Giorno: 30 Mag 2013

“Fratello Poeta” di Giuseppe Piccoli

Immagine 005 Titolo: Fratello Poeta

Autore:  Giuseppe Piccoli

Editore: LietoColle, 2012. A cura di Maurizio Cucchi e Maria Piccoli

Esattamente un anno fa è uscito per l’editore Lietocolle un libro che rappresenta una rarità, qualcosa di cui si sentiva la mancanza. Si tratta di Fratello Poeta di Giuseppe Piccoli, a cura di Maurizio Cucchi, e introdotto dalle profonde parole di Maria Piccoli, dottoranda di Filologia Romanza presso l’Università Degli Studi di Siena.
Questo libro rappresenta e riprova la finissima purezza del dettato poetico di Giuseppe Piccoli, autore metafisico e tragico fino all’estremo.
Nel febbraio del 1987, a soli trentotto anni Piccoli si toglie la vita nell’Ospedale psichiatrico di Napoli, dove era stato internato dopo aver compiuto un grave fatto di sangue; la premessa è doverosa per una comprensione profonda ed attuale della sua opera.

Un libro che raccogliesse in parte l’opera di Piccoli era necessario, non solo per raccontare di uno dei poeti più grandi degli ultimi trent’anni di poesia contemporanea italiana, ma anche per cercare, almeno in qualche misura, di riorganizzare e approfondire la sua opera. Lavoro non certo semplice, visto il numero di inediti ancora in circolazione. Solamente Maurizio Cucchi e Arnaldo Ederle si sono occupati di tenere in vita la memoria di questo prezioso poeta.
Maurizio Cucchi pubblica nel 1981 in Poesia Tre, Guanda Di certe presenze di tensione che dà il titolo ad un’antologia che comprende le sezioni Fratello poeta, L’uomo di trent’anni e Rassomiglianze, poi ricomposte nell’edizione del libro Fratello Poeta. Nel 1983 Cucchi pubblica nell’Almanacco dello Specchio 11, Mondadori, Foglie. Dodici poesie. Lo stesso Maurizio Cucchi con Stefano Giovanardi pubblicano Giuseppe Piccoli nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento, edita prima nei Meridiani Mondadori e poi in versione tascabile dei Classici Moderni; proprio quest’ultima inclusione afferma la grandezza della poesia di Giuseppe Piccoli ai più.
Arnaldo Ederle pubblica invece nel 1987 per Bertani Chiusa poesia della chiusa porta e sempre a cura di Ederle appariranno altri inediti nel corso degli anni in tre numeri della rivista “Poesia” dell’editore Crocetti.
In ultimo è giusto citare la bella analisi di Viviana Scarinci sulla poesia Lettera per una domanda di perdono dal titolo L’amore senza persona. Intorno a una poesia di Giuseppe Piccoli. La stessa Scarinci nel suo saggio descrive quella di Piccoli come “una coscienza poetica assai singolare” e ne parla come di un “moderno Orfeo”.

La prima sezione di Fratello poeta è Di certe presenze di tensione, forse quella più bella del libro, mossa da un’intensità senza confronti, nuova, dove la metafisica e la quotidianità si bilanciano nella ragione, nella fermezza della parola.
Come scrive Maurizio Cucchi “in quelle poesie circola qualcosa di misterioso, che si condensa, si raggruma, in versi di un’asciutta fisicità scandita che esprime la difficoltà dell’essere”. Proprio questa difficoltà, questa malattia rendono il verso arioso e presente.
“Baci. Ma nell’aria c’è una/ malattia dell’Essere: la chiami/ noia per ripetermi e quindi/ evadere ogni possibilità di offesa./ La chiamo “mondo” e, rinnovandomi,/ c’è questa splendida facoltà di intesa”.
Piccoli racconta di un mondo fermo, riscritto con estrema forza e chiarezza; la base è una metafisica del guardare, del credere nella poesia come realtà altra, realtà profetica e vera. Ancora Cucchi parla di “verità messianica”, intesa come motore per l’oltre, dove il dio e il poeta sono gli esseri esclusi per eccellenza, gli esseri creativi, che possono andare verso qualcosa di oscuro che tace e sedimenta nell’abisso dell’animo umano.
Allora solo la parola, solo il creare, potranno far parlare, riscoprire i veri segni, i simboli della vita e del destino di ogni uomo. “Il figlio e il dio sono sospetti:/ l’ateo del sentimento naturale/ scopre errori di cifra: si confida/ l’amico penitente, chiede un aureo consiglio./ Ma il viaggiatore conclusivo che l’ascolta, non l’attende, e si muta nell’anonima gente”o ancora una metafisica/ filosofia rinnovata che cresce nell’apertura costante del mondo, nella verità ricevuta, in quel vero vento, dietro quel velo: “Sinché resista questa scorza/ d’uomo, sin che la polpa/ non s’asciughi, apri/ la finestra sul mondo:/ perché di te sia inconsumabile/ il vero vento e la reale rosa/ bianca, dell’uno e dell’altro/ bimbo, di quelli che reggono/ il velo di Ecce Homo”.
Un’ispirazione profetica, iniziatica, che porta la conoscenza dei misteri della vita, dalla fonte da dove può sgorgare ogni cosa, alla veste, sudario di ogni sensazione, di ogni probabilità. Solo dopo aver saputo, dopo aver conosciuto la natura umana, l’uomo, il poeta, può essere di nuovo libero, solo, fuori dalla terra, unico creatore di un mondo di messaggi: “Questa fonte che lava la mia veste/ ora tu la conosci, la devi consacrare:/ e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre/ tu la devi svuotare nell’abisso:/ in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia/ tu saprai di te stessa, mi ricoglierai/ quando avvertendo il passo sino al punto,/ al primo attimo io colga una fossile conchiglia./ Tu traversando lo spazio che ti allegra/ saprai di me, della natura umana./ Ed io che allora uscirò di terra/ mi farò la mia tana e la mia vela”.

Le prime poesie di questo libro sono tutte da scoprire nei minimi dettagli: lanciano un’offerta invitante di essere lette; spingono i gradi di separazione al limite massimo. Questi versi si ascoltano in perenne pulsazione, come se mostrassero una realtà inondata di segni e ammonimenti: “Separati da un muro, l’idiota/ e l’angelo scrivono lo stesso poema,/ per venticinque anni, con grazia/ di arguzie e senno squisitamente/ demoniaco. E la stessa farfalla/ entra e esce, per ricapitolare/ la storia dei suoi voli: ma quelle/ folte rase sopracciglia dell’idiota…./ e quel verso di gufo/ che gli angeli atterrisce….”.
E ancora, la descrizione di una grazia unica e vera, un contagio che si deve muovere verso la scoperta; l’amore deve passare per altre vie ora più che mai.

Il poeta è custode della doppiezza del mondo: “Perché la grazia sia verde,/ e sia verde il contagio, avvicinati:/ io spalmo di olio le tue mani./ E per andare lontano, più lungi,/ sarò amante del dolore cristiano”.
Per questo l’amore in Piccoli raggiunge i limiti della classicità, sposandoli alla piena modernità: Ofelia, Orfeo, Narciso…,non sono solo simbologia e personaggi della mitologia, ma riescono a costituire un’attesa nel quotidiano, un riflesso taciuto e pronto per gli amanti. Ogni tempo è il nostro tempo, compreso quello di Giuseppe Piccoli: “La lebbra contro il cielo,/ la fame dentro il fuoco,/ la neve sopra la notte./ Rifinito profeta,/ fosco e tinto,/ scolpito in una ragione/ di ladre buie;/ dopo la santa colpa,/ la carne pura di Narciso/ mendica la sua puerizia./ Un palazzo di insani/è questo caffè d’inverno/ senza Ofelia”.

Le poesie tratte da Foglie. Dodici poesie sono connotate da una forte ricerca di sicurezza, nella natura, nella mite vita delle foglie, simbolo di unione e amore per la donna amata, ricercata, ascoltata nel desiderio di non esporsi, di non dirsi; in questa breve raccolta vige la regola del raccoglimento, dove la poesia di Giuseppe Piccoli sembra rilassarsi per prendere altre forme. Si delineano e sembrano prendere una “morbidezza ambigua” come scrive Maurizio Cucchi, che allenta e smuove il testo: “Come fosti figlia/ dell’azzurro e di me/ ora sei foglia/ che si assottiglia/ levigata dal vento/ che ti rovina/ nelle stanze delle maschere/ dove la porta è ferma/ come tronco d’albero/ e dentro la sua luce/è intera nera”. L’ostacolo è presente e l’attesa perenne non può essere che una promessa, un avvenire, un’ideologia dell’ascolto, verso la cosa amata: “Eri volto che recava/ al mio saluto che ti annota/ nel taccuino del tempo/ di gravi fogli-foglie/ e ti consona e ti danza/ oltre la porta segreta/ nella temuta stanza/ dove il sogno ti aspetta/ e gioventù non trema/ di ore e giorni fissi/ in un bussare alla fronte/ come un libro di chiesa./ Ma ora la tua vita è chiusa/ e la mia senza casa”.

In Chiusa porta della chiusa poesia ritornano i temi chiave della poesia di Giuseppe Piccoli, l’appuntamento metafisico con la donna ricercata, temuta come nemica ed eterna presenza irrisolta: “I capelli li dipinge lei: poi/ ci penserà il vento a denunciare/ l’ora dell’appuntamento metafisico./ E ci sono i cammei, e la toilette/ è fornita sempre di asciugamani,/ di profumi, di rivoltelle. Sei/ la nemica del tempo più breve:/ quella che non un nastro colorato/ vuole, ma tutta la collina tutta/ quanta intera di frutti”.
Ancora una volta è il poeta che conosce, che custodisce la chiave per un altro mondo, quello sbilanciato dell’immaginazione, della forma perfetta degli alfabeti, dove si nasconde costantemente la parola, la poesia stessa, dove l’offerta del poeta al mondo è totale e unica, dove il poeta stesso rappresenta il volto nuovo, l’uomo nuovo, l’Ecce Homo atteso da tanto: “Ma per chi non ha strada/ c’è la caverna dove un muto infante/ si rifugia chiamando il padrone:/ non scesi con la lampada nell’antro/ né vidi i morti fare all’amore,/ né pensai a mia madre china al cucito/ né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti./ Ma l’angelo che il fanciullo custodisce/ era il mio seno nella casa segreta:/ io ero la chiave e l’oltremondo/ mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.”

Le ultime due parti del libro Reale è l’altro e Inediti vari, usciti sulla rivista Poesia, a cura di Arnaldo Ederle, vengono qui riproposte in chiusura del libro; corrispondono ad un periodo inedito della poesia di Giuseppe Piccoli, anche se non riescono forse a raggiungere l’altezza della maggior parte dei testi delle altre sezioni del libro, sono sempre impregnati di una lingua nuova: “Il dono disperato della vita/ ti siede accanto, fanciulletta amica./ Così non sia per te/ il pianto delle cose,/ o mia nemica”.

C’è quasi un’impossibilità di riuscita nel descrivere un’opera poetica così particolare e piena di significati, doppi e stranianti. Non ci sono risposte precise e nemmeno nessuna ragione di vita o di riuscita; per questo restano solo le parole delle sue poesie, che forse spiegano il mistero stesso e la tragica vita di questo poeta.
La biografia di Giuseppe Piccoli non chiede, è una traversata nella poesia più vera e profonda, un istante di attesa che si propaga continuamente e non smette di esistere; manda segnali a ogni nuovo lettore che è pronto a calarsi con rispetto e responsabilità in una poesia così forte e unica.
“Verrà il colore dell’ombra/a darci pace e giustizia d’anima:/ lo sento che verrà, e sarà/ più che una biga con tanti cavalli./ Né io vile sarò: sarà un segno/ trovato nel libro tre volte aperto,/ per tre volte chiuso, quando al Signore/ tocca d’ungere d’olio il capo:/ e la grazia d’un baleno su di noi,/ sulle nostre parole temendo dette/ sulle impaurite parole che non si fanno”.

 

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