Giorno: 2 giugno 2013

Nocturnes #6: Igor Stravinskij, Cronache della mia vita

‘Nel mio intimo, temevo di non essere compreso.’

Igor Stravinskij,
Cronache della mia vita (1999)

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Quando un compositore o un musicista scrivono di sé, il rischio è sempre quello che la magia della loro arte si spenga dietro un linguaggio che non gli è proprio: in altri termini, della musica si può parlare fino a un certo punto, poi bisogna suonarla / ascoltarla. Queste memorie di uno dei più grandi del Novecento, Igor Stravinskij, fortunatamente ci regalano invece un valore aggiunto alla sua opera, e cioè la narrazione precisa degli avvenimenti che si svolsero intorno al vissuto musicale dell’autore; quali stimoli artistici lo portarono a determinate scelte, a certe amicizie (penso al legame con il direttore artistico Diaghilev e con il coreografo Nijinsky per la realizzazione de Le Sacre du printemps nel 1913) e a molti scontri che la musica di questo compositore dovette affrontare per affermarsi: ‘Ammetto che, a quell’epoca, alcune parti della mia musica potevano anche non essere capite subito da un’orchestra così conservatrice come quella di Vienna. Ma non mi aspettavo affatto che la sua avversione si spingesse fino a sabotare apertamente le prove e a pronunciare ad alta voce espressioni volgari come, per esempio: Schmutzige Musik (musica sconcia)‘ (pag. 50, in riferimento al lavoro Petruška). Il rapporto strettissimo con il compositore Rimskij-Korsakov, maestro di Stravinskij che iniziò il giovane Igor all’armonia e al contrappunto, è certamente uno dei capitoli più interessanti di questo viaggio nei diari del compositore russo; attraverso le parole delicate che Stravinskij riserva per Rimskij-Korsakov si percepisce il significato più intimo e profondo del legame con il proprio Maestro, guida musicale e spirituale, poiché la musica è anche una direzione di vita per chi vuole fare del suo vivere una ricerca. Sembra anzi che alcuni soggetti, tra i quali certamente Stravinskij, non abbiano potuto farne a meno: lavorare giorno e notte in un afflato di curiosità per la materia (in Stravinskij la musica si può quasi toccare…),  ai fini di una ricerca infinita che, riducendo ai minimi termini, è quella del suono.

Un altro aspetto interessante è la possibilità di capire, attraverso la lettura di queste pagine autobiografiche, quello che è stato il percorso di ascolto che portò Stravinskij a formarsi una cultura musicale: cresciuto in Russia ascoltando musica russa, fece successivamente il suo incontro con la musica francese di Debussy e Ravel nel suo soggiorno a Parigi e l’impressionismo musicale gli offrì, ovviamente, molti spunti di riflessione: ‘Oltre a lui (Debussy), la figura a me più cara era Chabrier, nonostante il suo ben noto wagnerismo, e la mia simpatia verso di lui col tempo non ha fatto altro che accrescersi. Non si deve però credere che le mie simpatie per le nuove tendenze di cui ho parlato mi dominassero al punto da distogliermi dalla mia venerazione per i miei antichi maestri.’ (pag 27). Chabrier, quindi, in una rosa di simpatia, mentre al polo opposto si posizionava l’accademismo di César Franck, che Stravinskij rifiutava.

È bellissimo ripercorrere e ricostruire con il compositore il tessuto di idee e opinioni che lo portò alla realizzazione della sua musica, nell’ottica certamente di una collaborazione con l’altro, ma nella consapevolezza che il viaggio di ogni artista viene compiuto in un’intima solitudine.

Molto interessante, nell’edizione Feltrinelli, il singolare testo di Pierre Boulez che chiude le cronache stravinskijane, tratto da Stravinskij oggi (ed. Unicopli), su cui mi taccio per lasciarvelo scoprire.

ML

‘Io considero la musica, per la sua stessa essenza, impotente a “esprimere” alcunché: un sentimento, un’attitudine, uno stato psicologico, un fenomeno naturale, o altro ancora. L’espressione non è mai stata la caratteristica immanente della musica. La sua ragion d’essere non è in alcun modo condizionata dall’espressione. Se, come quasi sempre accade, la musica sembra esprimere qualcosa, si tratta di un’illusione e non di una realtà. E’ semplicemente un elemento addizionale che, per una convenzione tacita e inveterata, le abbiamo attribuito, imposto, quasi un’etichetta, insomma un’esteriorità che per abitudine e incoscienza, abbiamo finito per confondere con la sua essenza.
La musica è il solo dominio in cui l’uomo realizza il presente. A causa dell’imperfezione della sua natura, l’uomo è destinato a subite il trascorrere del tempo – delle sue categorie del passato e dell’avvenire – senza poter rendere mai reale, e pertanto stabile, quella del presente.
Il fenomeno della musica ci è dato al solo scopo di stabilire un ordine nelle cose, ivi compreso, e soprattutto, un ordine fra l’uomo e il tempo. Per essere realizzato, esso esige necessariamente e unicamente una costruzione. Fatta la costruzione, raggiunto l’ordine, tutto è detto. Sarebbe vano cercarvi o aspettarsi altro. Questo ordine raggiunto che produce in noi un’emozione di un carattere del tutto particolare, che non ha niente in comune con le nostre sensazioni correnti e le nostre reazioni dovute a impressioni della vita quotidiana. Non si potrebbe meglio precisare la sensazione prodotta dalla musica che identificandola con quella prodotta in noi dalla contemplazione delle forme architettoniche. Lo capiva bene Goethe, che definiva l’architettura una musica pietrificata.’ (Igor Stravinsky, pag. 59)