Cinque poesie da “La valigia e il nome” di Massimiliano Aravecchia (L’arcolaio, 2012)

ritorno

I.
l’arrivo non discostava dal cliché: freni, vapore

qualcuno che dice città all’addensarsi di luci al neon

poco sopra l’inizio del sogno — dove ad aspettarti

vieilles femmes recroquevillées aux cheveux gras:

mostravano visi nel lutto del dagherrotipo, non sconosciuti

ma dove si perdeva l’eco che solo dispersi

di qualche guerra diceva? eppure si ferma il treno, si dice ritorno

ancora in un luogo mai più veduto prima


II.

ombre di metà estate ad ogni curva, rami presi

a tradimento dal controluce dei fari — a passi

impercettibili vanno nella notte adolescente

nel buio che li confonde e disegna il manico dello Sten…

ma appena il desiderio di seguirli che un tornante, e ancora

ombre intrecciarsi, confondersi tra le piante e riaffiorare

di nuovi ribelli che scortino il nostro andare

da qualche parte laggiù dovrebbe essere la città

o c’era nell’annodarsi di neon e strade

che a perdifiato nell’indistinto rugliare portavano

verso la morte chi è morto e ancora non sa —

ora non c’è che il buio dalle colline di Savignano

spalle alla notte e il mondo così lontano, ma cos’è mai questa tua vertigine

che fuggiamo va mormorando a ritroso nel tempo

e già muta il passo ritorna alla furibonda carriera del cervo?

* * *

la valigia e il nome


I.

la morte si misura al rimanente — non ai visi

né alle mani il lutto che s’incontrano veloci e poi spariscono

(colombe imprigionate in una notte d’abiti lunghi)

di chi a sopravvivere in fretta un equilibrio lo ritrova:

ma agli oggetti che vivono a lungo in un’immanenza di reliquie,

al vuoto che sta attorno e che sta ad altri raccontare.

così la valigia su cui, con scrittura da anziano —

Gazzotti Giacomo tu che lo fosti per poco prima del male


II.

altri la usarono poi — o fu prima a credere al gioco:

lui fuggiva la morte di Nin da cui non un fiore, ma a maggio

esecuzioni sommarie alla Teléfonica. lui si chiamava

Marco, ma in scena dicevano tutti guarda il Chaqueta Negra.

il viso adolescente nella notte misurava

a lungo il rischio di una nazionale senza filtro

di quelle che m’han detto tu fumavi, molto prima

che io nascessi, nervosamente, fino a morirne


III.

oggi chissà, forse come gli altri avresti detto che non c’era

scelta, una storia tra le altre da cacciatore:

l’arma contro il fianco, l’abitudine a rinascere ogni giorno

farsi sguardo puro nella notte come fa la sarabìga — e l’altro nome

con cui t’ho conosciuto e molti altri (ma fu prima che la lapide

svelasse quell’imbroglio dell’anagrafe) doverselo

conquistare a ferro e fame, oggi è un’eredità che brucia

ancora dei tuoi vent’anni a raccontarla: nome di battaglia Nello

* * *

isole Cassiteridi


I.

la pioggia ci sorprese appena fuori dal ventre ci avvolse

odore di freni e notte d’autostazione: la prima

immagine d’Avignone fu una rinascita per acqua

di noi inesperti, del vento che a sparigliare —

nemmeno il respiro bastava alla corsa in hotel —

le nostre vite, la forma dei sogni creando

inesplorati mondi nel vortice nuovo dei nostri corpi


II.

vedemmo elementi intrecciarsi, il polmone marino

che dicono i geografi limiti il mondo del nord

caos primigenio che scherma il mondo di sopra dal nostro —

ma vento colmava la vela delle lenzuola nel mattino

gli sguardi s’inebriavano sopra al mare color del vino

voltandosi altrove se mai la città sprofondava

nei visi consumati, nell’abitudine dei mercanti…


III.

così imparammo a leggere tra le squame

del fiume Oceano il segno della marea lungo i nostri corpi

a perdersi e nuovamente scoprirsi per giorni

vasti come millenni (ma svaporava

il sogno ed il relitto che avremmo veduto al Jardin des Vestiges

era forse pretesto ad una nuova partenza, nient’altro

che cenni di saluto lungo i moli del mattino)

* * *

da tempo vado notando questo: la tua mano, per quanto leggera

nel tempo ha scavato nella mia la propria forma, come l’acqua sotterranea

che incide di sé la parte nascosta del mondo, diventando peso e misura

d’ogni altra mano che adesso stringo — così, se pure volessi smettere di amarti

ci penserebbe il corpo a conservare il segno del tuo passaggio su questa terra:

così la materia cieca ti amerebbe ancora tra molti anni

quand’anche reso polvere il fiume d’amore, fossili i nostri corpi

* * *

ricordi quella notte a San Gimignano?

non eri più che un’immagine, nella tenda della luna

andavi perdendo peso, allontanandoti da me

ogni tuo gesto pareva mi invitasse in un altrove

a cui tu, umana e già nient’altro più d’un soffio

a guardia di una frontiera inaccessibile parevi

respingere e al contempo mi invitavi sui tuoi passi, a attraversare

*

AravecchiaMassimiliano Aravecchia è nato nel 1983. Laureato in letteratura francese, svolge attualmente un dottorato in French Studies presso la Western Ontario University (Canada). Segnalato o premiato in diversi concorsi (tra cui il concorso “Il lago verde”, il premio “Renato Giorgi” e il premio “Guido Gozzano”), ha letto i suoi versi qua e là in giro per l’Emilia Romagna. Una breve scelta di componimenti è apparsa sulla sulla rivista “Le voci della luna” nel luglio del 2009. Questo è il suo primo libro.

* Massimiliano Aravecchia, La valigia e il nome. Prefazione di Guido Mattia Gallerani, L’arcolaio, 2012.

Qui il pdf

2 comments

  1. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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