Giorno: 7 giugno 2013

Flashback 135 – Elvis

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Nella casa, al primo piano, hanno realizzato un piccolo negozio di antiquariato o meglio di anticaglie. Ci sono vestiti, stoviglie e una stanza piena di reperti musicali; in un angolo sembra di trovarsi in un museo dedicato a Elvis. L’ombra del vecchio acquedotto arriva fin qui. Il vicino, premuroso, mi avvisa che la signora, insegnante di musica, è morta qualche mese fa. Così la nipote ha deciso di aprire casa sua e vendere tutto. “In America si usa” ha aggiunto notando il mio sorriso. Parla di lei, della signora, come di un talento musicale fuori dal comune. Io mi chiedo se, a fine giornata, la nipote gli darà una percentuale sul venduto. Scostando la tenda per entrare, una foto sul muro cattura la mia attenzione. La signora e il vicino si baciano; la nipote guarda.

© Marco Annicchiarico

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Premio Georg Büchner 2013 a Sibylle Lewitscharoff

Sibylle Lewitscharoff

Sibylle Lewitscharoff

Il premio Georg Büchner 2013 è stato assegnato a Sibylle Lewitscharoff. Anche quest’anno, come per il 2012 – allorché del prestigioso premio letterario era stata insignita Felicitas Hoppe – la notizia è occasione di gioia. Già nell’articolo del 23 agosto 2012 qui su Poetarum Silva, che ripropongo alla lettura, emergeva chiaramente quanto efficace,  nella sua mescolanza irripetibile di caustica lucidità e mobile geografia degli affetti,  sia da ritenere la scrittura di Sibylle Lewitscharoff.

‘Gallenhumor’  con sapienza svevo-bulgara: Apostoloff di Sibylle Lewitscharoff

Nota di lettura di Anna Maria Curci

L’umor biliare, quando trova la sua compagna in una penna tagliente sì, ma dalla precisione impeccabile, ha esiti prodigiosi.  Se questa constatazione vale senz’altro per la scrittura di Thomas Bernhard, piacevole sorpresa è ritrovarne tutti gli elementi nella prosa di Sibylle Lewitscharoff, al suo sesto romanzo con Apostoloff. L’imbragatura complessa  dello zaino che l’io narrante porta con sé in questo particolare ‘trasporto’ è sapientemente nascosta: chi legge passa per piani temporali, citazioni scoperte o camuffate, descrizioni ed excursus quanto mai diversi e distanti, senza avere, in alcun momento, l’impressione che il ritmo perda colpi. Ferocia e acutezza guidano la carovana,  mentre in auto, in Bulgaria, è il sollecito Rumen, chauffeur con un piede nel mito, a stare al volante. Ecco la sua entrata in scena: «Rumen è il nostro Mercurio, porta le lingue avanti e indietro, viaggia e nel viaggio trova la via, uno di quegli autisti bulgari disperati che non hanno occhi per quello che crepa scivolando via dalla visuale ai lati della strada. Nervosa creatura a noi assegnata…» (p. 8)

Di un ‘trasporto’ speciale si narra, un corteo funebre sui generis, con traversata per mare, l’Adriatico, e viaggio in auto di due sorelle che dalla nativa Svevia seguono nell’odierna Bulgaria – terra paterna –  le spoglie del padre,  bulgaro emigrato in Germania e suicidatosi molti anni prima. La bizzarra carovana, predisposta fin nei minimi dettagli da Tabakoff, magnate tra i più ricchi della comunità di bulgari emigrati a Stoccarda, conta tredici limousine, accolte, in una parte del viaggio ricostruita in uno dei tanti flashback, nel ventre capace di una nave.   Tabakoff  si è messo in testa di trasportare le urne con i resti di conterranei che l’hanno preceduto nel viaggio “ultraterreno” (tra questi il padre delle due sorelle) dalla Germania a Sofia, dove ha fatto costruire un monumento funebre imponente e di dubbio gusto.

La teatralità degli effetti, ricercata e raggiunta, è un altro dei tratti che accomuna la scrittura di Lewitscharoff a quella di Bernhard. Lo sguardo della minore delle due sorelle, l’io narrante, dalla sua postazione prediletta syk sedile posteriore dell’automobile, non risparmia e non si risparmia nulla: la desolazione del paesaggio bulgaro contemporaneo, in particolare lungo la costa del Mar Nero (che non è blu, né nero, ma grigio) così come l’inattesa bellezza di Plovdiv, l’antica Filippopoli, la descrizione impietosa di parenti e amici con tanto di disgusto sensoriale accanto alla rara tenerezza ridestata dall’evocazione di un oggetto caro al nonno paterno. Il ricordo si fa resa dei conti: qui la resa dei conti è con il padre, figura più ingombrante perfino di un convitato di pietra.

E l’amore, in tutto questo, che posto occupa? La sua assenza, sembra ritenere l’io narrante, è tutela:

«Nicht die Liebe vermag die Toten in Schach zu halten, denke ich, nur ein gutmütig gepflegter Hass.», nella traduzione di Paola Del Zoppo: «Non è l’amore a tenere sotto scacco i morti, penso, solo un indulgente odio coltivato con cura.» (p. 234)

Sibylle Lewitscharoff, Apostoloff. Traduzione di Paola Del Zoppo. Del Vecchio Editore, 2012

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Quando un libro lascia il segno di Gianni Montieri

“Legno laccato! Cento motivi, per sbattere la testa in una libreria a parete laccata. Libreria a parete laccata in cui opere di Uwe Johnson, Max Frisch, James Baldwin e Albert Camus stanno allineate come perfetti soldatini, fanno venir voglia di buttare tutto all’aria. Un’ascia! Una sega! Strappare le pagine! Mia sorella, impassibile sognatrice passa davanti alle librerie a parete laccata come se fossero la cosa più normale del mondo, persino se arricchite da elementi richiudibili, sportelli decorati a losanghe, sportelli con chiavette d’ottone, dietro cui il cognac con la sua brocca e il whisky con i suoi bicchieri conducono le loro vite discrete. Se I nostri genitori avessero preso i libri di bevitori veri, Lowry! Faulkner! Cheever! Forse avrebbero tirato una linea sulla ditta Schildknecht e il loro legno laccato. Ma niente, la sfortuna si stabilisce dove la si cerca.” Quando una lettura ti sorprende, ti spiazza, ci metti sempre un po’ di tempo prima di decidere di toccare la schiena del libro e riporlo sullo scaffale della libreria. È quello che mi è accaduto dopo aver letto Apostoloff di Sibylle Lewitscharoff. Non riuscivo a mettere via il romanzo perché non volevo mettere via questa storia. Volevo tenermi ancora negli occhi la Bulgaria grottesca, triste e, poi, di colpo sorprendente, così come viene descritta dalla narratrice – la sorella del sedile posteriore. Volevo ancora sentire il ritmo di una prosa incalzante, ironica, tagliente. Una prosa ricca e asciutta nello stesso tempo. Volevo ancora immaginare i volti di Rumen, l’autista, e quelli delle due sorelle (l’altra è sedile anteriore nel mio ricordo). In un lungo corteo di tredici limousine si portano i resti (amabili o meno) di bulgari morti in Germania, per soddisfare un capriccio o un sentimento di Tabakoff (milionario bulgaro, eccentrico come minimo). Ma non è il racconto di un viaggio, è piuttosto il tentativo di metabolizzare l’infanzia, di fare ordine tra presente e passato. L’acume della narratrice (sedile posteriore) è quello della scrittrice che in un teatro che è fatto di cene in posti super lussuosi e bettole, di dormite in suite che hanno la piscina sul tetto e piccoli alberghi, di un’andata e di un ritorno in un paesaggio desolato, in un’atmosfera che a tratti ricorda “Underground” di Kusturica e il viaggio dei due fratelli de “L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers. I tre protagonisti sono indimenticabili, come pure altri compagni di viaggio (i due gemelli, ad esempio). Una storia che è un peccato che finisca ma che allo stesso tempo finisce al momento giusto. Quando Anna Maria Curci mi segnalò questo libro lo comprai alla velocità della luce, senza pentimento alcuno. Apostolloff è un romanzo bellissimo e Sibylle Lewitscharoff una scrittrice indimenticabile, meritatamente premiata al Georg Büchner 2013.

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Sibylle Lewitscharoff è nata a Stoccarda nel 1954 da padre bulgaro e madre tedesca. Ha studiato scienza delle religioni a Berlino, dove vive attualmente; risalgono all’epoca dello studio universitario soggiorni a Buenos Aires e a Parigi. Con il romanzo Pong ha vinto il premio Ingeborg Bachmann nel 1998, per  Apostoloff  le è stato assegnato nel 2009 il premio della Fiera del Libro di Lipsia. Tra i numerosi premi ricevuti: premio Marie-Luise Kaschnitz, Berliner Literaturpreis, premio Kleist (quest’ultimo nell’anno kleistiano 2011). Nel 2012  ha ottenuto una borsa di studio per un soggiorno a Villa Massimo a Roma nel 2013. Del 4 giugno 2013 è la notizia del conseguimento del premio Georg Büchner, il riconoscimento letterario di maggior prestigio in Germania.