Mese: giugno 2013

Festa di poesia 2013, Pordenone

8695_10201332645216494_1933515804_n

Anche quest’anno a Pordenone si svolgeranno due giornate dedicate interamente alla poesia: i poeti invitati per le serate saranno chiamati a leggere i loro testi nel piacevole contesto del Chiostro della Biblioteca Civica, alle ore 21.00 di Lunedì 1 luglio e Lunedì 8 luglio.
Qui di seguito riportiamo i nomi dei sedici poeti invitati a leggere. Pordenone è un centro molto attivo nel Nord Italia per quanto riguarda la poesia e la sua condivisione, si preannunciano due serate interessanti, di scambio, ascolto e riflessione.

Pordenone, Chiostro della Biblioteca Civica

LUNEDÌ 1 LUGLIO ore 21.00

Alberto Cellotto | Roberta Durante | Rita Gusso | Andrea Longega | Maddalena Lotter | Luigi Natale | Giulia Rusconi | Giovanni Turra |

LUNEDÌ 8 LUGLIO ore 21.00

Andrea Breda Minello | Vincenzo Della Mea | Fabio Franzin | Sebastiano Gatto | Francesco Indrigo | Marco Scarpa | Francesco Targhetta | Antonio Turolo |

La Festa di Poesia 2013 è promossa da

PORDENONELEGGE

BIBLIOTECA CIVICA

ESTATE IN CITTA’

BANCA POPOLARE FRIULADRIA CREDIT AGRICOLE

Giuseppe Genna – Fine impero (doppia nota di lettura)

fine impero

Giuseppe Genna – Fine Impero – Minimum fax 2013

“Nel tempo in cui nulla più è sacro”

Fine impero è in libreria per i tipi di Minimum Fax, e attorno a lui già gravita tutto ciò che potete trovare qui. Perché il lavoro di Giuseppe Genna è organismo vivente offerto in libera consultazione. Genna sa che la nostra scrittura è molto più consapevole di noi: la sua officina di riflessioni è sempre aperta, scritti compiuti assumono versioni 3.0,  nomi e sintagmi rimbombano da un libro all’altro, brani si rivelano denti di ingranaggi successivi. Ogni opera è pulsazione di un cosmo che prende in prestito, per essere detto, un genere consolidato per poi portarlo alla deflagrazione, e chi rinfocola questo cosmo (senza avere la pretesa di dominarlo né l’illusione di arrivare a chiuderlo) ha ben chiaro il proprio sguardo e la propria intenzione: perché tra gli autori che assolvono il compito di fissare il tempo cui apparteniamo c’è lui, Genna, e questo grazie alla sua abilità ad affiancare questo tempo a un battito più ampio, e coglierne lo scarto. È tale scarto a fare del tempo in cui viviamo il tempo nostro.
Fine impero, dunque, ultima scossa del cosmo-Genna in ordine di tempo, si apre con l’inspiegabile morte di una bambina; inspiegabile in quanto morte in culla, inspiegabile come qualsiasi dolore tocchi in sorte ai bambini. Non abbiamo alcun agnello (capro?), ma una dimensione di lutto privata. È perdita assoluta: lo sguardo di chi ha perso un figlio è concavo all’inverosimile, e abbraccia lateralmente, cogliendola ma senza aderirle, la realtà presente e passata in cui è immerso. Raggiunge quello che in Dies Irae veniva chiamato «lo sguardo gelido che suppone di essere testimoniale e non lo è». Il perché non lo sia è uno dei cuori profondi del libro: Fine impero è osservazione di un tempo che ha perso la pietà, brillamento della tragedia. Essa non viene né erogata né richiesta: «Il mio dolore», afferma il narrante durante la sua discesa nella Milano dello show-business rantolante, «alberga ovunque negli eoni, ha posto il cuore del suo impero nel centro del suo cuore. Tutelare il segreto della mia espulsione dalla vita era un imperativo che non riuscivo neanche ad avvertire come immorale». Nulla integra chi parla nella comunità, né c’è, del resto, comunità in cui sia possibile integrarsi: il tempo presente svuota di sacro ogni patto o rito che possa tutelarne la salute. L’albedo che ci spetta è il passaggio dalle quinte alla passerella in una sfilata d’alta moda («Fenditura di luce assoluta, da qui si esce, dal nero al bianco, dal buio cieco all’abbaglio accecante»). Il pasto sacro che ha dato inizio a tutto è una confezione di würstel contesa a gomitate in uno studio televisivo:

[…] si alzano in piedi tutti, la gente, ululano che vogliono i wurstel, la carne carcere dell’anima, le vallette afferrano confezioni di questi wurstel enormi famosi, li lanciano tra il pubblico che sgomita, la gente si lancia ad afferrare al volo la confezione, la gente apre la plastica sottovuoto della confezione, estrae i wurstel crudi, ecco la carne che comanda l’anima in tutto e per tutto […]. Lanciavano wurstel tra la gente che si azzuffava per mangiarli crudi dove cominciò tutto, lì.

Resta l’idea di uno sfascio, di un tempo incapace di aggancio, in cui perfino gli occhi di una tartaruga bastano a sentirci giudicati e minimi, e «il padre abbandonato diviene la figura patetica che fa da capo espiatorio per la città e si porta in esilio la peste che la devastava. Oppure diventa un profeta, ma non è questa un’epoca della profezia, questa non è un’era, non esistono più ere oggi e nell’immediato qui».

© Giovanna Amato

Titolo e citazioni, dove non altrimenti specificato, sono tratte da G. Genna, Fine Impero, Minimum Fax 2013.

******************************************************************

Il vuoto e il respiro

Siamo nel primo capitolo. Immaginate l’aria quando manca e poi, subito dopo, immaginate il respiro, quando torna e quanto sia ampio e vitale. Immaginate quando l’aria manca e quando torna. Quando si ferma il cuore per un attimo  e poi torna a battere, prima lentamente e poi più velocemente. Pensate a una storia e poi alla scrittura della storia. Ricordate: siamo nel primo capitolo. C’è questa scena iniziale del primo capitolo, c’è questo funerale, questa desolazione. Ci sono queste macchine parcheggiate fuori dal cimitero. Queste poche persone. Si sentono pochi passi. Ci sono  un uomo e una donna che stanno davanti agli altri. Una piccola bara bianca in mezzo a questo silenzio. Lei è la madre e lui e il padre. Qui manca l’aria. Avete finito il primo pezzo del primo capitolo, vi manca l’aria, avete voglia di ritornare indietro, a rileggere. Ed ecco la scelta delle parole, come si vanno a formare le frasi, la cupezza e la luminosità – il contrasto – delle descrizioni. La sintassi, i periodi, i punti al posto giusto. Qui torna il respiro. L’aria che manca, il respiro che torna, questo è Giuseppe Genna. “Nessuno sapeva niente di me tranne che ero nessuno: uno che scrive, uno normale, uno poco noto.” Il protagonista e voce narrante del libro, il padre dell’incipit, è uno scrittore. Uno scrittore che non scrive, che per vivere –anzi per sopravvivere – scrive per riviste di moda. Fine Impero racconta un dolore personale, la perdita di ogni cosa da parte di uomo. Genna parte dal  (e usa il ) dolore privato per scavare nella delirante desolazione collettiva in cui è precipitato questo paese. Il crollo dell’Impero viene ripreso da una telecamera che gira vorticosamente tra sfilate di moda, feste in casa di uomini di potere, droga, modelle giovanissime e strafatte, ragazzi che sognano la televisione, il reality, la televisione che li brama. Si passa dalla casa dello Zio Bubba,  l’uomo che accompagna “il padre” in questa discesa agli inferi, casa che è lusso, che è televisori al plasma appesi al soffitto, che è ragazzini che giocano a Wi, altri che scopano, altri che giacciono strafatti, altri che stanno male. Gli occhi di tutti sono vuoti. Nessuno dorme,  nemmeno chi lo fa, ebeti che vegetano, che ridono. L’orgia di corpi, del nulla, prosegue in un capannone fuori città dove si cercano altri corpi da mettere davanti a una telecamera. Würstel/Wrestler. Pubblicità/regresso. Suv che si muovono verso la Brianza, uno dei luoghi più produttivi d’Europa. Ville stratosferiche, dentro una di queste: la festa. Luogo della fine di tutto, del non festeggiamento. Corpi che ballano, corpi in piscina, nudi, vestiti, camere occupate da piccole orge, droga. Baratro. Il protagonista sembra muoversi come dentro una bolla e la bolla si buca ed entra un po’ d’aria biondo cenere. Perdersi in un corpo e ritrovarsi per un attimo. Questa è la fine dell’impero: un mondo perduto e fottuto costruito sul vuoto. Un vuoto che è un orribile palazzo in periferia o una sfilata di moda. Giuseppe Genna non lascia scampo, segue le tracce della fine di un’epoca e la cattura con una prosa cattiva, bellissima. L’equazione che regge il vuoto, risolve la sua incognita nei passi di un uomo che cammina, privo di tutto, verso Milano.

© Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Cartoline persiane#4 – di Andrea Accardi

Sandro_Botticelli_-_La_nascita_di_Venere_-_Google_Art_Project_-_edited

Caro Rhédi,

l’Occidente crede molto nell’emancipazione delle genti attraverso la cultura. Lo dimostra la fila interminabile che c’è sotto il sole di fine giugno davanti agli Uffizi di Firenze, dove si può ammirare tra le altre cose la Donna sulla conchiglia di tal Botticelli, maestro del Rinascimento italiano. Dopo avere aspettato per ore sudando e sbuffando, sono finalmente entrato. I quadri erano naturalmente sotto vetro, ma una disposizione strana delle luci rendeva impossibile vederli interamente. Da vicino, comparivo io in primo piano, sovrapposto al dipinto. Mi sposto, e metà tela è coperta di riflessi. Mi allontano ancora, ed eccomi di nuovo, stavolta rimpicciolito di sbieco, come quel pittore spagnolo che aveva inserito sé stesso in una propria opera di corte, leggermente defilato. Diventavo così un marinaio fiammingo, uno spettatore del Calvario, l’incarnazione di una Virtù… Mi trasformavo insomma in un personaggio per ogni quadro, e tutto grazie a quell’eccentrica illuminazione. Vedi, Rhédi, quelle che sembrano apparentemente sviste e strafalcioni in realtà sono il modo italiano per raggiungere la perfezione. Pensaci, l’America non è stata scoperta navigando nella direzione sbagliata? E la stessa Torre di Pisa, non deve forse alla stortura la sua fama? Qui ogni errore umano è in realtà qualità aggiunta, colpo d’ali, rivelazione del genio. Questo sì che è Umanesimo!

Ps: Nei prossimi giorni prenderò da Livorno la nave per la Sicilia… Chissà dove arriverò in realtà!

.

Flashback 135 – Bandiere

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

9

Sedersi nel primo posto libero, guardare fuori e poi chiudere gli occhi. Farsi svegliare dal controllore e sorridere. Dopo centosessanta minuti trovarsi a un terzo del viaggio e sempre fermi nello stesso posto; in centosessanta caratteri trovarti già accanto e ancora distante. Il tempo, fuori, cambia. Come i colori, come le case; continuano ad abbassarsi, circondate dal verde. Di colpo il cielo si apre e il sole passa da una parte all’altra del vagone, ora a destra ora a sinistra. Piegare l’edizione gratuita di un quotidiano nazionale e buttarla sul sedile, con la sezione cultura sempre più scarna e la nuova rubrica di Rondoni. Poi, sottolineare una frase a caso del libro: “Un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura”.

© Marco Annicchiarico

Leggi dal primo flashback     –     Leggi il flashback precedente     –     Leggi il flashback successivo

Sicut beneficum Lethe? #3: Arturo Onofri

Sicut beneficum Lethe? #3: Arturo Onofri

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

 

Onofri_Arioso

La terza puntata richiama l’attenzione sull’opera di Arturo Onofri, poeta da me studiato al liceo classico “Vivona” di Roma con il prof. Steno Vazzana (negli appunti liceali leggo: “Di Arturo Onofri è da ricordare Terrestrità del sole. Egli ebbe una tensione mistica nei suoi versi, e disse che la sua poesia era monotona nei soggetti. Ma l’atto poetico è per lui un atto sacerdotale: nei medesimi gesti c’è sempre una carica di fede profonda nel sacerdote, e così accade nei grandi poeti. L’attività poetica appariva la più alta dell’uomo”) e alla “Sapienza” di Roma, nell’anno accademico 1979/1980, nel corso di “Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea” tenuto dal prof. Giuliano Manacorda. Di Arturo Onofri propongo alla lettura versi che sembrano anticipare Enzensberger di Più leggeri dell’aria. Poesie morali tradotte da Anna Maria Carpi e, in particolare, il passaggio “Animuccia, più leggera dell’aria,/ più pesante che pietra su una tomba -/ con te è impossibile trattare,/ impolitica come sei/ e variabile come le previsioni del tempo!”:

Anima, sei già stanca

Anima, sei già stanca
di far questa mia poesia?
o la forza ti manca
per vincere la nostalgia?

Certo mi fai sogghignare
se credi che la tua cantata
non faccia proprio pensare
a nessuna canzone passata…

Pensa nello spasimo orgiastico
al Nil sub sole novi
e credi a me: il rimastico
lento degli umili bovi
è giusto che più giovi
del tuo ruminare fantastico.

Anima – piccolo specchio –
io sono già stanco di tutto;
mi sembra che tutto che tutto
sia vecchio sia vecchio sia vecchio.

 

“Per Arturo Onofri (Roma 1885 – ivi, 1928) è possibile registrare già nelle prime raccolte (Liriche, 1907, Poemi tragici, 1908), pur sotto un’ancor visibile influenza del linguaggio dannunziano, alcune scelte che resteranno tipiche dell’intera sua poesia e che per ora lo accostano all’idealismo o al pragmatismo o a esperienze occultistiche (si ricordi l’ultima fase del Leonardo) e modernistiche. Esse manifestano l’aspirazione alla trascendenza, la ricerca del divino, un sentimento cosmico che accoglie e insieme annulla l’individuo, l’anelito a un ‘empito profondo’ (dal che non è certo lontano un influsso pascoliano) i quali non escludono però – e questa volta con un fiancheggiamento crepuscolare – la presenza delle minime cose della vita (in particolare nei Canti delle oasi del 1909). Nel 1912 Onofri fondò con alcuni amici la rivista Lirica e intorno al medesimo periodo subì due profonde influenze filosofiche che servirono a determinare il carattere della sua religiosità mistica, quella di Edouard Schuré che gli fece conoscere le religioni dell’oriente e in particolare l’induista, e quella di Bergson nella cui dottrina dello ‘slancio vitale’ egli poté scorgere la giustificazione delle fede nel perfezionamento dell’uomo verso Dio. […] E più tardi Onofri dirà: “In poesia, musica vera è quella che fanno le immagini come tali, non le frasi locuzionali più o meno numerose. Rime potranno esserci ma fra le immagini, non fra le parole: si potranno scandire le immagini; basta con le sillabe. Così anche la famosa questione del verso libero diventa una pura questione tipografica”. Tanto ciò è vero che due anni dopo questa dichiarazione, Onofri pubblica Orchestrine (1917), dove il verso si è totalmente mimetizzato nella prosa poetica, nel frammento […]. La crisi è segnata da Arioso, (1921) che unisce prose e poesie e segna il trapasso dal frammentismo di orchestrine alla grandiosa architettura di Terrestrità del sole attraverso le poesie di Le trombe d’argento (1924) e lo scritto teorico Nuovo rinascimento come arte dell”Io (1925). Qui Onofri, riprendendo l’antroposofia steineriana sostiene che l’azione della poesia è liberazione, è purificazione verso l’infinita libertà spirituale, è vaticinio e profezia […]. Il prodotto poetico di questa visione […] è il ciclo di Terrestrità del sole (1927-1935), che già nel titolo allude all’immanenza di Dio nel mondo; esso si articola in cinque volumi per un complesso di centocinquanta liriche […]. L’azione del poeta, che secondo Onofri è demiurgica e creativa, si esplica e si mostra soprattutto nella ripetitività. Come il sacerdote si ripete nei gesti e nelle parole ogni volta che celebra il sacrificio della messa, così il poeta ha bisogno di una costante monotonia tematica per sottolineare la sublimità dell’atto poetico.” (Giuliano Manacorda in: Novecento. A cura di Giuliano Manacorda, Calderini, Bologna 1975, 60-61)

_____________________________

Sicut beneficum Lethe? #1 

Sicut beneficum Lethe? #2

Vita vera

violaParlare di Beppe Viola, vuole dire inevitabilmente fare i conti con una miscela esplosiva di sport, TV, parole, storie, canzoni, personaggi, avvenimenti che hanno caratterizzato e reso unica e irripetibile la vita e la cultura meneghina tra gli anni 60 e 80. Beppe Viola è un’intervista a Gianni Rivera sul tram, Beppe Viola è il commento del derby, è “Vincenzina davanti alla fabbrica”, Beppe Viola è quindi Enzo Jannacci, il Derby, Cochi e Renato; è Vite vere su Linus, Beppe Viola è soprattutto la Milano di Viale Argonne, quella stessa Milano che mi ha visto crescere e il cui accento e il cui respiro fanno inevitabilmente parte del mio DNA (sarà che anche mia madre fa Viola di cognome…). Beppe Viola è anche essenzialmente un uomo, un marito, un padre che domenica 17 ottobre del 1982, dopo aver fatto la doccia, la colazione con le figlie, i saluti; esce di casa per non farne più ritorno. Il libro di Marina Viola: Mio padre è stato anche Beppe Viola – ed. Feltrinelli, parte da qui, parte da quei (più) non detti, quella quotidianità affettiva interrotta che si intreccia col personaggio, ma che è rimasta patrimonio intimo e che ora si disvela in un tentativo quasi catartico di digerire un lutto masticato a lungo e a fatica (e come non potrebbe?).Ma la reale catarsi non si sviluppa nel seppellire, anzi sembra scatenare la rivelazione di una serie di eventi che in realtà vogliono fare giustizia di quel ruolo, che il lutto di un personaggio viola jannaccifamoso arriva sempre a celare. In questa sorta di disincantata famigliografia, gli aneddoti, i racconti, le memorie, non hanno l’ambizione banale e scontata di raccontare un altro Beppe Viola o di svelarne gli aspetti inediti. Il pregio del libro di Marina sta nell’umiltà di raccogliere quei pezzi mancanti, quelle visioni, quegli sguardi da figlia, per provare a completare un’esistenza che inevitabilmente manca. Come nel documentario di Alina Marazzi (Un’ora sola ti vorrei), il cui obiettivo era puntato su una storia di dolore, sfuggita alla memoria immatura e acerba di una bambina di 4 anni, anche in questo caso, dove però il lutto avviene improvviso in piena consapevolezza, la ricostruzione si attua scavando nella storia di famiglia, nell’album di ricordi, ma anche attraverso i racconti di chi ha incrociato e partecipato alla vita famigliare di casa Viola. Il merito del libro è quindi quello di decostruire un personaggio, ricondurlo alla sua domestica quotidianità, riportando allo stesso livello, alle stesse dinamiche i suoi rapporti professionali. Raccontare il pianto di Enzo Jannacci, amico ma anche medico personale di Viola, chiuso nel bagno, è anche questo una traccia di quel giornalismo onesto, pulito, che non si inchinava asservito all’intangibilità demagogica dell’evento ma che lo racconta, lo apre, lo approfondisce nel suo essere assolutamente terreno. Marina Viola, mantiene quindi vivo questo insegnamento e lo fa mettendo a nudo lo stesso insegnante. Devo anche dire che il mio incontro con Marina e il suo libro avviene nell’ambito del biografilm festival di Bologna e dopo aver assistito alla proiezione di due film che vedono protagonista Hunter S. Thompson e il suo giornalismo; pur con i dovuti distinguo, non mi pare così eretico assimilare (ma non pBeppe-Viola-riveraokosso non citare anche il mio mito di sempre, mr. Lester Bangs) la loro missione verso un reporting privo di alcuna remora o pudore nel rendere nudo qualsiasi Re. Marina Viola opera allo stesso modo e il fatto che questo libro esca contemporaneamente alla morte dell’amico di famiglia, Enzo Jannacci, non fa che rendere ancora più necessaria questa storia, che altro non è che la narrazione di una vita vera (e non esclude le nostre).

Poesie di Bernardo Pacini da “Cos’è il rosso” (Edizioni della Meridiana, Firenze 2013)

image (1)

da “Cos’è il rosso”

Séma-phoròs

La mia fortuna è che so sterzare d’istinto

Starnazzo al pedone:
«Idiota ma lo sai cos’è il rosso?»
e riparto paonazzo
non prima
però
di sentire lieve
ma distinto:

«E tu
lo sai
cos’è il rosso?»

.

La fortezza è uno scatolone Chiquita

«Le città invisibili di Calvino?
Mai sentito, non è mai stato ristampato…»
– mi risponde, ma pensa a sua madre morta
l’anima lasciata ad asciugare sul filo
a Napoli –

(E intanto la Fortezza è uno scatolone chiquita:
un ossuto titillare di polpastrelli
su una balena di ceramica
o su una maschera Bwa
intarsiata da Olaitan o da suo nonno Sou
ma destinata all’avv. dott. Arena

I venditori di poche parole
attori bugiardi
riparati dietro paraventi rabberciati
commerciano pezzi minimi del loro corpo
tempestati di chiodi storti di armadi

foto di «donne-fidanzati-fiori-donne-donne-fidanzati»
una forchetta l’unica nella miriade di miriadi
con ancora una crosta di pomodoro
il dattiloscritto quello originale famoso
che recita All work and no play makes Jack a dull boy
una pipa che non fuma più
un Bodini spiegazzato
Plutotostapane
lo scialle della regina Elisabetta)

«… però ne ho molti altri di Calvino
tutti a prezzo economico, non andartene ti prego
non lasciarmi qua da solo…»

.

da “Il sangue nelle mura”

La radio dice che
………………………………………………………………………………………a mia madre

La radio dice che
nelle vene non corre sangue
ma oro finissimo
ributtante materia fusa:
mia madre ora è meno madre
ma più infermiera perché
una volta che ero piccolo e mite
a vedere il suo oro
sgorgare dalle ciglia
svenne esangue
La radio dice che
una nuova genìa di cercatori
s’inerpica sulle stalagmiti:
grumi di sangue
di piccole-medie dimensioni
rarissimi coccoli rossi
si rovesciano
dalle loro tasche gonfie

Confusamente anch’ io
– che stabilisco la gerarchia
dei gesti
fino a togliervi significato
per darlo ai miei testi –
soffoco la cena
con il ketchup per renderla
più viva e dolciastra
E la notte diventa
in un semitono
un murales dove Dio
ruffianamente detta
due o tre comandamenti
a uno studente di chimica
che posato lo spray rosso
mi struscia le mani
con una spugna
imbevuta di mercurio
Il cavo delle mie ossa
è un canyon
dove imperversa il torrente
sangue e whiskey
dei miei ossimori

.

Trans-locum: avevano detto che era la fine

E invece no

Da qui si sente a ogni ora
il suono delle campane
qui non ci si corrode di lontananze
non si morde la coda il cane
il cane della mia solitudine
strada macchine marmitte
gas
forse morte ma tra qualche anno
con dignità

Qui alle sette
odore di pane e di libri usati
il fioraio che mette fuori i prezzi
la chiesa aperta a mezzo battente
un amico dietro il portone
che gioca a scacchi con

Le mura della casa
imbiancate di fresco
coprono i buchi dei chiodi
ma sotto scorre ancora
(e ancora) il sangue di Cristo
dentro le fondamenta
di ogni nuova
vecchia vita
(e addio alle fotografie
alle staccionate e ai quadri fantasma
di quella casetta a Padule che forse
non è mai esistita
se non dentro l’impasto
di patate ricordi pomodori sudore
vene vuote rughe scatoloni senza gatti
quella carriola dove a un tratto
sotto un gazebo
ho capito cosa vuol dire
stancarsi e poi morire)

Qua tutto ciò che conosco
sarà irriconoscibile
tutti quelli che non mi conoscono
sapranno chi sono

Rimani tu
dietro lo Statuto
a versare due lacrime per me
davanti a un’orchidea
che non ho coltivato io

.

da “Il dentro delle case”

Al giorno d’oggi, dietro ai cancelli si sospettano le banche private.
Non si sospettano giardini e nemmeno se ne sospettano i
custodi. C’era un racconto che parlava di un custode: lo scrisse
Kafka; ma allora aveva senso parlare di queste cose.

I

Vorrei essere custode del mio sguardo
il teschio
dove incastonare
i miei occhi di alabastro
con cui raschio i pomeriggi

Ho detto questo
e ancora altro
un giorno in un cortile
a una vecchia
che (si dice) muova
un passo in un anno
Mi ha risposto che deve decidere
dove andare a morire:
sulla sedia di vimini
o sotto il pergolato
all’ombra dei vitigni

Le ho farfugliato l’accompagno
si senta libera di morire dove vuole
ho pure una macchina
va a gas è tutto un guadagno

Ma nel suo assurdo pallore
lei ha taciuto
e fissando
rosso il pallone
appeso al reticolato:
«Non ti illudere
di vedere le cose
senza sprofondarci»

Ho saputo solo anni dopo
da una suora:
«Era la custode
del dentro delle case»

II
………………………………………………………………………..a Luigi F. e a suo padre
Il dentro delle case di campagna
è il seme che si spia
dal buco nella mela
fatto col cavatappi

Il dentro delle case di mare
è abitato solo
da crocifissi estivi
i costati di plastica
trafitti dalle zanzare

Il dentro delle case di montagna
è ispido buiore
sgualcito da lucciole chiuse
in un vasetto di miele

Il dentro delle case
è il tuorlo d’uovo
del cui esserci
per fantasmagoria
per familiarità
per fame
siamo certi all’ora di cena

Non esiste cosa o animale
che più del dentro delle case
meriti la sua custode

III

……………………………………………………Tra il faro e il mare c’è di mezzo il dire
Solo una volta
ho visto il dentro delle case
e fu nell’estate di Fiesole
quando le vibrisse della sera
sfiorarono la mano
che tenevo stretta a Clarissa

Tra la malerba e i nidi di geco
in uno spazio di muro
qualche donna lasciò aperta una finestra
e dietro la grata ho visto
la grattugia appesa al camino
la foto di Papagiovannipaolosecondo
un piccolo congresso di diverse luci e un’ombra
di vaso

Nel tempo di un passo si stabilì in me
la fibra pulsante di quella casa
scosse le fondamenta del torace
provocò una faglia
lo pervase di possibilità

Mi voltai e il viso di Clarissa
fu chiave del mondo:
potei guardarlo per un attimo
come in apnea
come se arpionato con le dita allo scoglio
avessi visto in una fessura
la rosa di mare
metronomo della corrente

Allora seppi tutto
del dentro delle case
è assassinio delle cose provare a dirle
senza sprofondarci

.

da “Le ciliegie”

Paradosso nuziale

La cosa più pura del matrimonio
è lo strascico della sposa
sporco di terra del sagrato

non è la compostezza dei parenti
non i fiori affacciati al matroneo
messi e rimossi nel giro di un’ora

La cosa più pura del matrimonio
è lo strascico della sposa
sporco di terra del sagrato

.

da “Ode porica”

Torno a casa
ma non è tornare a casa
se non ci divide qualcosa:
un corteo antifascista
uno strano obeso sulla strada
o un mar tirreno

Bernardo coi baffi
dovrebbe farti rivalutare
i baffi e non Bernardo

e quindi

la tua punizione sta
dentro un ultimo bacio?
echeggia nei miei singhiozzi
da Oltrarno fino a qua

Sarò costretto all’immobilità
imparerò dalle felci a strusciare
il naso con i cocci di vetro

Ironia di Spagna maledetta
non fai ridere
ma t’amo più di questa
poesia cagna

.

La punta della lingua – Poesia Festival (ottava edizione)

Nuova immagine (3)

I POETI INGLESI MCGOUGH E BAKER, I TEATRANTI REZZA E LA RUINA

LE POETE DI EINAUDI, L’ESCURSIONE NOTTURNA E LA FACEBOOK POETRY

TRA LE PERLE E I GIOIELLI ARCHITETTONICI DI ANCONA E RIVIERA DEL CONERO

PER IL POESIA FESTIVAL “LA PUNTA DELLA LINGUA” (8^ ED.) DAL 4 AL 9 LUGLIO

 

NOVITÀ 2013: I PRIMI DUE VOLUMI DELLA COLLANA POETICA DEL FESTIVAL

Le giocolerie poetiche di Roger McGough, uno dei poeti più amati d’Inghilterra, già sodale dei Beatles, e il campione mondiale di Poetry Slam (disfida in versi) Harry Baker, apriranno giovedì 4 luglio la VIII edizione del Poesia Festival “La Punta della Lingua” (4-9 luglio 2013, Ancona e Parco del Conero), organizzato dall’associazione Nie Wiem, con il contributo di Comune di Ancona, Provincia di Ancona, Regione Marche, Parco del Conero, Amo la Mole, Arci Ancona, Proloco Camerano, AMAT, con il patrocinio di Ministero dei Beni e delle Attività culturali – Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici delle Marche – Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici delle Marche, Comune di Camerano, Comune di Sirolo.

Giovedì 4 luglio, ore 18.45, sul sagrato della Chiesa di S. Maria di Portonovo (tra i più antichi e fulgidi esempi di architettura romanica in Europa), il poeta  McGough (Liverpool, 1937), che fece il suo esordio nella Liverpool anni ’60 dei Beatles, per cui scrisse la sceneggiatura del film d’animazione Yellow Submarine, leggerà le proprie poesie in lingua, accompagnato per l’occasione del suo traduttore Franco Nasi.

Alle 21.30 ci si sposterà alla Mole Vanvitelliana di Ancona, per ascoltare le performance verbali di un altro poeta inglese, Harry Baker (Londra, 1992), campione mondiale di Poetry Slam 2012, che segnerà con la sua presenza d’eccezione il ritorno della disfida in versi che ha caratterizzato le prime edizioni della Punta della Lingua: la competizione amichevole vedrà impegnati a gareggiare alcuni dei maggiori specialisti italiani della disciplina – Virgilio Enea Stefano Raspini (Reggio Emilia), Alessandra Racca (Torino), Giacomo Sandron (Venezia) – a fianco di virtuosi poeti locali – Rodolfo Bersaglia (Ancona), Massimo Franzoni (Ancona) e Annalisa Teodorani (S. Arcangelo). La giuria, estratta a sorte tra il pubblico, decreterà il vincitore della serata. Maestro di Cerimonia: Sergio Garau. Intromissioni musicali: Dj El Mar.

Sempre nel solco dell’incontro tra poesia anglosassone e poesia italiana, venerdì 5 luglio, ore 15.30, nel rinnovato Centro Visite del Parco del Conero (Sirolo), Riccardo Duranti, traduttore dell’opera omnia di Raymond Carver, ci condurrà nei segreti della sua officina di traduttore, tra aneddoti personali e riflessioni sulla scrittura del grande autore americano, in occasione della ristampa del volume di Carver Orientarsi con le stelle. Tutte le poesie (Minimum fax, 2013). Intervengono la traduttrice Stella Sacchini e l’editore ed editor di stretta osservanza carveriana Massimo Canalini (in collaborazione con Parco del Conero). Chiuderà questo mini-ciclo dedicato alla poesia straniera, sabato 6 luglio, ore 18, nel verde dell’Agriturismo Accipicchia di Portonovo, la presentazione del libro di poesie per bambini di Roger McGough Bestiario immaginario (Gallucci, 2013), con letture dell’autore e uno slam di traduzione tra Franco Nasi e Riccardo Duranti. Per bambini dagli 8 ai 90 anni.

Dalla poesia straniera alla poesia femminile: venerdì 5 luglio, ore 18, nella misteriosa Grotta Ricotti di Camerano, si terrà il consueto appuntamento con le “Donne di parola”. In occasione della presentazione del volume Nuovi Poeti Italiani 6 (Einaudi, 2012), integralmente dedicato alle ultime generazioni della poesia italiana al femminile, la curatrice del libro, Giovanna Rosadini, introdurrà le letture delle autrici Maria Grazia Calandrone, Franca Mancinelli e Laura Pugno. La “poetrice” (poetessa-attrice, come lei stessa ama definirsi) Rosaria Lo Russo sarà poi protagonista dell’escursione poetica notturna che si terrà sabato 6 luglio, ore 23, sui sentieri del Monte Conero. All’universo femminile martoriato sarà infine dedicata la performance che Antonio Rezza terrà al cospetto della contestata statua “Violata” (collocata nella rotatoria di fronte alla Galleria S. Martino di Ancona), domenica 7 luglio, ore 19, a cui seguirà, ore 19.30, al Lazzabaretto, una lettura di poesie (in collaborazione con Arci Ancona e Snoq Ancona) di Alessandra Carnaroli, autrice di Femminimondo (Polìmata, 2011), libro su femminicidi e violenza contro le donne. Carnaroli è tra i giovani talenti marchigiani censiti da Valerio Cuccaroni, nel libro L’arcatana. Viaggio nelle Marche creative under 35 (Gwynplaine, 2013), che verrà presentato per l’occasione, sempre domenica 7 al Lazzabaretto, con un intervento di Antonio Rezza, autore della prefazione.

In linea con la poetica della contaminazione, con cui “La Punta della Lingua” intende far uscire la poesia dal suo apparente isolamento mostrandone le infinite possibili declinazioni, torna anche l’appuntamento con il teatro di poesia: dopo Alessandro Bergonzoni (2010), Paolo Rossi (2011) e Toni Servillo (2012), a calcare il palco del Poesia Festival “La Punta della Lingua” saranno, sabato 6 luglio, ore 21.00, al Teatro Cortesi di Sirolo, Saverio La Ruina (premio Ubu al Miglior attore 2012), con il suo spettacolo La Borto (in collaborazione con AMAT), e domenica 7 luglio, ore 21.00, alla Mole Vanvitelliana, Antonio Rezza, nello spettacolo Fratto X (in collaborazione con Amo la Mole e Arci Ancona).

Sempre nel segno della contaminazione, si terrà la 5^ edizione della Facebook Poetry: lunedì 8 luglio, ore 22, all’Auditorium dell’Hotel la Fonte e online da tutta Italia e non solo, decine di poeti in collegamento da ogni dove, daranno vita, ancora una volta, alla singolarissima sfida in rete della Facebook Poetry. La Punta della Lingua è già su Facebook e cerca amici.

A questa vocazione meticcia e anti-accademica si ispira anche la nuova collana “La Punta della Lingua” delle edizioni PeQuod/Italic: il primo volume, Il rovescio del dolore, verrà presentato dal suo autore, Luigi Socci (direttore artistico del Festival La Punta della Lingua), venerdì 5 luglio, ore 21.30, al Lazzabaretto di Ancona, con la performance “Sfoghi d’artificio”, spettacolino di rianimazione poetica di e con Luigi Socci (materiali verbali, occhialini 3D, clava di gomma e petofono) e con Giovanni Berloni (parrucchino, basso e chitarra autoprodotta). In collaborazione con Arci Ancona. Martedì 9 luglio, ore 21.30, nella corte dell’Hotel Fortino Napoleonico, Andrea Inglese (voce) e Stefano Delle Monache (live electronics) presentano Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato (libro + cd, ed. PeQuod/Italic, secondo volume della collana “La Punta della Lingua”, 2013).

Non dimentichiamo infine il territorio: lunedì 8 e martedì 9 luglio si terranno due appuntamenti con “Le Marche della poesia”. Lunedì, ore 18, al Parco dell’Hotel La Fonte, la giovane studiosa di letteratura Martina Daraio presenterà il poeta osimano Danilo Mandolini, che leggerà alcune poesie dal suo libro A ritroso (L’obliquo, 2013), e il poeta anconetano Maurizio Landini, che leggerà da Lo zinco (Marco Saya, 2012). Martedì, sempre ore 18, nella corte dell’Hotel Fortino Napoleonico di Portonovo, si svolgerà il reading musicato “Canto degli Emarginati”, tratto dal libro Rom di Loris Ferri, con l’autore (poesie), Frida Neri (voce e piccoli strumenti), Antonio Nasone (chitarre). In collaborazione con Anpi Ancona.

Tutti gli eventi sono a ingresso libero tranne gli spettacolo La Borto (€ 10, prevendite AMAT 071 2072439) e Fratto X (€ 10, prevendite Casa delle Culture 339 1475737, amministrazione@casacultureancona.it).

Eventi a posti limitati su prenotazione: Donne di parola (prenotazioni Ufficio Turismo Comune di Camerano, 071 7304018) ed Escursione poetica (prenotazioni 071 9330066, www.forestalp.com).

Cene a buffet sabato 6, ore 19.30, Accipicchia (€ 15, prenotazioni 071 2139069), lunedì 8, ore 20, Hotel La Fonte e martedì 9, ore 20, Hotel Fortino Napoleonico (€ 15, prenotazioni 071 801470).

In caso di maltempo, gli eventi all’aperto si svolgeranno al chiuso.

Consultare il sito www.lapuntadellalingua.it

LA PUNTA DELLA LINGUA – POESIA FESTIVAL (VIII EDIZIONE)

Ancona e Parco del Conero, 4-9 luglio // organizzazione Nie Wiem | responsabile Valerio Cuccaroni | direttore artistico Luigi Socci

con il contributo di: Comune di Ancona | Provincia di Ancona | Regione Marche | Parco del Conero | Amo la Mole | Arci Ancona | Proloco “Carlo Maratti” | AMAT // con il patrocinio di: Ministero dei Beni e delle Attività culturali – Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici delle Marche – Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici delle Marche | Comune di Camerano | Comune di Sirolo // grazie a: Agriturismo Accipicchia | Anpi Ancona | Casa delle Culture Forestalp | Grand Hotel Palace | Hotel Fortino Napoleonico | Hotel Excelsior La Fonte | Osteria Strabacco | Snoq Ancona // media partner: Argo | Corriere Proposte | Spreaker | Urlo | Why Marche

Info: www.lapuntadellalingua.it | lapuntadellalingua@niewiem.org | +39.335.1099665

in-side stories #3 – Lettera d’amore a un fantasma

David-Foster-Wallace-Reading-San-Fr

in-side stories #3 – Lettera d’amore a un fantasma

Ciao Dave, come stai? Posso ancora chiamarti Dave o sei offeso? Sì, lo so che ti ho scritto solo per i compleanni, ma tenere una corrispondenza è difficile, figuriamoci con l’altro mondo poi, ammesso che ci sia. Perché, a guardar bene, amico mio, tu continui a essere irrimediabilmente morto, ed è così da qualche anno ormai. Comunque oggi mi sono risolto a scriverti di nuovo, l’occasione me l’ha data la tua splendida biografia scritta da D. T. Max (se vuoi, poi parliamo di ′sti cazzo di nomi puntati che ogni tanto tirate fuori dalle tue parti) “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”. Faccio un passo indietro, non mi hanno mai fatto impazzire le biografie, fanno eccezione quelle romanzate o quelle inventate. Ad esempio: ho lì da un po’ la biografia di Gorbačëv, ( a proposito, non mi è sfuggito il dettaglio che una volta votasti per Reagan) la comincio, poi mi fermo, poi la mollo, poi la riprendo, vabbè. Leggere la tua è stato diverso, intanto perché parlava di te (no, non sono qui per adularti), nel senso che avrei potuto trovare qualcosa di te che ancora non conoscevo. Pensavo, prima di leggere, che ci sarebbero stati brani tratti da lettere (quelle che scrivevi a Don Delillo sono molto più belle di quelle che scrivevi a Franzen; adesso stai pensando che è solo perché a me Delillo piace di più. E vorrei ben dire.), appunti rimasti fuori dai tuoi racconti, dai tuoi romanzi. Poi ho cominciato e tutto questo c’era, ma il libro non mi è piaciuto per questo. Mi è piaciuto perché ancora una volta sei saltato fuori tu. La tua strepitosa ironia, eri divertente sul serio.Tu e tutta la fatica che hai fatto, le tue debolezze (qua e là sei stato anche un po’ figlio di puttana), il tuo dolore. Ti faccio un esempio: i racconti di Oblio. Quando li ho letti non avevo dato loro un precisa connotazione temporale, non avendo idea di quando tu li avessi scritti, quindi il dolore dei personaggi non lo avevo abbinato (se non marginalmente) al tuo. Invece la biografia fa chiarezza, stavi già male (o di nuovo male), eri già nel trip non portato a termine de Il re pallido, avevi già di nuovo in testa – in qualcuno dei tuoi infiniti pensieri, dentro qualche periodo incidentale del cervello – l’idea di farla finita. Sei stato di parola, hai solo rimandato un po’ di volte, come la consegna del manoscritto di Infinite Jest, poi hai scritto fine. Non ti ho mai biasimato per questo, ho sempre pensato che non avessi alternative, o almeno non ne avessi più. Karen ti amava molto, penso che ti abbia perdonato all’istante. Max, nel libro, spiega che lei ha capito il giorno in cui le hai mentito: il sei di settembre 2008. Sei giorni di pianificazione e poi: ciao. C’era un sacco di gente che ti voleva bene e che ha pianto per te. Eppure credo che non ve ne sia nemmeno uno che non abbia compreso. Ma basta parlare di morti suicidi. Veniamo a noi. Insomma sei andato avanti tutta la vita a ascoltare gli U2, tutti quanti a un certo punto abbiamo smesso, tu mai. Senza parlare della Morrisette, mio dio. Carina quella cosa di quando hai ammesso di non conoscere i Nirvana, proprio nel periodo in cui tutti la menavano col fatto che IJ fosse grunge. Il tuo metodo di lavoro era folle, tu stesso non riuscivi a starti dietro. Quella miriade di appunti. Però alla fine l’ordine lo facevi. Il tuo ordine. Bonnie (l’agente) e Michael (l’editor) quanta fatica devono aver fatto a starti appresso ma quanto ti hanno amato però. Ho provato a immaginare come potessero essere quelle pagine di IJ che viaggiavano avanti e indietro tra te e Michael, le correzioni, i tagli, i ripristini, le telefonate. Un delirio. Hai sempre voluto scrivere e hai sempre scritto di alcune cose: l’intrattenimento, la dipendenza e l’autocompiacimento targato USA. Ma quelle cose le hai scritte benissimo, sempre grato ti sarà il lettore che abbia accettato la sfida di arrivare in fondo, anche quello che ancora si chiede quale cazzo sia il finale di IJ. Chi se ne frega, il finale è che tu non ci sei più, per cui avremo dei libri in meno da leggere. Anche il mio cane quando aspetta il cibo fa quel balletto con zampettìo laterale che faceva il tuo, uno spettacolo non è vero? Sai qual è stato il pensiero ricorrente mentre leggevo le ultime cento pagine? «Lo salvo, stavolta lo salvo.  Trovo un modo per fare ordine in quel delirio di appunti de Il re pallido e tutto va a posto. Oppure Karen, ecco Karen troverà un medico più bravo, una pillola migliore…» Questo pensavo, ti rendi conto quale assurdità? Sono incredibili i ragionamenti che fa fare la commozione, perché, parliamoci chiaro, il buon Max (che tu non hai mai conosciuto perché nell’unica volta in cui eravate nello stesso posto non vi parlaste) ha scritto un bellissimo libro e quando l’ho chiuso avevo le lacrime agli occhi. Avevo una strana voglia di abbracciare questo tizio dai nomi puntati e, di nuovo, la voglia di abbracciare te, vecchio mio. Ma siccome tu sei un po’ stronzetto e siccome sai di essere più intelligente degli altri, non voglio salutarti con le lacrime ma con una domanda (prenditi tutto il tempo che vuoi per rispondermi): «Com’è che perdevi sempre a scacchi?» Tuo, Gianni

****

*****
978880621462MED

Grazie a D. T. Max per questa bellissima biografia

*******************************************

Anyone’s Ghost – The National (album High Violet 2010)

You say you stayed home
Alone with the flu
And find out from friends
That wasn’t true

Go out at night with your headphones on again
Walk through the Manhattan valleys of the dead

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

But I don’t want anybody else
I don’t want anybody else

Said I came close
As anyone’s come
To live underwater
For more than a month.

You said it was not inside my heart, it was
You said it should tear a kid apart, it does

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

But I don’t want anybody else
I don’t want anybody else
I don’t want anybody else
I don’t want anybody else

I had a hole in the middle
Where the lightning went through
I told my friends not to worry
I had a hole in the middle
Someone’s sideshow to do
I told my friends not to worry

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

*****

Ascolta il brano

“Incipio” di Rosemily Paticchio

Incipio_copertina

Rosemily Paticchio. Incipio

Scelta di testi con una breve nota introduttiva di Anna Maria Curci

All’inizio del romanzo di Novalis Heinrich von Ofterdingen il protagonista, in uno stato tra dormiveglia e sonno, si addentra in un mondo ‘altro’, non meno percepibile con i sensi di quello reale, senz’altro più completo: si tratta della dimensione alla quale anela la ‘Sehnsucht’ romantica per l’infinito, per l’universo prima della separazione. Musica e filosofia, narrazione e immagini nitide si alternano, duettano, si mescolano, si fondono. Tutto prepara e tende al manifestarsi del simbolo per eccellenza: die blaue Blume, il fiore azzurro.  Nel mondo sognato, dipinto, realmente percepito da Heinrich von Ofterdingen si entra nell’accedere ai testi di Incipio, raccolta d’esordio di Rosemily Paticchio, dalla quale sono tratti i testi che seguono:

Poi venne.. la Separazione dal Sogno

Qui vi è il margine di separazione

dal Sogno

che il silenzio oltrepassa sulle punte

e un librarsi d’ali spinge nel vento

come tempio sospeso tra nubi

con l’arcata che pende dal cielo

e arcobaleni finemente illustrati

quali nicchie di un abside esterno

che l’andar via sottile dei corpi

lo svestirsi degli abiti

in un soffio di voliera azzurra

rende la gabbia possibilmente semichiusa

sulla zona d’ombra di un micro-universo

e gli uccelli in suoni convulsi

eseguono melodie incendiate

a ritmo crescente.

Potremmo salpare qui dove le sponde

di muschio bianco videro le gondole

migrarsi oltre l’Oceano della Scienza

perduto sulle scie d’incenso!

Nymphaea

Guarda l’occhio del fossile alla sua creazione

di verde alleanza con i palmi gemelli

di confluenza nei luoghi fraterni

un volto facilmente collassa sugli scogli

ma non le mani legate alla calce

che tastarono la primitiva ghiaia

non le conchiglie bianche

testimoni dell’affilata gigantesca

spiaggia su cui poggiai il primo braccio

(E naufragai in cerca di una qualche sostanza..)

Come vidi che effimero e temporaneo

sta il petalo sull’orbitale di corolla

capì che i fiori, i peduncoli, non hanno niente

oltre al nettare preso d’assalto

in cui è il dramma della loro assenza.

Allora m’improntai rimpicciolendomi

nella selva vivente

a cacciare le nascoste orme di narcisistiche bacche

come figlia di Ninfe

in cerca di felicità con esse perdute.

 

 

Dendros_01  (Anima mundi)

Nella sosta lieve, nella veglia profonda

nel riposo inviolabile di una foresta in_vergine

dimora d’illusorio nonessere

si carica il solfeggio di uccelli

con armonie di tempere a fresco

s’ode il canto della dura corteccia

narrante la sinossi di un albero e dei suoi anelli.

Udire i rami è di alto intelletto

le spirali traboccanti di segni

la sfilatura dei tralci e tessitura

di sfere concentriche!

Si dilata nei polmoni aperti una chioma

dai fitti misteri a tratti s’inchina

con la direzione del vento, a tratti si ferma

con lo sguardo rivolto a rotondità di cielo

come un magnete che si beve la luce

per fotosintesi del piccolo progetto.

Ogni ramo è un abile arciere che la

lancia affonda nel petto di un confitto orizzonte

e sul sipario fecondo e redditizio

si riflette tutto il bagliore suo

Anima Mundi!

Rosemily Paticchio scrive di sé:

Nata nel 1975 nel Salento, dove ho sempre vissuto conseguendo nel 2002 la Laurea in Beni Culturali, esordisco in campo letterario nel 2012 con la pubblicazione della raccolta poetica “Prima che i germi”, nell’ambito del volume antologico “Retrobottega 2” (CFR Edizioni), con saggio critico di Gianmario Lucini. Successivamente pubblico la plaquette di poesie “Incipio” per la collana Coincidenze di Arca Felice Edizioni, a cura di Mario Fresa. Negli ultimi anni miei componimenti sono apparsi in varie antologie di Perrone Editore, altri sono stati pubblicati in volumi antologici di concorsi letterari e nell’ambito dei Premi “Verba Agrestia 2011” (Lietocolle) e “Dal manoscritto al libro 2010” (Perrone).  Alcuni contributi poetici sono apparsi su riviste letterarie e litblog. Ho pubblicato racconti sulla rivista per ragazzi “Un due tre stella” (Lupo Editore) e collaborato con artisti operanti sul territorio locale, curando i testi creativi di mostre fotografiche e installazioni. Attualmente svolgo collaborazione giornalistica con testate locali occupandomi di cultura, ambiente e territorio.

Tra le righe n. 14: Ingeborg Bachmann

Bachmann_wahre_Saetze

Tra le righe n. 14: Ingeborg Bachmann, Ihr Worte

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman*

87 anni fa, il 25 giugno 1926, nasceva a Klagenfurt Ingeborg Bachmann. A lei, oggi, è dedicata la quattordicesima puntata della rubrica “Tra le righe”, con la sua poesia Ihr Worte nell’originale tedesco e in due traduzioni in italiano.

Nel 1961 Ingeborg Bachmann dedica Ihr Worte a Nelly Sachs. Bachmann stessa riferisce in una intervista, a proposito di questa poesia: «Ho scritto Voi, parole, dopo che per cinque anni non mi ero più arrischiata a scrivere una poesia, non ne volevo scrivere più, avevo proibito a me stessa di creare una struttura del genere, quella creazione chiamata poesia […]. So ancora poco di poesie, ma tra le poche cose che so c’è il sospetto. Sospetta a sufficienza di te, sospetta delle parole, della lingua, mi sono detta spesso, approfondisci questo sospetto – perché un giorno, forse, possa nascere qualcosa di nuovo – oppure nulla debba nascere.» *
La traduzione, in questo caso, è davvero (Wahrlich, come recita il titolo di un’altra poesia di Ingeborg Bachmann, dedicata alle parole e a un’altra poetessa, Anna Achmatova) un varcare, che rischia di essere impudico e azzardato, “la soglia dell’altro”. Solo un dettaglio su una difficoltà traduttiva: nel finale, Ingeborg Bachmann gioca con due termini, anzi con uno, del quale conia un plurale estraneo alla lingua corrente. Il sostantivo Wort, parola, ha in tedesco due forme di plurale: Worte, che sta per parole (dette o scritte), qui le destinatarie dei versi, e Wörter, precisamente “vocaboli”. Il sostantivo composto “Sterbenswort”, che letteralmente significa “parola di morte” è usato correntemente con l’articolo negativo “kein” e sta a indicare “neanche una parola”, “neanche un fiato”. Kein Sterbenswort è la negazione della parola, è il silenzio, mentre la contaminazione “Sterbenswörter” è usata qui, a mio parere, con l’intenzione di di far risaltare il potenziale distruttivo delle parole, di determinate parole. Anche qui il gioco è tra resa e ribellione. (Anna Maria Curci)

Ihr Worte

Für Nelly Sachs, die Freundin, die Dichterin, in Verehrung

Ihr Worte, auf, mir nach!,
und sind wir auch schon weiter,
zu weit gegangen, geht’s noch einmal
weiter, zu keinem Ende geht’s.

Es hellt nicht auf.

Das Wort
wird doch nur
andre Worte nach sich ziehn,
Satz den Satz.
So möchte Welt,
endgültig,
sich aufdrängen,
schon gesagt sein.
Sagt sie nicht.

Worte, mir nach,
daß nicht endgültig wird
– nicht diese Wortbegier
und Spruch auf Widerspruch!

Laßt eine Weile jetzt
keins der Gefühle sprechen,
den Muskel Herz
sich anders üben.

Laßt, sag ich, laßt.

Ins höchste Ohr nicht,
nichts, sag ich, geflüstert,
zum Tod fall dir nichts ein,
laß, und mir nach, nicht mild
noch bitterlich,
nicht trostreich,
ohne Trost
bezeichnend nicht,
so auch nicht zeichenlos –

Und nur nicht dies: ein Bild
im Staubgespinst, leeres Geroll
von Silben, Sterbenswörter.

Kein Sterbenswort,
Ihr Worte!

Ingeborg Bachmann

A voi, parole

Per Nelly Sachs, l’amica, la poetessa, con venerazione

A voi, parole, orsù, seguitemi!
Anche se già ci siamo spinti avanti,
fin troppo avanti, ancora si va
più avanti, si va senza fine.

Non vi è schiarita.

La parola

non farà
che tirarsi dietro altre parole,
la frase altre frasi.
Così il mondo intende
definitivamente,

imporsi,
esser già detto.
Non lo dite.

Seguitemi, parole
che non diventi definitiva
– questa ingordigia di parole
e detti e contraddetti!

Lasciate almeno per un poco
ammutolire ogni sentimento
che il muscolo cuore
si eserciti altrimenti.

Lasciate, vi dico, lasciate.

Non sussurrate nulla,
nulla, dico, all’orecchio supremo,
che per la morte nulla

ti venga in mente,
lascia stare,  seguimi,
né mite né amara
non consolatrice
né significativamente
sconsolante,
ma nemmeno priva di significato  –

E soprattutto niente immagini
nella polvere, vuoto rotolare
di sillabe, parole di morte.

Neanche una,
o parole!

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Maria Teresa Mandalari, in: Ingeborg Bachmann, Poesie. A cura di Maria Teresa Mandalari, TEA, Milano 1996, pp. 155-157)

Voi, parole

Per Nelly Sachs, l’amica, la poetessa, con venerazione

Voi, parole, su, seguitemi!,
e anche se siamo andati avanti,
troppo avanti, ancora una volta
si va oltre, si va senza fine.

Non sta schiarendo.

La parola

si tirerà soltanto
altre parole dietro,
la frase un’altra frase.
Così vorrebbe il mondo,
definitivamente,
farsi invadente,
esser già detto.
Non dite il mondo.

Parole, seguitemi,
che non divenga definitiva,
no, questa brama di parole
e botta e risposta!

Non fate, ora, per un po’,
parlar alcuno tra i sentimenti,
lasciate il muscolo cuore
allenarsi in altro modo.

Lasciate, dico, lasciate.

Al sommo orecchio nulla,
nulla, dico, in un sussurro,
per la morte nulla ti venga in mente,
lascia, e seguimi, non mite,
né aspra
non consolatoria
non sconsolatamente
significativa,
e così neanche senza segno –

E, bada,  non questo: un’immagine
nella tela di polvere, vuoto ruzzolare
di sillabe, vocaboli di morte.

Neanche una parola,
voi, parole!

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci, apparsa, tra l’altro, nel n. XIII dei Quaderni di traduzione, nel blog “La dimora del tempo sospeso”, qui)

__________________________________________________________________________________________________________________________

*Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

**originale: «Ihr Worte habe ich geschrieben, nachdem ich mich fünf Jahre lang nicht mehr traute, ein Gedicht zu schreiben, keines mehr schreiben wollte, mir verboten habe, noch so ein Gebilde zu machen, das man Gedicht nennt. […] Ich weiß noch immer wenig über Gedichte, aber zu dem wenigen gehört der Verdacht. Verdächtige dich genug, verdächtige die Worte, die Sprache, das habe ich mir oft gesagt, vertiefe diesen Verdacht – damit eines Tags, vielleicht, etwas Neues entstehen kann – oder es soll nichts mehr entstehen.» (traduzione di A.M. Curci)

Altre poesie di Ingeborg Bachmann su Poetarum Silva:

La Boemia è sul mare

Lasciapassare

Spiegami, Amore

Spiegami, amore

Poesie di Giuseppe Musmarra da “Ho conosciuto Indro Montanelli – Poesie sul Tempo umile” (Edizioni della Sera, 2012)

31liLtyGfsL._SL500_AA300_

.
I CASOLARI

I casolari
svalutati dalla Nuova Ferrovia
svalutati dalla Nuova Autostrada
naturalmente vuoti
troppo vicini
all’asfalto o ai binari
crepati nei tetti derelitti
non risorgeranno mai
ristrutturati.

E noi dobbiamo dire grazie
alla Nuova Ferrovia
alla Nuova Autostrada
consentono coerentemente la morte delle case
popolate da ricordi morti
evitano la violenza del ristrutturare
la minaccia dei faretti
di idromassaggi dove c’erano latrine
di papere che sciamano in comodi casali
ingorde di farro bio e affettato vegano.

Se ancora qualcuno permette la morte
e il ricordo e povero e diruto e umile e unto
se qualcuno permette anzi agevola
la fine strutturale per consunzione
ebbene noi dobbiamo dire grazie
alla Nuova Ferrovia
alla Nuova Autostrada.
All’Orrore che scaccia l’Orrore
All’Orrore che scaccia la Moda.

.

PERDERE L’ATTIMO

Nulla è più importante
che perdere l’attimo
Tutti dicono che no
bisogna coglierlo.

Ma cogliere l’attimo
è avere già vissuto.

Perderlo invece
produce nell’ordine
pentimento struggente
senso di vuoto
fallimento
rimpianto iroso.

E’ a furia di perdere attimi
che io rinasco uomo
che un muro liscio
diventa sbrecciato.

Sale di mare
di nuovo apprendistato.

.

NEMMENO UN ADDIO

Ricordi – mi pare –
quel movimento strano
l’incedere scoordinato delle macchine
nel giorni comandati al lavoro.

Ricordi – sono certo –
anche quelle voci stridenti
i pullman colorati di turisti
che guardano tutti verso un luogo
un punto preciso
dove chissà perché si ritengono raccolti
particolari tesori
che l’Uomo avrebbe creato.
Qualcosa da vedere
un baleno
uno scintillio
qualcosa – raccontano – che salverebbe dal buio
ogni suo fratello derelitto.

Ricordi poi – speriamo –
quel tentativo di contatto
subito abortito in un errore.
E ancora uno sguardo freddo
un saluto accigliato.

Nemmeno un addio.
Perché Addio
presuppone Incontro.

.

ORVIETO

Non mi interessa
quando ti guardo dal treno
che tu sia un luogo d’arte.
Per me potresti essere scarna come Orte.

No, Orvieto: di te gradisco piuttosto
la luce sulla rupe che minaccia di sfaldarsi
il tufo che quando piove fa i capricci
e potrebbe morire portandosi dietro
i tesori le chiese i monasteri
e tutte le cose belle che non valgono nulla
almeno per me, per come io sono.

Mi interessa, ecco, la tua fragilità
il tuo rischio di Venezia secca
Solo questo sei, Orvieto.
Agli occhi d’un viandante moderno con il treno.
D’un viandante antico col carretto.

.

IL GESTO

Mi piacerebbe capire
dolcemente
come fossi cullato dalle onde
o da una marea benigna
relativa a un luogo comunque liquido
mi piacerebbe – penso spesso – capire
il processo che crea e compone
ciascun gesto solido di esistenza terrena.

Se dietro questo gesto o quello
si celi l’inespresso non visibile
siccome anima bianca.

Mi piacerebbe capire se del gesto
è la parte principale che vediamo
o solo il retro.
La porta di servizio e non l’ingresso.

.

LE REFERENZE

Non so nulla di te
ma non chiedo referenze.

Cerco
– nella fiducia –
un segno
un solco
un luogo
senza tempo.

Nemmeno so di te
se dai dolori sei albergo.

Se hai animo
gentile
se vali
– nel silenzio –
un lampo
od un frastuono.

.