Giorno: 8 giugno 2013

L’Isola – Trattato sull’inesistenza del presente – di Domenico Arturo Ingenito

trittico

..

(Foto di Camilla de Maffei: per una migliore visualizzazione, cliccare sull’immagine.)

.

Ogni luogo è per l’uomo esilio, rimpianto e nostalgia di un’origine. Di un principio. En arché, nel principio – dentro al principio e non in principio, in primisi, come direbbero alcuni sardi. Perché malgrado la malinconia delle ore, noi abitiamo i luoghi e non il tempo. Nulla di quello che attraversiamo è mai veramente nostro. Scrivo queste pagine un mese dopo essere stato colpito da gravissimo lutto e chiedo perdono al lettore non tanto per la tristezza cui si rivolgeranno anche i passi più luminosi di questa scrittura, quanto per la sfiducia suggeritami da un lungo periodo di osservazione della respirazione umana (veglia, sonno e in prossimità della fine) che fatalmente mi ha portato a pronunciarmi – in prosa quanto in poesia – incline a credere che l’anima non esista. Eppure, malgrado l’apparente disillusione che potrebbe aver alimentato un’affermazione del genere, la mia scoperta dell’inesistenza dell’anima è frutto di un movimento di grande chiarezza e fiducia, pervenutami allo spirito con la stessa sensazione che accompagna la comprensione della forma di un fondale marino dopo che il vento che ne rendeva increspate le acque vira per diversa angolazione, fino a lasciare che la trasparenza ospiti in sé anche il nostro stesso riflesso. Ogni verità, per quanto fosca e contraria al senso comune, si accompagna con una allegria simile all’affioramento nitido delle nuvole nelle pozze sul ciglio della strada appena dopo il lavoro inondante delle piogge. La bruma di una fede accettata malvolentieri e come pretesto di un salto sicuro nel buio si dirada e lascia posto alla libertà gioiosa dei grandi deserti della solitudine. Ma non è di morte che voglio parlare in questi appunti, e nemmeno della lunga osservazione del modo con cui il respiro può abitare artificialmente il corpo morente di un giovane ragazzo – tragedia questa che ho provato a descrivere nei versi de “La Donazione” –. Se l’inesistenza dell’anima apre la strada al latrato pericolosamente amichevole dei lemuri che abitano la notte, ben altra esaltazione gloriosa esala dalle riflessioni solitarie che mi spinsero a dedicare questo trattato all’inesistenza del tempo presente.

1. Il faro: l’esperienza oftalmica della notte

Se ne avessi la capacità, queste pagine sarebbero state meglio esposte da un lungometraggio denso di movimenti compassati. O meglio, queste note potrebbero essere ostense come fotografie dalla grana purissima e dal formato piccolo quanto basta per tenere coesi i margini esterni della bellezza su cui l’occhio si accomoda. E sono immagini, quindi, che io desidero offrire qui con le parole al lettore innamorato delle forme e desideroso di scoprire la verità dell’istante ineffabile. Giuro che tutto corrisponde a ricordi, testimonianza e visione. Perché non esiste verità linguistica senza che essa sia generazione spuria che procede da irrefutabile esperienza di contemplazione. Il faro di Capo Testa. Qui termina l’Italia insulare nelle Bocche di Bonifacio. Territorio di correnti, raffiche di vento e barracuda che solcano le fosse. Passaggio vietato alle navi mercantili. Dalle curve della strada che risalgono il promontorio il cielo notturno lampeggia con la regolarità di un cuore d’atleta addormentato. – È il faro – mi dice Camilla, il passo rapido nel buio. Da qui oltre solo il dominio del silenzio. Come possono lampade così potenti sfidare il mistero dell’invisibile senza generare suono? Forse la luce non abita lo spazio e la notte non è un animale che si muove nella storia. Proviamo a seguire il vallone che porta alle acque, ma non c’è luna che ci guidi. Le pietre non amano i nostri passi. Le tre lampade del faro si lanciano sull’orizzonte con la disperazione degli abbracci che tutto il bene del mondo vogliono a sé, la disperazione regolare dei secondi. Nello spazio del mezzo secondo la prima luce ritorna, poi il secondo e il terzo fascio. Fari sono penisole che illuminano tre quarti di mare e un quarto di terra e quel che della terraferma casualmente e ciecamente accendono sembra potenza elettrizzata dal loro salto nell’oscurità dell’acqua. La vera maturità per un fotografo è questo passo nel buio, quando chiede alla macchina di entrare nel regno di quello che a occhio nudo può essere percepito e mai registrato. Con il rischio che pellicole e sensori scattino e ronzino inerti e incapaci di vedere. Guardare dentro la notte è possibile. Ma il nostro corpo solare si rifiuta di serbarne il ricordo. Camilla mi insegnò a guardare le cose. Non la vedo da dieci anni. Vorrei fosse lei la madre di mio figlio, se mai farò generazione del mio eietto. Il faro sulle rocce là in alto dal suo rientro dalle acque si scaglia sul granito con la regolarità di una eiaculazione assistita dalla mano esperta che per amore conosce i tempi del portare a vita. Inseminare le rocce, il roseo e friabile, odoroso granito. Versare il proprio argento sui capelli che per nero tendono al cobalto. Lui disse di sì, fuori pioveva sui pioppi. Nella mitologia persiana il prototipo dell’essere umano, Gayomart, primigenio sovrano, dal suo seme di luce generò i metalli e le rocce della crosta terrestre. E l’aura imperiale consacrata da Dio “splendeva sulla sua testa come il disco lunare sulla cima di un cipresso”. La luce del faro si lancia sulle rocce con tre impulsi circolari. Restiamo nel buio, il mare nella notte, una cresta di granito si illumina, poi un’altra, poi un’altra, e poi l’ultima. In rapida successione, gli altri due fasci di luce. Poi il buio. – Una notte ero da sola in fondo al vallone, mentre W. da qui dove siamo adesso con un faro illuminava quella pietra che sporge dalla parete di granito. Si avvicinò un’ombra. Mi disse cerco il mio gregge. – Con così poca luce bisogna trattenere il fiato per venticinque secondi, l’obiettivo spalancato come il glande non circonciso nelle mani asciutte di uno sconosciuto. – Questo posto ti farà paura, vedrai. Ma per quanto è maestoso. Nulla. – Superare la paura del buio è solo il primo passo. Poi bisogna abbracciare la salma, e scendere con lei sottoterra. Venticinque secondi. Poi risalire. Cosa resta sulla pellicola? – Nulla, non si vede niente – Quando l’obiettivo resta aperto per più di mezzo secondo faglie di luce mossa incrinano la pellicola. Bisogna stare fermi. E per stare fermi non si deve respirare. Si va per apnee nella notte, venticinque secondi. Per il momento non sono in grado di raccontare quello che è accaduto in quei cinque giorni di silenziosa ascesa verso l’interno dell’Isola. Mi sarà forse concessa la grazia di raccontarvi un giorno delle uova di formiche, di lei che sistemava le uova di formiche, del serpente, della potenza lunare del pesce palla rimasto una notte intera sul cofano della macchina. L’ultima notte, secondo e ultimo faro. L’illuminazione che acceca. Alghero, città di pirati e puttane. L’ultima volta che ci ero stato avevo il pericardio infiammato e le gengive gonfie dal mal d’amore e dall’inverno. Avevamo comprato corallo per le nostre future spose. Discendere verso Capo Caccia a mezzogiorno senza il freno motore. Questa è la notte che Camilla chiede alla macchina la cifra dell’onda, il valore cromatico della notte. Sporgersi dal parapetto dei bastioni catalani fin dove possibile, fin dove si sa che non si cade. Ascoltare. – Vedi – mi dice – gli occhi vedono appena. Qual è la differenza tra il nero dell’acqua e il nero del cielo? La macchina non capisce nulla. Dobbiamo fotografare solo con gli occhi, e chiedere ancora una volta alla macchina di vedere. – Il faro di Capo Caccia dritto negli occhi. La luce pura entra negli occhi. Quello è l’istante di cecità assoluta, il presente che non esiste perché tutto concentrato in un solo punto del nervo ottico. Come un tempo – mil keshidan, passare il ferro – si accecavano i sovrani adolescenti perché troppo giovani per governare. Non siamo troppo vicini, né troppo lontani, la giusta distanza tra gli occhi e le cose. C’è uno spazio tra i miei occhi e l’orizzonte quando il faro è al centro del campo visivo, e per un secondo e mezzo illumina le acque alla mia destra, per un secondo e mezzo le acque alla mia sinistra, per tre secondi illumina laggiù alle sue spalle nelle acque che non vedo ma di cui conosco bene la sostanza nera. Lessi che tutto quello che nella mente è preposto al recupero delle immagini passate allo stesso modo serve l’elaborazione interna delle immagini future. Nel velo dei nostri occhi rispetto all’inimmaginabilità del tempo presente quel che è al servizio del ricordo corrisponde esattamente all’immaginazione del nostro futuro. Costruiamo le forme dei giorni venturi con lo stesso esercizio del nostro scavare nel passato. E viceversa, indaghiamo il profilo di quel che è stato, recente o distante nel tempo, con lo stesso slancio proiettivo di quello che si offre all’occhio interno come immagine del futuro. Il faro proietta per tre secondi le sue lampade nelle future acque invisibili, e per tre secondi rischiara quel che di mare, passato e conosciuto, visibile, è alla nostra destra e alla nostra sinistra con la sicurezza di chi sputa ai due margini di un sentiero. Nulla resta del presente se non quel povero punto cieco del faro nell’occhio per una frazione di tempo che dal mezzo secondo si protende verso l’incommensurabilmente breve. La visione periferica delle costellazioni: tanto sensibile è la coda dell’occhio che tutto nella notte ai margini come in amore può essere accolto.

2. La piscina: per una fisica iridescente dell’apnea

Il mio amico filosofo dice che solo il presente esiste, mentre il passato e il futuro sono finzioni che sfumano nel nulla delle apparenze. Oggi nuotavo nella piscina universitaria di questa provincia intristita dell’Inghilterra meridionale. L’estremo nord ha i suoi vantaggi in questa stagione, come il sole che tramonta dopo le otto di sera proiettando sull’acqua il profilo delle betulle. Nell’indifferenza totale degli avventori, che con bracciate silenziose seguono il destino delle corsie nel verso rovesciato della guida britannica, mi sono ritrovato a sfiorare in apnea il fondo della vasca semi-olimpionica. Venticinque metri senza fiato, quanto basta per sentire l’intimità sottile che ti abita proprio alla fine della planata anfibia. Questa mattina leggevo una quartina di ‘Omar Khayyàm ai miei studenti. Il sole è una fiaccola mentre l’universo è lo schermo dove noi ombre cinesi ci muoviamo in un panico stravolgente. La mente corre agevolmente verso Platone, ma in questi casi preferisco rivolgermi a Dante. La Donna dello Schermo, nella Vita Nova posta a una distanza pari alla metà dello spazio che separa l’autore da Beatrice, là giù proiettata sull’altare. Tutto è proiezione, il piano del sole calante, gli alberi, le finestre rettangolari che incubano e filtrano la luce nell’acqua della piscina, fino a toccare il fondo. Tutto si proietta sul fondo, è nel fondo del passato che tutto appare come verità incrollabile che prende forma nell’anticamera dell’occhio, sulla superficie della retina. Adesso capisco. Guardare il passato è come assistere al processo delle immagini che – invertite (e penso all’Invenzione di Morel) – si stagliano nel fondo degli occhi, il presente è l’oggetto, mai – sensorialmente parlando – veramente nostro, mentre il futuro è la fiaccola accecante del sole, origine di ogni possibilità e natura rischiarante di quello che andò perduto e sopravvive come residuo di senso, scheggia impazzita che il nostro intelletto deve capovolgere per amministrare. Detto questo, come posso io amare il presente e vivere in esso se tutto nei miei occhi mi seduce dal fondo dell’immagine passata e dal fulcro delle infinite possibilità accecanti? Questo presente che proprio perché ostacolo all’assoluto coincidere di ieri nel domani, mi dona la prova della sua inesistenza se non come contraltare di quello che fummo e di quello che saremo. Azal, come la chiamano i persiani, l’eternità passata, che coincide con l’abad, l’eternità futura. Il presente è un pozzo senza fondo, stella solitaria, estinta da millenni. Quale cinema si può amare, se abbiamo già la finzione perfetta di quello che antico in noi e perduto – vi scongiuro, tornate – qui ritorna proiettato nella camera dei giorni a venire?

3. La stagione del rabarbaro: abbandonare il Regno e le sue cose.

.

[Se dovessi definire in una parola questi testi di Ingenito, direi che sono inattuali. Lo è la sostanza ambiziosa del loro discorso: argomentare in forma di trattato letterario l’inesistenza del presente, l’inattualità del momento che dura appena il «punto cieco del faro nell’occhio». Ingenito è in questo senso anti-agostiniano: negare il presente significa negare la continua dinamicità del tempo interiore, sostituendo il presente del passato (la memoria) e il presente del futuro (l’attesa) con due categorie di matrice persiana, l’eternità passata e l’eternità futura. Può sembrare sorprendente una conclusione del genere, per un testo che comincia confutando l’esistenza dell’anima. L’ultima scena si svolge in una piscina: il contrario del fiume in continuo divenire è un’acqua ferma e calma, in cui le immagini residuali del fondo sono rischiarate dalla luce che arriva dall’alto.  Sono queste le due eternità, non c’è presente per il nuotatore che passa nel mezzo (A.A.)]