Giorno: 24 maggio 2013

Ti do la mia parola (manifestazione)

Invito-25-e-26-maggio

TI DO LA MIA PAROLA

1° edizione – 25/26 maggio 2013  Museo Del Bali’

 

LA FIDUCIA

“Ti do la mia parola” è un Progetto culturale con finalità di prevenzione del disagio sociale e psicologico.

Prevede un appuntamento annuale in cui si discute dell’Uomo, inteso come animale sociale ed individuo protagonista nella comunità. È la realtà contemporanea che vogliamo andare ad indagare, comprendere, interpretare. Una modernità strappata che ha perso sicurezza, dimenticato un comune linguaggio capace di fare società.

 “Ti do la mia parola” era una frase che consolidava.  Bastava in sé. Conferiva valore simbolico al gesto, alla stretta di mano, al patto solidale. La parola diventava azione, garantiva fiducia, certezza etica. Anche nella contrapposizione i ruoli mantenevano una solidità identitaria che costituiva il presupposto dialettico. La modernità, da un lato, ha generato una facilitazione dei rapporti, dall’altro ne ha minato le basi fondanti. Un baco, una rete bucata, un etimologia negata, questo il lascito.

Da che parte è necessario ricominciare? Quale la genesi che ha condotto a questa crisi di sistema?  Quali strumenti è necessario mettere in campo per ricostruire un linguaggio condiviso? Una psicoanalista e una scrittrice si sono incontrate e hanno individuato nella parola, nel suo uso corrente così come nel suo archetipo, uno strumento fondamentale di elaborazione, uno specchio illuminante, un grumo prezioso e complesso, per rispondere a queste domande.

La psicoanalisi fornisce una visione del soggetto, della sofferenza psicologica e del legame fra gli individui che risulta rivoluzionaria nel nostro tempo. L’epoca del computer, del consumismo imperante percorre la via di una scientificità standardizzante che nega la singolarità non solo di ciascuno ma della stessa condizione dell’uomo fra le altre forme di vita esistenti in natura. Tale singolarità si fonda sull’uso della parola, del linguaggio e di un ordine simbolico che “snatura” il corpo dell’essere umano. La parola crea una dimensione nuova che Freud ha chiamato “l’Inconscio”, un “territorio straniero interno” con cui ciascuno deve fare i conti, un’estraneità intima, che racchiude la verità del desiderio singolare di ciascuno e che spesso viene negata. L’inconscio è fatto di parole, segni, marchi linguistici lasciati all’interno delle prime relazioni. Aprire un dibattito sull’inconscio significa lavorare sulla parola e di conseguenza sul legame sociale, sulla dimensione relazionale della struttura umana…. Un punto di partenza che può aprirsi a tutti gli aspetti della vita: economico, psicologico, lavorativo, familiare, amoroso ecc

La parola è segno che nomina, che chiama, che riconosce. È necessario ritrovarla nuda e pregna, togliere la polvere dell’uso-abuso, riascoltarla senza qualunquismo e oscurantismo. La parola fonda le idee e la cultura, il comportamento sociale, la qualità delle relazioni. Prima ancora di essere comunicazione, è esistenza.

La parola poetica, che è ogni volta quella parola e nessun altra, in tutto il suo senso e in tutto il suo suono, è un viatico primario nel processo di definizione e scoperta del linguaggio.

Ogni anno verrà proposto un tema che sia un’esplorazione linguistica, e quindi sociale e culturale, a partire dalla relazione che la parola fonda tra gli esseri umani. Si incontreranno molteplici figure professionali: giornalisti, filosofi, psicoanalisti, economisti, medici, scrittori, artisti ecc.

 

Per l’anno 2013 il titolo sarà: La Fiducia

La crisi. Termine divenuto oggi di uso quotidiano per descrivere il malessere economico e sociale. Con essa si indica il “male”, essa è il male. Utilizzata come richiamo onnipotente, non lascia spazio all’azione dell’uomo. La crisi diventa il soggetto e l’alibi. Il senso etimologico del termine sta indicare in verità l’azione di cambiamento che nel corso della malattia decide la guarigione o la morte del soggetto. Ecco allora che la “crisi” non può essere considerata il passo ultimo, o la ferma statica ed immutabile di una condizione, così come oggi viene intesa, bensì la possibilità di decidere, di scegliere il cammino. Un percorso che, per essere virtuoso, necessita di complici, compagni di strada, altre parole feconde come “fiducia”, parente laica di quella fede che offre affidamento e consegna. “La Fiducia”, si declina come una necessità, un’urgenza imminente per i rapporti sociali, nel lavoro, dentro l’unità familiare.

 L’evento si svolgerà in due giornate: apertura il sabato mattina alle 10, chiusura la domenica alle 12, presso www.museodelbali.it

 

 

Cinque poesie da “La valigia e il nome” di Massimiliano Aravecchia (L’arcolaio, 2012)

ritorno

I.
l’arrivo non discostava dal cliché: freni, vapore

qualcuno che dice città all’addensarsi di luci al neon

poco sopra l’inizio del sogno — dove ad aspettarti

vieilles femmes recroquevillées aux cheveux gras:

mostravano visi nel lutto del dagherrotipo, non sconosciuti

ma dove si perdeva l’eco che solo dispersi

di qualche guerra diceva? eppure si ferma il treno, si dice ritorno

ancora in un luogo mai più veduto prima


II.

ombre di metà estate ad ogni curva, rami presi

a tradimento dal controluce dei fari — a passi

impercettibili vanno nella notte adolescente

nel buio che li confonde e disegna il manico dello Sten…

ma appena il desiderio di seguirli che un tornante, e ancora

ombre intrecciarsi, confondersi tra le piante e riaffiorare

di nuovi ribelli che scortino il nostro andare

da qualche parte laggiù dovrebbe essere la città

o c’era nell’annodarsi di neon e strade

che a perdifiato nell’indistinto rugliare portavano

verso la morte chi è morto e ancora non sa —

ora non c’è che il buio dalle colline di Savignano

spalle alla notte e il mondo così lontano, ma cos’è mai questa tua vertigine

che fuggiamo va mormorando a ritroso nel tempo

e già muta il passo ritorna alla furibonda carriera del cervo?

* * *

la valigia e il nome


I.

la morte si misura al rimanente — non ai visi

né alle mani il lutto che s’incontrano veloci e poi spariscono

(colombe imprigionate in una notte d’abiti lunghi)

di chi a sopravvivere in fretta un equilibrio lo ritrova:

ma agli oggetti che vivono a lungo in un’immanenza di reliquie,

al vuoto che sta attorno e che sta ad altri raccontare.

così la valigia su cui, con scrittura da anziano —

Gazzotti Giacomo tu che lo fosti per poco prima del male


II.

altri la usarono poi — o fu prima a credere al gioco:

lui fuggiva la morte di Nin da cui non un fiore, ma a maggio

esecuzioni sommarie alla Teléfonica. lui si chiamava

Marco, ma in scena dicevano tutti guarda il Chaqueta Negra.

il viso adolescente nella notte misurava

a lungo il rischio di una nazionale senza filtro

di quelle che m’han detto tu fumavi, molto prima

che io nascessi, nervosamente, fino a morirne


III.

oggi chissà, forse come gli altri avresti detto che non c’era

scelta, una storia tra le altre da cacciatore:

l’arma contro il fianco, l’abitudine a rinascere ogni giorno

farsi sguardo puro nella notte come fa la sarabìga — e l’altro nome

con cui t’ho conosciuto e molti altri (ma fu prima che la lapide

svelasse quell’imbroglio dell’anagrafe) doverselo

conquistare a ferro e fame, oggi è un’eredità che brucia

ancora dei tuoi vent’anni a raccontarla: nome di battaglia Nello

* * *

isole Cassiteridi


I.

la pioggia ci sorprese appena fuori dal ventre ci avvolse

odore di freni e notte d’autostazione: la prima

immagine d’Avignone fu una rinascita per acqua

di noi inesperti, del vento che a sparigliare —

nemmeno il respiro bastava alla corsa in hotel —

le nostre vite, la forma dei sogni creando

inesplorati mondi nel vortice nuovo dei nostri corpi


II.

vedemmo elementi intrecciarsi, il polmone marino

che dicono i geografi limiti il mondo del nord

caos primigenio che scherma il mondo di sopra dal nostro —

ma vento colmava la vela delle lenzuola nel mattino

gli sguardi s’inebriavano sopra al mare color del vino

voltandosi altrove se mai la città sprofondava

nei visi consumati, nell’abitudine dei mercanti…


III.

così imparammo a leggere tra le squame

del fiume Oceano il segno della marea lungo i nostri corpi

a perdersi e nuovamente scoprirsi per giorni

vasti come millenni (ma svaporava

il sogno ed il relitto che avremmo veduto al Jardin des Vestiges

era forse pretesto ad una nuova partenza, nient’altro

che cenni di saluto lungo i moli del mattino)

* * *

da tempo vado notando questo: la tua mano, per quanto leggera

nel tempo ha scavato nella mia la propria forma, come l’acqua sotterranea

che incide di sé la parte nascosta del mondo, diventando peso e misura

d’ogni altra mano che adesso stringo — così, se pure volessi smettere di amarti

ci penserebbe il corpo a conservare il segno del tuo passaggio su questa terra:

così la materia cieca ti amerebbe ancora tra molti anni

quand’anche reso polvere il fiume d’amore, fossili i nostri corpi

* * *

ricordi quella notte a San Gimignano?

non eri più che un’immagine, nella tenda della luna

andavi perdendo peso, allontanandoti da me

ogni tuo gesto pareva mi invitasse in un altrove

a cui tu, umana e già nient’altro più d’un soffio

a guardia di una frontiera inaccessibile parevi

respingere e al contempo mi invitavi sui tuoi passi, a attraversare

*

AravecchiaMassimiliano Aravecchia è nato nel 1983. Laureato in letteratura francese, svolge attualmente un dottorato in French Studies presso la Western Ontario University (Canada). Segnalato o premiato in diversi concorsi (tra cui il concorso “Il lago verde”, il premio “Renato Giorgi” e il premio “Guido Gozzano”), ha letto i suoi versi qua e là in giro per l’Emilia Romagna. Una breve scelta di componimenti è apparsa sulla sulla rivista “Le voci della luna” nel luglio del 2009. Questo è il suo primo libro.

* Massimiliano Aravecchia, La valigia e il nome. Prefazione di Guido Mattia Gallerani, L’arcolaio, 2012.

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