Giorno: 4 giugno 2013

“L’ultimo ballo di Charlot” – conversazione con Fabio Stassi

Per parlare dell’ultimo romanzo di Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, edito da Sellerio nel 2012 e ora in cinquina al Premio Campiello, vorrei iniziare (quasi) dalla fine:

Era il comune senso delle proporzioni che dovevo stravolgere. Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai a fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia.

Il brano appena riportato è un approdo; se non del libro, del percorso di Charles Chaplin verso il personaggio che lo consacrerà al mondo: The Tramp, Charlot. Ma quello che racconta il libro è altro. Fabio Stassi ama i viaggi, i percorsi, le derive e gli sradicamenti, le storie picaresche di conquiste e riscatti, di crescite e di ritorni, i momenti in cui «l’uomo scopre il suo talento, e il suo talento diventa in quel momento il suo destino» (1). E ad essere narrata nel suo ultimo libro è l’avventura di Chaplin prima di Charlot, raccontata dalla stessa voce scrivente del protagonista, che decide di lasciare al figlio una lunga lettera, eredità di vita e di memoria, prima che la Morte venga a portarlo con sé:

Da sei anni, ogni Natale, mi viene a trovare la Morte. Si siede davanti a me e mi aspetta. Io allora indosso i miei panni di vagabondo e le recito una delle mie antiche scenette. Se lei ride, mi concede un altro anno di vita. È il nostro patto. Non morirò finché continuerò a divertirla. […] Ma stasera la Vecchia se ne resterà seria e fredda, sprofondata nella mia poltrona, anche di fronte a una gag perfetta. Perché la perfezione non fa ridere, Christopher. Questa è l’ultima volta che indosso il costume di Charlot.

Così, cadenzato dagli incontri passati con la Signora, si sbobina il lungo racconto di Chaplin dalla nascita – forse su un carrozzone di zingari – al successo. È il racconto di formazione di un’anima inquieta, dai mille talenti e sempre in viaggio, sempre pronto agli incontri più disparati e ai mille mestieri (imbalsamatore, allenatore di boxe, tipografo, scrittore di didascalie) con cui la vita lo mette alla prova. Ma con il temperamento che lo contraddistingue, che ne fa un personaggio compiuto e preciso, adulto; ed è da qui che, per entrare in questo libro piacevolissimo eppure strutturato e complesso, vorrei iniziare a conversare con l’autore.

G. Il ritratto di Chaplin che emerge dal tuo libro, Fabio, è solidissimo, e non serve alcun salto per accostarlo non solo alla sua figura storica, ma alla profonda natura di qualsiasi gesto comico: il sottofondo di malinconia. Tracci una figura forte e consapevole ma sempre umile, riservata. E mi sembra che la chiave di questo suo atteggiamento sia in una frase che compare verso la fine del libro: «averla alle spalle, la miseria, è come averla sempre davanti».

F. Il passato ci condiziona. In questo, il personaggio letterario esemplare è Gatsby. Il passato condiziona e insegue, non lo si può fuggire. Anche Chaplin ne era consapevole, sapeva da dove veniva, ma non sapeva ancora chi era. Per questo tutto assume per lui un senso di lotta, soprattutto l’esperienza artistica. Il cinema è il tavolo dove si gioca la sua partita. Riuscire o non riuscire è una sfida mortale: non si tratta solo di rappresentare, in ogni film c’è un investimento emotivo totale. Sin dall’inizio, dalla sua infanzia, quello di Chaplin è sempre stato un dialogo con la morte. Chaplin si muove davvero come se avesse la morte sempre davanti, non solo la miseria. C’è qualcosa di disperato nel suo corpo. Una disperazione fisica, dalla quale non potrà guarire. In lui la memoria è uno sguardo permanente. Quello che è in gioco, e che noi vediamo nelle sue scene comiche o malinconiche, è realmente un uomo che lotta per la sua vita. In questo, ogni suo gesto è insieme pieno di disperazione e di speranza. E ci commuove.

G. Ogni tuo romanzo nasce da un innamoramento verso personaggi o eventi che fanno parte della memoria storica o collettiva, che tu “adotti” e restituisci dischiusi: il furto della Coppa Rimet, la storia dello scacchista Capablanca, per non parlare del tuo lavoro sui personaggi letterari amati in Holden, Lolita, Živago e gli altri. Ora Charlie Chaplin.

F. Sì, sono come degli oggetti che mi sono portato dietro in tanti traslochi. Quello che resta, in parte, delle passioni della mia infanzia e adolescenza, piccoli incroci attraverso i quali ho iniziato a scoprire il mondo. Tutto è materia di racconto, io credo. Gli scacchi, il cinema, la lettura: scrivere di quello che ho incontrato da ragazzo mi restituisce come un piccolo senso di meraviglia. O forse è quella meraviglia provata per la prima volta che non si smette di inseguire. Ricordo esattamente quando su una bancarella di Porta Portese ho comprato per poche lire un manuale di Capablanca o l’autobiografia di Chaplin. Da allora ogni scacchiera, ogni libro sono diventate delle scatole magiche. Un illusionismo, una cerimonia, come quella che si celebra dentro a un cinema quando si spengono le luci. Un’attesa.

G. Se penso al tuo romanzo nell’insieme, mi vengono in mente i tanti mondi in cui il tuo Chaplin ha fatto capolino. Ma mentre questi mondi si allacciano e si susseguono, una peripezia più grande, preparata fin dall’inizio, arriva nella seconda parte dare al destino del protagonista una direzione: la ricerca della scatola in cui è racchiuso il segreto del cinema. È allora che quella che narri è una fiaba, il viaggio dell’eroe verso l’“oggetto magico”. E mi ha colpito molto che proprio il mandante di questo viaggio lo ritenga, alla fine, inutile. Tutto si è già risolto per vie burocratiche; non c’è bisogno dell’eroe e del suo ritrovamento. Ogni fiaba necessita di un’antagonista: e qui non è la Morte, accolta invece come un’amica. Antagonisti sono tutti coloro che sono sordi alla bellezza, che non danno seconde possibilità, che, appunto, spezzano la fiaba.

F. Hai ragione, in questa storia la Morte per prima cambia d’abito, prova una sua pietà, è complice non avversaria, cerca di risarcire gli uomini. Rifiuta quasi il suo stesso ruolo, denuncia una stanchezza. Conseguentemente, c’è anche la rinuncia alla figura dell’antagonista. Restano gli ostacoli, le prove, il viaggio, il percorso insomma di formazione. La ricerca e il movimento. Ma tutto quello che conta è la consegna, la restituzione. Il tentativo di rimediare a una mancanza. Come se l’antagonismo vero, quello più intimo, segreto, doloroso, fosse dato in partenza, dalle mancanze nelle quali si nasce. Mancanze di ogni genere, che solo la fantasia può correggere. Correzioni, quindi. Proiezioni, visioni, azioni gratuite, che non hanno bisogno di un rivale per avere un impulso.

G. E poi c’è il viaggio vero, quello che è perdita del luogo natale ma anche curiosità e riscatto. Ti propongo due parole su cui muoverti in libertà: America e migrazione.

F. America è una parola larga. A casa mia, dentro la mia famiglia siciliana, veniva pronunciata spesso, e ogni volta era come se venisse squadernata sul tavolo una sterminata carta geografica. C’era chi dall’America era tornato, chi invece aveva fatto scomparire ogni traccia, chi ci aveva trovato la fortuna. Almeno due o tre generazioni precedenti alla mia ci avevano fatto la spola. America voleva dire che esisteva un altro lato del mondo, un altro lato delle cose. E anche la consapevolezza che per raggiungerlo bisognava attraversare un oceano. Non so spiegarlo bene, ma mi viene in mente che questa parola per me, che volevo sapere ogni racconto di chi c’era andato, era come un prisma che scomponeva la luce e mandava riflessi molto diversi l’uno dall’altro. Da un lato la luce abbagliante del sogno, dall’altro il dolore di chi in questo viaggio aveva perso sé stesso o molte altre cose. Era l’avventura, ma anche lo strappo, il coraggio e la necessità, la scommessa e la coscienza di quello che si è. E con tutte queste voci me ne parlavano.

G. C’è un tema che sento molto tuo (penso, non dirò qui perché, a un altro tuo libro) e che ricorre spesso in L’ultimo ballo di Charlot. È un tema universale e molto antico, ma che tu usi con grande intelligenza: il bisogno di sottrarre allo scorrere del tempo la persona amata, che scatena l’inventiva dell’uomo verso nuove forme d’arte. Penso al cinema, sì, nato per conservare i movimenti della ragazza amata, ma soprattutto all’imbalsamatore, che riceve in commissione da un mafioso il corpo della fidanzata perduta. Ho trovato molto bello che chi ama davvero non fa di questo bisogno un’ansia di possesso o una violenza: lo stesso imbalsamatore, di fronte alla possibilità di conservare sua moglie, preferisce mantenerla nel ricordo.

F. Anche il ricordo può diventare un’ossessione, una violenza, la prosecuzione di un tentativo di possesso. La memoria che amo, invece, è quella della tenerezza. Una memoria che non si cristallizzi e continui a rispettare la libertà, la ricchezza e l’autonomia degli esseri umani. Quello che Rigoberto, Chaplin, Arléquin o l’imbalsamatore rifiutano è la fissità. Non vogliono che i ricordi, i desideri, quello che hanno vissuto, si trasformino in un corpo imbalsamato o in una statua. Vogliono vederli ancora in movimento. Qui l’antagonista è il Tempo. Il mito in cui ultimamente mi capita sempre d’imbattermi, e che forse riassume tutto questo, è quello di Orfeo. Per me, Orfeo è il migrante, l’uomo strappato dal proprio amore o dalla propria terra, un personaggio tremendamente contemporaneo, che vorrebbe far tornare in vita la casa della sua infanzia o ritrovare un porto nelle braccia perdute dell’amante. Non si rassegna alla scomparsa delle cose, al potere che ha il Tempo su di noi. È questa sua ostinazione che fa piangere gli dei, la manifesta vanità di ogni suo sforzo. Mi sono convinto che Orfeo sa dall’inizio che il patto che stringe con gli dei è una truffa. Sa che non potrà strappare Euridice alla morte. Potrà solo sottrarla all’oblio, e quindi al Tempo. Quando si volta verso di lei non la sta perdendo una seconda volta, e per sempre. Quello sguardo che le rivolge è uno sguardo consapevole e vittorioso, è il vero motivo del suo viaggio. Tutto ciò che gli può essere concesso è appena quella fuggevole possibilità di rivederla. Per questo Orfeo si gira, e lo fa all’ultimo momento, quando capisce che tutto sta per svanire nuovamente, che non riabbraccerà mai il suo fantasma. Potrà appena, con lo stratagemma di quell’accordo e con tutto il suo talento, riconoscerlo per un istante in una folla di ombre. Quando Chaplin restituisce la scatola magica o macchina dei sogni ad Arléquin, con dentro i funambolismi dell’amore della sua vita nel circo della loro giovinezza, è di quella visione che lo risarcisce. Lo sguardo di Arléquin, chino sulla scatola, è lo stesso ultimo sguardo di Orfeo verso Euridice.

© Giovanna Amato

(1) Così l’autore durante una recente presentazione (a cura di Anna Maria Curci e Marco Guerra) presso il Villaggio Cultura Pentatonic.

Fabio Stassi (Roma, 1962), di origini siciliane, è bibliotecario e scrittore. Esordisce con Fumisteria (GBM 2006) cui seguono, per Minimum Fax, È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008) e, nel 2010, Holden, Lolita, Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999).

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