie di Giuseppe Musmarra da “Ho conosciuto Indro Montanelli – Poesie sul Tempo umile” (Edizioni della Sera, 2012)

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I CASOLARI

I casolari
svalutati dalla Nuova Ferrovia
svalutati dalla Nuova Autostrada
naturalmente vuoti
troppo vicini
all’asfalto o ai binari
crepati nei tetti derelitti
non risorgeranno mai
ristrutturati.

E noi dobbiamo dire grazie
alla Nuova Ferrovia
alla Nuova Autostrada
consentono coerentemente la morte delle case
popolate da ricordi morti
evitano la violenza del ristrutturare
la minaccia dei faretti
di idromassaggi dove c’erano latrine
di papere che sciamano in comodi casali
ingorde di farro bio e affettato vegano.

Se ancora qualcuno permette la morte
e il ricordo e povero e diruto e umile e unto
se qualcuno permette anzi agevola
la fine strutturale per consunzione
ebbene noi dobbiamo dire grazie
alla Nuova Ferrovia
alla Nuova Autostrada.
All’Orrore che scaccia l’Orrore
All’Orrore che scaccia la Moda.

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PERDERE L’ATTIMO

Nulla è più importante
che perdere l’attimo
Tutti dicono che no
bisogna coglierlo.

Ma cogliere l’attimo
è avere già vissuto.

Perderlo invece
produce nell’ordine
pentimento struggente
senso di vuoto
fallimento
rimpianto iroso.

E’ a furia di perdere attimi
che io rinasco uomo
che un muro liscio
diventa sbrecciato.

Sale di mare
di nuovo apprendistato.

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NEMMENO UN ADDIO

Ricordi – mi pare –
quel movimento strano
l’incedere scoordinato delle macchine
nel giorni comandati al lavoro.

Ricordi – sono certo –
anche quelle voci stridenti
i pullman colorati di turisti
che guardano tutti verso un luogo
un punto preciso
dove chissà perché si ritengono raccolti
particolari tesori
che l’Uomo avrebbe creato.
Qualcosa da vedere
un baleno
uno scintillio
qualcosa – raccontano – che salverebbe dal buio
ogni suo fratello derelitto.

Ricordi poi – speriamo –
quel tentativo di contatto
subito abortito in un errore.
E ancora uno sguardo freddo
un saluto accigliato.

Nemmeno un addio.
Perché Addio
presuppone Incontro.

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ORVIETO

Non mi interessa
quando ti guardo dal treno
che tu sia un luogo d’arte.
Per me potresti essere scarna come Orte.

No, Orvieto: di te gradisco piuttosto
la luce sulla rupe che minaccia di sfaldarsi
il tufo che quando piove fa i capricci
e potrebbe morire portandosi dietro
i tesori le chiese i monasteri
e tutte le cose belle che non valgono nulla
almeno per me, per come io sono.

Mi interessa, ecco, la tua fragilità
il tuo rischio di Venezia secca
Solo questo sei, Orvieto.
Agli occhi d’un viandante moderno con il treno.
D’un viandante antico col carretto.

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IL GESTO

Mi piacerebbe capire
dolcemente
come fossi cullato dalle onde
o da una marea benigna
relativa a un luogo comunque liquido
mi piacerebbe – penso spesso – capire
il processo che crea e compone
ciascun gesto solido di esistenza terrena.

Se dietro questo gesto o quello
si celi l’inespresso non visibile
siccome anima bianca.

Mi piacerebbe capire se del gesto
è la parte principale che vediamo
o solo il retro.
La porta di servizio e non l’ingresso.

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LE REFERENZE

Non so nulla di te
ma non chiedo referenze.

Cerco
– nella fiducia –
un segno
un solco
un luogo
senza tempo.

Nemmeno so di te
se dai dolori sei albergo.

Se hai animo
gentile
se vali
– nel silenzio –
un lampo
od un frastuono.

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