Giorno: 22 Mag 2013

Sei poesie da “Come di solo andata” di Marisa Cecchetti (Edizioni Il Foglio, 2013)

Da Parte Prima

1

Era vestito di tutto bianco
pantaloni e blusa
e bianco il camice
e bianchi i calzari
mito concretizzato
nel vano della porta
a rompere il torpore
come sparo di luce.

Il riso fu messaggio
e le parole
essenziali
biancolucenti come perle.
– forse gridò Maria
all’angelo Nunziante
che disse Vita –

Il camice improvviso
s’è tinto d’oro
ne ho rubato
l’ultimo brillio
nel vano della porta.

*

4

Attende quei riti il silenzio
che si ripetono
e si accavallano
fino a confondersi
nei giorni bianchi
nelle ore zitte
e poi rimangono
come sospesi
riti che definiscono
un tempo senza sponde
– il prelievo la febbre la colazione
le lenzuola pulite
il primario con gli assistenti
che ti presentano
con un linguaggio
aspro e puntuto –

Escono i camici
e non hai chiesto
domande semplici
ché ora il panico
chiude la bocca.

*

9

La giornalaia è giovane
spinge il carrello carico
di parole e colori
driblando tra i carrelli
grigi e pesanti
si sofferma a ogni porta
aggiorna sugli arrivi
recupera i numeri richiesti.

Ripieghi il quotidiano
con il solito gesto
torni al posto assegnato
con un piacere nuovo
insolito del luogo
accomodi i cuscini
come se fossi a casa
il tempo è solo tuo
– se non fosse il pensiero
di quella fitta lunga
che ti ha portato qui –

E ascolti ogni mattina
quel rotolare
di ruote positive
lascia una dimensione
di tempo e spazio
li definisce.

*

14

Nell’ora che va verso sera
e luce tranquilla modella le forme
un filo di storni s’ingrossa
uscendo dal pioppo
che estende la chioma sul campo
e il filo diventa uno scialle
disteso sul cielo
e s’agita tutto di foglie e di fronde
– il pioppo – in atto di madre
e sembra che suggano
forza alla pianta – gli storni –
che dopo distende le foglie placata.
Il cielo coperto di uccelli
trattiene la luce
su questa finestra sul letto
trascorre una macchia di sera.

Non s’odono voci
ché il vetro è serrato
ma l’ombra che passa
trascina tra i letti
un brivido breve
insieme al ricordo
di un canto già udito

– l’altrove è a due passi
negato dal vetro serrato –

*

da Parte seconda

5

È un crepuscolo mite
di quelli che attendi nei sogni
che vorresti infiniti la luce
si stinge sui mattoni e i pioppi
neniano lente preghiere alla sera.
È l’ora che attende ritorni
e incontri e parole.

Secca come uno schiaffo
striscia dalle persiane
con grida e imprechi
una bestemmia
– una voce più forte un’altra pigola –
poi tonfano le porte.

Come è comparso subito
così tutto sparisce
dentro un silenzio di ghiaccio.

Rimango ignara di quei volti
ma un po’ mi sento spia
della vita degli altri
dietro questo computer
e le finestre aperte dell’estate.

*

Da Terza parte

4

Velia è voce incrinata nella sera
che giunge dall’angolo più buio
sul balcone
dove ha cercato un po’ di brezza
– la luna tonda ora spunta dietro il tetto –
la sua figura larga
pesante accasciata sulla sedia
che la contiene a pena
solo segno di vita
se escludi il cane e due gechi
sulla parete appena accendi un lume.
Il conversare è stanco, le parole
altrui le sfuggono non ode
il cellulare ma ne coglie la luce.

Attende ogni giorno sul balcone
un passaggio o un ritorno.

*

Cecchetti 2013

Marisa Cecchetti è nata a San Giuliano Terme (Pisa) e vive a Lucca. Insegnante di Lettere, collabora con testate giornalistiche e siti web come critico letterario. Tra le sue pubblicazioni in prosa: E cominciò a sognare a colori (Del Cerro 1998); La bici al cancello (Mauro Baroni 2002); la silloge Schizzi d’eterno (Edizioni d’Arte Il ragazzo innocuo 2006); Tibidabo (Edizioni d’Arte Il ragazzo innocuo 2007).
Le raccolte di poesie Il vuoto e le forme (Del Cerro 2000), È filo di seta (Del Cerro 2003), Straniero tu che non mi accogli l’anima (Del Cerro 2004), Cantieri (Del Cerro 2007), Nonostante la rosa (LietoColle 2009). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni.

* Marisa Cecchetti, Come di solo andata, Edizioni Il Foglio, 2013.

 

 

 

 

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Cleante di Asso – Inno a Zeus

traduzione isometra di Daniele Ventre

Zeus fra gli eterni glorioso, plurivoco, sempre possente,
principe della natura, che tutto a una legge assoggetti,
salve: è ben giusto che a te si volgano tutti i mortali.
Già, ché da te noi nascemmo e soli ottenemmo divina
forma, fra gli enti caduchi che vivono e strisciano in terra:
dunque ti loderò sempre e celebrerò la tua forza.
Sì, quest’intero universo che intorno alla terra si volge
dove lo guidi si piega a te, volentieri a te cede.
Tale strumento tu reggi con inesorabili mani,
duplice lingua di fuoco, il fulmine sempre vivente:
sotto il suo colpo si compie ogni opera della natura,
reggi per lui la ragione comune che tutti gli spazi
permea, mista com’è al più grande lume e ai minori:
tu grazie a lui dappertutto da sommo sovrano governi.
Opera senza di te non ha effetto, o iddio, sulla terra,
no, non sul polo divino dell’etere, no, non in mare,
tranne i delitti che i vili commettono, loro stoltezza.
Pure tu sai dare senso perfino alle cose più vane,
ordine imponi al disordine e grato è per te ciò ch’è ingrato.
Tanto ad un unico scopo col degno l’indegno compensi,
che si fa tutto una sola e sempre vivente ragione,
che fra i mortali i malvagi rifuggono nel trascurarla,
miseri, che rimpiangendo per sempre il possesso del bene,
legge comune di dio non vedono o sanno ascoltare,
cui obbedendo con senno vivrebbero vita felice.
Essi da un lato e dall’altro si volgono senza mai bene,
per opinione seguendo affanno d’amara contesa,
o rivolgendosi solo al guadagno senza criterio,
o alla rilassatezza e ai dolci piaceri dei sensi.
Solo sventure han sortito, si volgono a destra e a sinistra,
per affannarsi a uno scopo che pure è del tutto contrario.
Dono per tutti, Zeus nero di nuvole, candido lampo,
gli uomini salvali tu da dissennatezza luttuosa,
padre, tu scacciala via dall’anima, fa’ che otteniamo
quella sapienza in cui tu fidando ogni cosa assoggetti,
sì che onorati da te ricambiamo te con onore,
l’opera tua di continuo esaltando come conviene
faccia un mortale, ché premio più degno ai mortali non tocca,
non agli dèi, che lodare nel giusto la legge del cosmo.

 

 

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Solo 1500 n. 98 – ASK

ask

Solo 1500 n. 98 – ASK

Spalancò la porta di casa e uscì. Erano le sette e trenta, passò dalla solita edicola e comprò La Repubblica. Percorse duecento metri e si sedette a un tavolino del Caffè La Grotta, il barman lo riconobbe e lo salutò. Ordinò una brioche alla marmellata, un cappuccino e un bicchiere d’acqua gassata. Cominciò a leggere il giornale. Sfogliando le pagine, di tanto in tanto, scuoteva la testa. Qualche volta sorrideva. La colazione arrivò, ringraziò il cameriere, gli parve di ricordare che si chiamasse Michele, ma nel dubbio non ne pronunciò il nome. Aveva deciso di vestirsi con un abito grigio scuro, camicia bianca, cravatta blu scuro (senza disegnini, li odiava). Si riteneva un uomo essenziale, non amava i fronzoli. Controllò il cellulare, rilesse il messaggio di Sara della sera prima, di nuovo scosse la testa. Terminò la colazione, lesse tutto il giornale, pagò e si incamminò verso il centro della cittadina di mare in cui viveva. Erano le dieci. Passando dal lungomare si fermò a fare due chiacchiere con Enrico, suo vecchio compagno di banco, che gestiva un ristorante sulla spiaggia. Diede un’altra occhiata al cellulare: due chiamate dall’ufficio e  un sms di Andrea, un collega. Brava persona Andrea, un tempo erano stati amici, poi qualcosa era cambiato. Le undici e un quarto, passò dal parchetto. Nell’area giochi molti bambini con le nonne, le scuole non erano ancora iniziate. Attraversò il giardino e arrivò davanti alla palazzina in cui lavorava. Si sedette sulla panchina del marciapiede di fronte. Erano le undici e ventotto. Due minuti dopo la bomba esplose.

Gianni Montieri

 

 

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