Giorno: 10 giugno 2013

Inedite

1.

Creare l’armonia fra dentro e fuori:
scoprire nell’inconscio l’architetto
che non ti ha rinforzato il sottotetto:
magari trasmutare il piombo in oro
con la dieta appropriata o con il lardo
di Colonnata e arrivare in ritardo
per l’importanza d’un pranzare onesto
e tendersi al respiro cardio-gastrico
prima di collassare a bordo lastrico:
così trasmuteresti le emozioni
nella coscienza di pensieri e forme
senza mai stuzzicare il can che dorme.
Coltívati il giardino dei ricordi
per pratiche e teorie di ciechi e sordi
fra i calami e i pennelli e gli obbiettivi
fotografici e i giochi di parole
operando col senno e con la mano
(l’onanismo ha qualcosa di malsano):
tu guarda e benedici un bel vedere,
se in metronomo oscilla un bel sedere.
Così contatterai terra e natura:
l’origine del mondo che matura
schiudendosi fra ostacoli e cimenti
verticali sorrisi irriverenti,
per cui ringrazierai dèi che non credi,
del bell’amore e dei congiungimenti,
se l’ostrica ti ha aperta la sua perla
nel lungo miele che ti eccita a berla.
Ma dentro ascolta il tuo peggior nemico
coi suoi discorsi seri e inopportuni
e il vortice dei demoni importuni
che t’aggiogano all’essere lubrico.
Il bene t’ha sorpreso nel risveglio
e non avrai saputo far di meglio
che cedere al rollio dell’influenza
pituitosa di tosse e impermanenza.
Ma tu ringrazia il giorno e poi la notte
medita la preghiera del silenzio
o poi con pugni e botte ti silenzio
per le avances che avrai male interrotte.
Così la chiave di fortuna ingrata
tu consegnala al cielo consacrata,
stretto in pungolo il vecchio talismano:
medita nella forma e sull’icona
della modella schiusa che si dona
così che l’alba e il tramonto t’appaia
ombra divina d’un’essenza gaia.

2.

Non affannarti, mio leggero amico,
a sollevare il velo degli inganni:
la commedia si ferma ai primi danni
del futile mistero che non dico.

Non ingegnarti alla lieta parvenza,
a rivoltare i tomi in cui ti libri
alla ricerca d’esili e squilibri
che ti ingrassino il senso e la coscienza.

La sostanza del segno nei tuoi nomi
rettificati in maldisposti encomi
non andrebbe mischiata con la stoffa
che intreccia i corpi di ragione goffa.

3.

Non amo troppo i critici filosofi,
che dicono “Non leggo poesia
fra i poetucci incontrati per via
e gli spigliati editorial-teosofi”.

Credo infine che il male sia la pagina,
la carta creatrice di barriere:
non ostinarti a volerci vedere
dentro la traccia che l’assenza impagina.

Una volta il poeta erano tutti
e si cantava al fuoco del camino
il tempo delle stelle sul cammino
e l’età degli eroi dolce di lutti.

La catena parlata senza limiti
era certo uno spazio democratico,
prima dello snobismo aristocratico
d’un foglietto stampato in cui ti limiti.

La poesia fu figlia della voce
che a qualcuno ora suona autoritaria,
se tra la folla repubblicitaria
domina ormai l’imbonitore atroce.

Perdonami lo sfogo medievale:
amico, io non spedisco cartoline,
e non conosco identità postale
per le filosofie delle vetrine.

Anteprima di “Inter nos” – Poesie di Giacomo Trinci

di Giacomo Trinci





Dalla prima sezione di “Inter nos” – COMMENTARIA


*


un don chisciotte d’oggi è seduto fisso
riguardante studiante tutto,
intorno caleidoscopico psichico coma di gente,
un bar con gli scontrini, senza ronzini e ronzinanti,
fan da riscontro,
e la mia sedia fissa è il mio cavallo,
la campagna, calura di sere,
è questa quieta aspettazione di analisi di critica gioiosa,
è questa rosa di fatti non capiti ma seguiti,
con occhio e cuore,
furore mente e schiocco di vedute,
squarci d’aria e di vento,
lanci di schiarite logiche e mentali
a chi non le vuole,
e ti guarda incurante di felice,
facendoti di gioia e di esclusione,
cavaliere d’esilio compartecipe
di parte e di poi tutto,
come d’io, poi in fondo
potente in tutto ed impotente mente,
come felice d’essere, qui,
puro venire in duro confrontare
vita con vita, che la guardi disarmare
in puro incanto, in faccia al mare…


*


ogni pochino un crampo, un chiodo al senso:
qualcosa vorrà dire questo mio corpo,
idealisti noi, che diamo retta solo alla testa,
al regno delle idee,
e non al fatto curvo, allo spettro del corpo che ci opprime,
e ci sderena e ci butta di sotto al pio pensiero,
fragile e debole non curiamo il crepito che sordo
ci dirupa, forse, giorno dopo giorno, e frana d’ogni slancio,
in alto il cielo, sì, stellato e splendido,
e dentro la legge costale, gli ossi, teneri e gentili,
duri e frali, poveri fogli andati,
canti di kant compiti e semestrali,
imperativi che, perenti e guasti,
ricordano dai cieli i miei disastri…


*


ha i nervi sempre più fini,
tesi tesissimi, la ‘verve’ gli si stacca
dal sommo suo riso
e gli grida gli soffre
gli smorfia di dolore, un niente
gli basta per niente,
per piombare nel cruccio,
nel crocicchio che stona le voci,
s’incrocia e gli cuoce,
cammina a tentoni, sbatacchia,
devia dalle vie che s’incontra e la fuga
alimenta la fuga
che sempre più fuga diventa, da tutto,
per tutti, dirute le strade, franate le funi,
i contesti, no, non soffre i contesti,
coi testi s’incozza, lo vedo,
incammina di nuovo,
per nuove contrade dirama devia,
affoga in una fuga
tramata di rughe, di vie,
se tu sentissi, mi dice,
mentre mi parla sussurra il suo fiato,
lontano, mi arriva,
sparisce la rabbia, nel rauco suo ventre
di buio, lo intana la frana
del senno di poi, mentre il vento…


*


mi duole un dente, mi brucia lo stomaco,
mi infiamma la rabbia la radice,
quel che è incidente è un incidente,
nulla di più o di meno, ma a paragone
dell’immenso che non è
che vuoi che sia, non è che l’incisione
del vuoto nulla, il grande che inerisce in “è”…
in questo qui che sbraita, che sconquassa,
particolare infimo ed infine piccolo,
che vuoi che sia la mia che s’impossessa
in me che mi fa me puntino inerme,
di pallottino e carne putrescente
che sparisce in quello che più è
grande non essere…
sparimento di nulla culla e d’aria,
mi cuce qui il dolore, l’amarezza,
ma non temete, non è così importante,
rispetto a quello che si sente in mente,
immenso mare che,deliquiescente, scende…



lo spirito del tempo

quando più non c’è vita,
ritornano i morti, che ingravidano i vivi,
ma se vivi non ce ne sono, chi ingravidano?,
mah, meglio continuare a non vivere,
dicevano operando vivendo per finta,
almanaccando, trafficando
tra fiche merci e soldi sempre più
sfacchinando,
facendo le viste di lavorare
non progredendo di un cazzo,
non facendo che niente, rimanendo
nel solito lo stesso di sempre,
che ingravida il dopo, il cambio, il moto, il tempo,
il niente che ingravida il poco che c’è,
che si scopa la nostra utopia,
se la porta a dibattere ai congressi,
ai salotti, alla tele,gli incontri,
i dibattiti fatui, i tellurici guasti
dello spiritoso che abbonda,
greve e scontato che anch’esso si storpia
che stupido ammassa nequizie,
quando più non c’è vita, si inventa
anche la morte, la si dipinge
infingarda di noi, del nostro vizioso
poltrire, si depriva
la nostra, di vita,
con l’uso retorico d’essa,
ed anche la morte si sbriga…



cosmesi

……
e allora finge maschera estetista.
e allora buio, e finto e tinto, e basta.
le grandi idee che puzzano lo sanno.
nello smalto pulito c’è l’inganno.
nel sorriso impostato c’è la cloaca.
e fioca mi guardava dal suo scranno.




[“Inter nos” di prossima pubblicazione per Aragno]