Giorno: 15 giugno 2013

Del suicidio di razza.

L’atto del commettere suicidio nasce, si sviluppa e si compie attraverso una complessità di dinamiche, che sono superficialmente riconducibili all’idea generale del senso di colpa: sia esso generato verso se stessi, verso l’altro, verso gli altri.

Non può quindi passare inosservato nel momento in cui l’atto in sé può diventare testimonial di un senso di colpa collettivo, per il valore della causa apparentemente scatenante e soprattutto per il grado di interazione con l’altro da sé; elementi che d’altra parte, inevitabilmente contribuiscono all’annullamento definitivo della persona.  Il suicidio diventa quindi “notizia del suicidio” e va ad assumere una sua valenza nella giustificazione collettiva; sia esso atto di disperazione o atto purificativo.
Quanto di più rassicurante il suicidio del violentatore o dell’omicida, quanto di più confermante il suicidio dell’imprenditore fallito o del disoccupato, quanto di più pietistico il suicido della madre depressa che si uccide col figlio.

Quello che è successo giovedì a Firenze, non apre un nuovo “filone”; facilmente si inserisce in quella disperazione, che oggi è naturale affidare a chi non riesce a stare al passo. Quello che invece spaventa e che trova conferma in un esemplare articolo di Andrea Inglese uscito su Nazione Indiana (la frase nazi) è la permanenza non più latente  di un pensiero a mio parere comune, che si avvicina all’idea nazista di razza, tale per cui ogni atto sociale, viene attribuito o valutato in relazione alla cultura presunta che lo potrebbe generare. Andiamo ai fatti:  un ragazzo di 31 anni, africano, arrivato in seguito ad uno dei tanti sbarchi e che viveva in un palazzo occupato della periferia fiorentina, si toglie la vita gettandosi sul cortile. In mancanza di cause certe o scritte, se non è per espiazione  di un qualche peccato, niente di più naturale,  matematico, che assicurare le ragioni di questo suicidio, alla necessità di un permesso di soggiorno. Questo ci fa sentire complici  del dramma in sè, attribuendo la nostra idea di pietà all’assolvimento di un destino e contemporaneamente  ci rassicura pensare che l’atto compiuto trovi fondamento nell’impossibilità di assolvere un aprioristico dovere legale che retoricamente, formalmente, apparentemente  rende una persona degna di equa pietà e dignità: le parole non nascono a caso, stiamo parlando di PERMESSO: cioè dell’autorizzazione ad essere presente o meno in quel luogo.
Il problema nasce quando tale causa viene sfatata. Lo status di rifugiato era stato o no concesso? Quanto di più destabilizzante per il pensiero comune (i quotidiani parlano infatti di “mistero”) pensare che un 31enne, africano, formalmente “illegale” possa essere degno della stessa pietà che si concede alla disperazione di un imprenditore fallito o della madre che si butta col figlio dal balcone. Del resto il ragazzo in questione, viveva in un palazzo occupato, dormendo su un materasso, i suoi compagni raccontano che soffriva di depressione.
E allora dove sta il mistero? Non è che forse permane il bisogno di giustificare razzialmente, culturalmente anche quest’atto?  L’articolo di Andrea Inglese in questo caso è fondamentale perchè scardina dalla latenza un pensiero fin troppo scontato di relativismo antropologico, che non si ferma solo all’identificazione culturale di un reato (lo stupro), ma anche a quella del Diritto ed è presumibile pensare che ancora, quando parliamo di Africa, sia sempre più rassicurante immaginarsi il negretto che vive nella capanna, e che sia quindi naturale  pensare che si possa sopravvivere in situazioni tali o peggio ancora immaginare il fatto che sia socialmente impensabile che il destino di chi reputiamo “inferiore” non possa dipendere esclusivamente che da noi.

Jacopo Ninni

Cartoline persiane#3 – di Andrea Accardi

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Caro Rhédi,

l’ultima volta che ti ho scritto avevo avuto un disguido con un gruppo di sacerdoti verdi. Scappando via, sono arrivato in pochi giorni a Pisa, una delle quattro Repubbliche marinare. In realtà il mare è distante alcuni chilometri, ma nelle giornate di vento l’odore del sale rimonta il fiume che taglia la città, e ti prende nostalgia di una qualche spiaggia. Proprio della nostalgia volevo parlarti, Rhédi. Ti capita mai viaggiando di immaginare come sarebbe la vita in un posto che non è il tuo? Io qui ho sentito che potrei forse viverci, non so perché. Sarà che arrivando di sera ho incrociato un grande bazar, che la scritta illuminata “COOP” faceva sembrare uno strano minareto. Sarà che in una piazza circondata da alberi ho sentito tamburi lontani, come quelli che annunciano guerra, e invece dichiaravano pace. Sai quella nostra antica credenza nell’anima multipla? Dice che non siamo mai soltanto uno, ma tanti quanti sono i nostri desideri. Come se guardando la nostra ombra sul muro, noi andassimo via, e quella rimanesse per sempre lì.

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