Giorno: 20 giugno 2013

Argo + Albafeta 2 a Parigi

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Parigi, venerdì 21 giugno 2013, dalle ore 19.00

presso la libreria Marcovaldo (61, rue Charlot, 75003)

nell’ambito di Letti di Notte, la notte bianca della letteratura

 Per un uso performativo delle riviste. Alfabeta2+Argo: Presentazione, smontaggio e performance

Presenteranno le riviste: Andrea Inglese, redattore di “Alfabeta2” mensile d’intervento culturale, Filippo Furri e Tommaso Gragnato, redattori di “Argo” rivista d’esplorazione.

Le due riviste saranno in seguito messe in scena, musicate, campionate e mixate tra loro attraverso il coinvolgimento di un attore (Stefano Lodirio), dei musicisti (Giacomo Baldelli e Paolo Tarsi), e una performer (Alice Martins).

Saranno eseguiti brani di Erik Satie (Prélude de la porte héroïque du ciel accanto a una versione per chitarra elettrica e pianoforte di Vexations), John Cage (In a Landscape e Dream, quest’ultimo in una trascrizione per chitarra elettrica a cura di Giacomo Baldelli), di Fausto Romitelli (Trash TV Trance, accompagnato da un video live a cura di OOOPStudio), Paolo Tarsi (Bende elastiche,  brano dedicato all’esponente dell’arte analitica Paolo Cotani).

Saranno proiettati  due video tratti da uno dei progetti di Argo Art Projects, Watershape:
Tagaki Masakatsu, “Light Pool”, 2004
Sebastiano Luciano/musica Andrea Buratta aka Novembertraum, “Aria #1”, 2011

Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra

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Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra

Nota di lettura di Anna Maria Curci*

 I “canti per il tragitto” – così leggo la raccolta di Stefania Crozzoletti poco prima della guerra,  nella quale i termini “viaggio”, “cammino”, “passeggiata” ricorrono con limpida frequenza – hanno il sapore sicuro del cibo austero custodito nel tascapane e consumato durante le sosta. Sapore austero,  non bacchettone: al gusto piccante della boutade, alla sferzata aspra del monito, allo sgomitare di sensazioni, Stefania Crozzoletti oppone la forza quieta del meditare su presente e memoria. La riflessione su meccanismi e dinamiche dell’agire e interagire umano, sul gioco, non di rado contradditorio,  di intenzioni e omissioni, trova nell’uso del modo condizionale non solo ampiezza e precisione espressiva, ma anche l’aggancio a una prospettiva ‘altra’: intenzionalmente inusuale, inattuale, ma alternativa alla resa, al “presente che taglia il mostro in due senza ferite evidenti” (clessidra). Centrale in clessidra, iniziale in bersagli, conclusivo in prima di tutto questo, il condizionale ‘dovremmo’ dipana tutto il repertorio di significati che la lingua italiana gli attribuisce e si collega, ancora una volta con calma fermezza,  a un ‘noi’, insieme mittente e destinatario, punto di partenza e destinazione. L’esortazione non è mai retorica, ma si affianca, nel cammino, a una messa in discussione dei rapporti di forza esistenti.

Nel capovolgimento dell’usuale, dell’ovvio, nella rivolta alla “legge che impone l’oblio” (canto d’agosto)  assume particolare rilevanza la figura del bambino “seduto accanto a mazzi di spine” (prima di tutto questo), della nascita, della “follia infante”, della ri-fondazione (“la mia piccola madre di carne”, canto d’agosto) di mondo e parola. Un punto di vista, questo, che accomuna la poesia di Stefania Crozzoletti a quella di Lutz Seiler di nel latino dei campi.

Il canto è nuovo e risolleva, nel momento della caduta e dell’azzardo, come braccia forti e inattese che “arrivano da fuori”, come canto senza spartito di bambini.

Non ha il fiato corto e canta, la poesia di Stefania Crozzoletti, lungo il tragitto di parola spezzata e capace di spezzare e demolire così come di allontanare “mostri legnosi, tignosi”, p. 16); lo sguardo dritto muove gli occhi stanchi “che hanno spogliato il re” (p. 39). Sommessa, mai dimessa, sceglie il futuro e il plurale, oltre l’attraversamento che non nega né tace: “diremo”.

©Anna Maria Curci

clessidra

vuoi riempirti di tutto il tempo
ci provi, almeno, usando cautela
ma lui ubriaco oscilla
si prende gioco della mira
oltrepassa perimetri, allunga gli arti
– annusando la tua confusione –
sparge intorno i figli interrotti delle possibilità

dovremmo forse rassegnarci all’idea
di essere solo ciò che siamo diventati
non il passato che canta gentile
e a tratti ci spaventa con cieli neri
che divoriamo con gli occhi
non l’idea impossibile, il pensiero
che non conosce direzione
ma questo presente che taglia il mostro in due
senza ferite evidenti

[stanco ti consegni
ti aggrappi agli occhiali nuovi
li rigiri tra le mani e pensi
è una fortuna non averli dimenticati
proprio oggi che c’è il sole]

(p. 25)

bersagli

dovremmo abitare questa città di morti
accettarne le vene trafficate, l’orribile oscillazione
le facce gonfie di cerchi irrisolti

immersi in questo catrame trovare la forza di sorridere
al barista
vedere in un angolo qualcosa che assomigli alla salvezza

[approssimarmi alla fine con confidenza
trattare i corpi con cura, brindare ai futuri radiosi]

in queste strade sporche, nel rumore che confonde
nell’odore della morte che va di fretta

in apnea, dovremmo lasciarci attraversare
diventare bersagli di attenzioni, ricettacoli di premure

senza rimandare mai a tempi migliori, aspettare
che la roccia si sciolga nell’eden e l’orizzonte diventi
uno stralunato scenario di pace

(p. 57)

canto d’agosto

“Ricomporsi”
è l’invito, il suono che risveglia
“chiamare a raccolta i pezzi perduti nello spazio
circostante, dimenticati dalla storia”.

Confusi arrivano
al mio centro, si attaccano
come ferraglia sulla calamita

un disordine che fa male.

Si cercano mente e frammenti di corpo
che sono stati uno
nei rari momenti di grazia
[non reggono ora la fatica del riconoscersi].

Serve soccorso, anime
e chiamo a me le voci delle madri
eredità di parole in forma di conforto
acqua e cibo nei giorni di metallo.

Arriva il canto e incide la pelle
sorelle maggiori portano in grembo
buone domande che sono già risposte

respira!”, dicono
“possiamo partire, ora”.

Cammino con la mia piccola madre
di carne, creatura di seta partorita dalle colline
senza parole per sé, senza il calore

non dipendere mai da un uomo
l’unica certezza, il suo dono
ma io li ho contati i suoi mille sì
detti sottovoce.

Vedi, se c’è una storia, questa è la radice:
desideri mai pronunciati, il dovere che sfiora
il martirio.

Il tempo ripara con pazienza
dice la legge che impone l’oblio

ma con che cosa teniamo unite le storie, le mani
se abbiamo solo corpi che spurgano finzioni.

Il canto d’agosto arriva da prati d’erba e ortiche:
è il respiro della nascita, infinito e puro,
il fiato lento e calmo delle madri che cullano.

(pp. 34-35)

prima di tutto questo

È una nascita la mattina che ha pelle trasparente,
lo specchio riflette bianche le ossa, il cuore
ha fratelli forti e sorelle devote.
I satelliti curvano senza affanno.
In pace, il giovane tutto lavora e non chiede sforzo,
invisibile moto segreto sotto la superficie del lago.

Il nero intorno agli occhi miopi è il fondo di un
pensiero circolare
[doveva essere prima, prima di tutto questo].

Si chiude e non parla, più tardi, l’involucro,
al fumo sputato dalle macchine sotto casa,
dietro le porte del treno abitato da troppe speranze
[i sogni dei più sono pratiche inevase].

Perché fuori è sempre buio, che sia partenza o arrivo.
Dal finestrino sporco, la vedi senza contorni e imperfetta
la vita fuori.

C’è quel vecchio dolore che non è più lama, ma pennello
che tinge a tradimento il giorno, setole dure che graffiano
dove la volontà è molle.

E c’è quel bambino seduto accanto a mazzi di spine,
urla, non smette la follia infante.
Non lo salva l’abbraccio della madre, la preghiera.
Lei non conosce i fantasmi, non cattura il suo male.

Questo viaggio è un infinito urlo asciutto che non ci
contiene.

Allora dovremmo piangere tutti, un coro di lacrime,
un diluvio che ci annienti, o che ci disseti, ci salvi
finalmente
da queste attese nel deserto, dai diavoli domestici.

(pp. 55-56)

canto senza spartito

A Laura stanno ricrescendo i capelli, ha il sorriso bello,
gli occhi lucidi e scuri: “non ero preoccupata per me,
pensavo piuttosto ai miei figli”.

È così che dovremmo essere, roccia e sempreverde insieme.

Ci attacchiamo alla vita quando sfiancata oscilla e minaccia
di cadere a terra come un frutto maturo,
non vogliamo perdere nemmeno un grammo di possibilità,

perché se tutto finisce, s’interrompe il canto
e abbiamo bisogno delle note finali
per applaudire l’orchestra.

Arrivano da fuori le braccia che mi riprendono,
sono bambini che cantano senza spartito.

(p. 38)

 

Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra. Prefazione di Alessandra Pigliaru. Kolibris edizioni, Ferrara 2013

Altre poesie di Stefania Crozzoletti, dalla raccolta poco prima della guerra, sono state scelte da Fabio Michieli per Poetarum Silva e qui pubblicate il 16 giugno 2013.

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* Questa nota di lettura riporta quasi integralmente le mie impressioni sui testi, allora inediti, di Stefania Crozzoletti; è apparsa sul sito  “I poeti del parco” qui  e, il 26 dicembre 2012, sul blog “Cronache di Mutter Courage”, qui 

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